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Nata per la musica

Calabria nel mondo - Incontri

«Dalla Calabria ho ereditato una grande passione per tutto ciò che facevo».
Così dice Maria Perrotta, giovane pianista che partendo da Cosenza ha raggiunto i vertici della notorietà internazionale interpretando Beethoven e soprattutto l’amatissimo Bach.
L’abbiamo incontrata a Parigi

Piero Pisarra

Forse non è andata proprio così, ma così raccontano le cronache. Era il 1739. Il conte Hermann Carl von Keyserlingk, ambasciatore di Russia alla corte di Sassonia, soffriva di insonnia. Per ingraziarselo, il grande Johann Sebastian Bach, sempre in ristrettezze economiche e alla ricerca di nuovi incarichi, compose le Variazioni Goldberg, dal nome del musicista che le avrebbe eseguite per rendere più lievi le notti insonni del conte.

Da allora quel monumento clavicembalistico – fatto di un’aria e di trenta virtuosistiche variazioni – ha accompagnato chi sa quante altre notti. Di certo ha cullato fin dal grembo materno il sonno della piccola Vittoria, figlia della pianista Maria Perrotta. Tanto da suscitare curiosità e scalpore: due anni fa i giornali riportarono la notizia di un concerto a Lugo di Romagna che la signora diede al nono mese di gravidanza, con l’ambulanza fuori dal teatro pronta a scattare verso il più vicino ospedale. In programma, le mitiche Variazioni.

Nata a Cosenza nel 1974, Maria Perrotta ha conquistato ormai le scene internazionali, con l’amato Bach e con Beethoven, di cui ha appena inciso per la casa discografica Decca  le ultime tre sonate (Opp. 109-111).
A Parigi, dove vive col marito, cantante al Théâtre de l’Opéra, la giovane pianista ci parla della sua formazione cosentina, della sua carriera e delle sue passioni.

Come giudica la formazione musicale ricevuta in Calabria?

Ho cominciato i miei studi a Cosenza, con Antonella Barbarossa. E li ho completati poi al conservatorio di Milano, a Parigi, all’Accademia di Imola e all’Accademia Santa Cecilia di Roma. Ma gli anni calabresi sono stati determinanti. Fin da piccola ho avuto una vita molto intensa: ho partecipato ai concorsi internazionali che per ogni pianista sono un trampolino di lancio. Poi ho smesso, qualcosa mi ha tenuto lontano dalla logica dei concorsi, ma dentro di me ero convinta che prima o poi avrei fatto questo mestiere. Dalla Calabria ho ereditato una grande intensità, una grande passione per tutto ciò che facevo. Ho avuto un’insegnante che mi ha fatto vivere da subito questa intensità. E le sono grata per questo.

Forse spesso si sottovaluta l’importanza della tradizione pianistica calabrese: il maestro di Martha Argerich, Vincenzo Scaramuzza, era di Crotone…

Sì, e la Argerich è tra le più grandi pianiste del nostro tempo. Ma non bisogna dimenticare anche un musicista come Rendano, pianista virtuoso, stimato in tutta Europa, apprezzato da Liszt. Ancora oggi vi è una realtà musicale molto vivace. Tanti pianisti si sono formati in Calabria, a Cosenza in particolar modo, che è la realtà che conosco meglio.

Bach e Beethoven: nelle sue scelte oscilla spesso tra questi due compositori? Cosa la attrae nell’uno e nell’altro.

Bach è per me una presenza familiare. Fin da piccola – ancor prima di entrare al conservatorio – ho imparato ad amarlo. Ricordo che mio padre portò a casa alcuni libri di Bach… e con l’incoscienza dell’età mi sono tuffata nelle Variazioni Goldberg a tredici anni. Per me è qualcosa di molto spontaneo, di molto naturale… Qualcosa che ho poi abbandonato e a cui sono tornata sempre con grande piacere, come a un lingua familiare.
Le tre ultime sonate di Beethoven, che interpreto nel mio disco per la Decca, sono invece un punto di approdo. Di approdo, perché Beethoven è un autore che amavo anche da piccola, ma che mi sento solo ora di affrontare in maniera compiuta, interpretando per esempio in uno stesso concerto le Tre Ultime, come ho fatto per il disco. Finite di comporre nel 1822, queste sonate segnano, come è stato detto, uno spartiacque nella produzione beethoveniana: sono per certi aspetti più grandiose, solenni; e per altri, più meditative.

Quanto ha pesato nella sua pratica pianistica la riscoperta della musica antica e barocca, da parte di musicisti dell’Europa del Nord come Gustav Leonhardt, per citare soltanto il più autorevole?
Per alcuni è impossibile ormai interpretare Bach al pianoforte ignorando la sonorità e le tecniche del clavicembalo per il quale la sua musica è stata composta…

Il rapporto con il clavicembalo è un problema che ogni pianista si pone, a maggior ragione un pianista che suona Bach. La filologia è qualcosa che ti rende  più consapevole di alcune scelte. Per me, però, dal punto di vista puramente strumentale, ciò costituisce una suggestione, ma non un’aspirazione. Non aspiro, insomma, a interpretare un Bach filologicamente corretto. Ogni pianista deve sapere di avere questo limite e deve lavorare attorno a questo limite. Ovviamente, l’approccio filologico è importante, soprattutto per evitare le manipolazioni (e la musica di Bach è una tentazione continua, da questo punto di vista, come dimostrano i vari adattamenti romantici, pop e rock). Uno studio serio del testo musicale è indispensabile, anche per quanto riguarda le scelte dell’ornamentazione, ma io devo essere sempre consapevole di avere un pianoforte e non un cembalo a disposizione, anche per quanto riguarda l’uso del pedale. Perché non si può suonare il pianoforte in una sala con duemila posti ignorando il pedale, se voglio che il suono giunga a tutti.

