Il cammino della speranza,
ieri ed oggi

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Enzo Natta

La morte di Mino Reitano e l’uscita sugli schermi di Mar Nero hanno risollevato il problema dell’emigrazione con tutto il suo pesante fardello di risvolti dolorosi causati dal brusco distacco dalla propria terra, dal viaggio verso l’ignoto, dall’incognita di un incerto futuro. Nell’immaginario popolare Mino Reitano era diventato il simbolo stesso dell’emigrazione: l’abbandono forzato dei luoghi natii, l’espatrio, le dure condizioni di vita e di lavoro all’estero. Un simbolo così evidente e diffuso che Carlo Verdone lo aveva eletto a campione di chi è costretto a cercare fortuna lontano da casa in Sono pazzo di Iris Blond. Dal canto suo Mar Nero, opera prima di Federico Bondi interpretata da una straordinaria Ilaria Occhini, riprende il filo di un discorso avviato da Carmine Amoroso in Cover-boy: il non facile incontro fra italiani e immigrati dall’Est europeo. La ruvida coesistenza fra un’anziana donna italiana e la giovane badante romena in Mar Nero è del tutto simile alla spigolosa condivisione di un minuscolo appartamento che in Cover-boy pone di fronte un italiano impiegato in un’impresa di pulizie e un ragazzo romeno in cerca di sistemazione.
Entrambe le situazioni rispecchiano l’altra faccia della stessa medaglia rovesciando i termini della questione: dall’emigrazione italiana, che rappresentava la precedente condizione sociale, si passa a quella odierna che la capovolge prospettando il caso opposto dell’immigrazione in Italia da altri Paesi. Un’equazione epocale, che mette sullo stesso piano l’antica piaga di correnti migratorie da un Paese all’altro, divise soltanto dal divario di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. Insomma, se nel secolo scorso a dover misurarsi con il trauma dell’emigrazione erano quei nostri connazionali costretti a recarsi all’estero per cercare migliori condizioni di vita, attualmente è l’Italia che si è trasformata in una terra d’accoglienza bisognosa di mano d’opera. E film come Lamerica di Gianni Amelio, Pummarò di Michele Placido, Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana lo dimostrano. Per averne conferma basta vedere quanto profondo sia il distacco, ancor più marcato del tempo effettivamente trascorso, fra Emigrantes, diretto e interpretato nel 1949 da Aldo Fabrizi, e i film or ora citati. Al suo esordio come regista, Aldo Fabrizi ha raccontato la storia di una famiglia che da Roma si trasferisce in Argentina, che cede alla straziante pressione della nostalgia e che per questo ritorna in patria. Che il tema dell’emigrazione fosse particolarmente sentito in quel periodo è documentato dal Cammino della speranza di Pietro Germi, realizzato nel 1950 e, come Emigrantes, tutto incentrato sul tema della solidarietà che nasce spontanea da una condizione di sofferenza equamente condivisa. Se nel film di Fabrizi erano i lavoratori a rendersi disponibili e solidali con la famiglia che intendeva rientrare in Italia non reggendo allo sconforto dello sradicamento e della lontananza, in quello di Germi sono le guardie confinarie francesi a chiudere un occhio perché i poveri minatori siciliani possano continuare il loro viaggio. Un finale che porta con sé i germi di un sogno europeo e di quello che sarà lo spirito di Maastricht. In dosi di maggiore o minor quantità, melodramma, commozione, partecipazione sono gli ingredienti che mirano a catturare l’attenzione del pubblico e a coinvolgerlo emotivamente sia in Emigrantes che nel Cammino della speranza.
Al contrario I magliari (1959) di Francesco Rosi e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti fanno leva sui sentimenti critici che i due film non mancano di suscitare mettendo il dito sulla piaga di un’emigrazione che, sedotta dall’illusione del miracolo economico, si lascia irretire nella tela di ragno dell’illegalità. Fino a perdere, con la dignità, anche la propria identità. E, a proposito di identità, come non ricordare Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati, dove Nino Manfredi emigrato in Svizzera non esita a tingersi i capelli di biondo per dissimulare le sue origini mediterranee? Dello stesso anno è anche Il Padrino–Parte II, dove Francis Ford Coppola vede l’America non più come la terra promessa alla quale approdano le speranze dell’emigrazione italiana verso il nuovo mondo, ma come il palcoscenico sul quale si consuma la tragedia dell’autodistruzione e dove corruzione, tradimento, delitto rappresentano l’unica moneta capace di soddisfare la sete di potere e di denaro. Come antefatto al Padrino-Parte II (soprattutto all’episodio in cui Robert De Niro interpreta “l’esordio” di don Vito Corleone nel mondo della criminalità, un esordio motivato da ragioni di solidarietà nei confronti di connazionali umili e diseredati) si potrebbe citare Nuovomondo (2006) di Emanuele Crialese, dove il fenomeno dell’emigrazione chiude il capitolo del realismo per addentrarsi in quello del mito e di un universo poetico inquadrando l’aspetto dell’esodo dal meridione d’Italia come il viaggio verso un Paradiso terrestre in cui, dopo innumerevoli sofferenze, ci si potrà immergere in un fiume di latte e miele. Chi ribalta la situazione e cambia radicalmente registro sostituendo il fenomeno dell’immigrazione a quello dell’emigrazione è Pummarò (1990), film in cui, debuttando nella regia, Michele Placido passa “dall’altra parte” e vede l’emigrazione con gli occhi di un ghanese alla ricerca del fratello, venuto in Italia per lavorare come raccoglitore di pomodori. Ma la presa di coscienza di questo passaggio di testimone, da terra di emigranti a terra di immigrazione, prende pienamente corpo in Lamerica (1994) di Gianni Amelio, dove l’italiano Enrico Lo Verso vive ai giorni nostri,nell’Albania del dopo-Hoxha la stessa penosa situazione che cent’anni prima i suoi avi vivevano navigando verso “Lamerica” (così, senza l’apostrofo, come grafie sgrammaticate e incerte scrivevano in lettere che traboccavano di speranza per i destinatari rimasti a casa), il grande Paese disposto ad accoglierli assieme ai loro sogni e alle loro illusioni. Condizione condivisa dal giovane protagonista di Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana, che in seguito a un malaugurato incidente si trova gomito a gomito con i clandestini che su una carretta del mare tentano di raggiungere le spiagge di Lampedusa. Il ghetto degli emarginati aprirà definitivamente le sue porte agli emigranti venuti dall’Est europeo con Cover-boy e Mar Nero. Film accomunati dalla consapevolezza che soltanto attraverso la frequentazione, la conoscenza e la comprensione reciproca si potranno eliminare gli attriti e le diffidenze che fanno del mancato inserimento nel nuovo tessuto sociale di cui si è entrati a far parte il nodo scorsoio destinato a soffocare le legittime attese dell’emigrazione. Condannandola inesorabilmente all’isolamento nella comunità e all’esclusione dal consorzio civile.

ITACA n. 5