Su ogni interprete delle Variazioni Goldberg al pianoforte incombe l’ombra di Glenn Gould, che ne ha rinnovato l’approccio. Ma tra le donne si è distinta soprattutto l’americana Rosalyn Tureck, per la precisione, la sobrietà e l’assenza di pathos…
Che cosa pensa delle sue scelte?

Ho ascoltato Rosalyn Tureck varie volte in concerto. La prima volta, molti anni fa, a Firenze, sono stata impressionata dalla chiarezza del suo Bach, ma era come se ci fosse in lei un eccessivo distacco. Certo, in quel concerto, ho avuto la sensazione indimenticabile che il testo mi passasse davanti agli occhi ed è bastato questo a suscitare la mia ammirazione. Poi ho ascoltato alcune sue interpretazioni giovanili del Clavicembalo ben temperato che ho trovato meravigliose: lei aveva un timbro e un senso della polifonia che amo molto. Alcune volte si è portati a indulgere a un “effetto” più o meno facile; in lei vi era invece il rifiuto di ogni effetto, a vantaggio della trasparenza del discorso.

Quali sono a suo parere le qualità dell’interprete “ideale” di Bach, in particolare delle Variazioni Goldberg?

Col passare degli anni, a mano a mano che si approfondisce la conoscenza del testo, ho notato che si semplifica molto il modo di suonarle, cogliendo alcuni dettagli che all’inizio forse si erano trascurati. Penso che sia importante valorizzare la diversità delle Variazioni e nello stesso tempo non perdere di vista la loro unità, la linea unitaria, la profondità e la verticalità della musica di Bach.

Le Goldberg sono considerate spesso cerebrali e alcuni pianisti, nell’interpretarle, eccedono in freddezza, altri invece vi inseriscono un pathos del tutto estraneo a Bach…

Si dice spesso che quella di Bach è musica assoluta, che non rimanda ad altro, che non imita la natura, perché è piacere puro. Bisognerebbe precisare: non rimanda ad altro e, tuttavia, rimanda a tutto. La bellezza della musica di Bach, che raggiunge vette sublimi, è che puoi guardarla da molti punti di vista: è un’opera che ha qualcosa di matematico (e per me la matematica è una cosa meravigliosa, è il sogno puro), ma bisogna stare attenti a non trasformarla in un discorso arido. La tastiera – di un clavicembalo o di un pianoforte – è di per sé qualcosa di arido, ma Bach, come ogni buon musicista, è tutt’altro che arido. Una cosa è l’aridità, un’altra il rigore. E poi non si può dire che non ci sia pathos in Bach. Quando si arriva alle Passioni, a quella secondo Matteo, considerata il suo capolavoro, e a quella secondo Giovanni, non si può ignorare il pathos. Ovviamente, c’è pathos e pathos. La musica di Bach si nutre di una lunga serie di emozioni, emozioni intense, profonde, spirituali. Non è un pathos romantico, questo sì, perché è legato alla forma. Non è mai arbitrario o gratuito. Quando lo si interpreta, bisogna tener conto di questa diversità. La dinamica di Bach non è la dinamica della musica romantica: nei romantici conta l’unità psicologica di un’opera, non così in Bach. Con una formula, si potrebbe dire che per la musica romantica conta di più il tempo, lo sviluppo di una composizione; per quella di Bach, conta invece lo spazio, l’architettura complessiva, fatta di tanti dettagli. Bach dice già tutto nelle piccole strutture che però poi arricchisce…

Una domanda personale. Lei ha due bambine. Anche loro seguono la strada dei genitori?

Per ora, sì. La prima, Giuseppina, ha tredici anni ed è violoncellista. Sono molto contenta dei suoi studi. Lei è si nutrita anche delle musiche ascoltate da mio marito che, oltre ad essere pianista, è cantante. Fin da piccola, ha quindi cominciato ad ascoltare i brani del repertorio operistico. Ma la sua passione è il violoncello, che ha cominciato a studiare proprio in Calabria, con Fausto Castiglione.
La seconda, Vittoria, è ancora piccola, ma nel suo caso si può parlare forse di educazione… prenatale. Ricordo che nell’ultima fase della gravidanza lei si muoveva molto, ma durante i concerti, al Teatro Valle a Roma, a Lugo e altrove se ne stava buona, senza scalpitare, come se percepisse la mia concentrazione.

Tornerebbe in Calabria?

Per la verità, torno molto spesso. Nel maggio scorso, per l’apertura di un concorso ho interpretato a Cosenza il quarto concerto op. 58 per pianoforte e orchestra di Beethoven con la Brutium Chamber Orchestra diretta da Francesco Mazzei. È stata una bella esperienza.
A Vibo, nel 2012, ho inaugurato con le Goldberg una rassegna diretta dalla mia insegnante. Il legame affettivo con la Calabria è dunque ancora molto forte.