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Ambasciatore a casa mia

Calabria nel mondo - Incontri
È partito da Reggio Calabria e ha girato il mondo Guido La Tella e si ritrova in Argentina dove i calabresi di seconda e terza generazione sono due milioni, ma sanno poco della Calabria. L’Argentina, oggi in grandissima crescita, offre tante opportunità, occorrono progetti, ma la Calabria non c’è

Annarosa Macrì
Può succedere che la vita ti porti lontano lontano, lontano dall’Italia e dalla Calabria, dove sei nato, in un altro continente, sotto un altro cielo, e che in fondo, in un altro mondo, e in un altro modo, tu ritorni a casa tua. Questa è la storia di un uomo che è partito alla fine degli anni sessanta dalla Calabria, da Reggio, per studiare diritto ed economia e per conoscere il mondo. Quarant’anni dopo è uno dei massimi esperti di economia internazionale, è ministro dell’Ocse e sherpa del G8 e il mondo l’ha conosciuto davvero, ha lavorato in sei nazioni diverse, di qua e di là dall’Oceano. È un diplomatico di primissimo piano. Si chiama Guido La Tella. Questa è la storia di un grande paese sudamericano dove vivono quaranta milioni di persone, la metà sono d’origine italiana e due milioni (due milioni!) sono i calabresi di seconda e terza generazione.

È l’Argentina. Guido La Tella, al culmine della sua lunga carriera di diplomatico, che l’ha portato dagli Stati Uniti all’Etiopia, dall’Inghilterra all’India, è il nuovo ambasciatore italiano in Argentina, ma anche il governatore di una comunità di calabresi (di seconda e terza generazione) grande tanto quanto quella dei Calabresi che sono rimasti in Calabria.

È per questo, ambasciatore, che ha voluto incontrare, recentemente, a Reggio, i vertici del Consiglio Regionale calabrese?

Sì, è una delle prime cose che ho fatto, appena ho assunto il nuovo incarico, ed è stata la prima volta che ho incontrato ufficialmente i vertici della mia regione d’origine. Mi pareva impossibile che, diciamo così, la “madrepatria” della comunità calabro-argentina non avesse consapevolezza di quale potenziale incredibile di uomini e di donne,e tanti di loro, importanti, coraggiosi, in una parola “arrivati” disponesse in Sudamerica. Volevo spiegare ai Calabresi di qua come sono i Calabresi che vivono in Argentina.

E come sono, ambasciatore? Lo spieghi a noi. E intanto: hanno consapevolezza delle loro origini? Consapevolezza?

Orgoglio, direi. Basti dire che ci sono in Argentina una settantina di associazioni di Calabresi. Si cercano, s’incontrano, fanno lobby, anche. Vuol dire che, nonostante appartengano, com’è ovvio, a generazioni diverse (i primi son partiti alla fine dell’ottocento e l’esodo non si è mai fermato) hanno bisogno come il pane di identità, di riconoscimento reciproco, di memorie condivise.

Contano, i Calabresi in Argentina? Sono arrivati a posizioni di comando, in economia, nella cultura, in politica?

La comunità è grossissima. C’è di tutto, naturalmente… le basti sapere che il governatore di Buenos Aires si chiama Macri, è di origine calabrese e certamente l’accento lo ha perso per strada, magari è suo parente… Magari un calabrese emigrato nell’”America sbagliata”. Lo sa, la definì così uno della mia generazione che sognava i grattacieli e i music hall e si trovò ai confini della pampa… No, l’Argentina non era, non è l’America sbagliata. È un paese modernissimo e in grande, grandissima crescita…

Torniamo ai Calabresi di laggiù. Quali sono i loro modelli culturali?Che idea hanno della Calabria, di quello che hanno lasciato, dei luoghi da dove son venuti i loro padri?

Questo è il vero problema. Lo scollamento totale tra la Calabria vera, con i suoi problemi e le sue eccellenze e l’idea che loro ne hanno. È un problema generale, non solo dei Calabresi. Gli Italiani, lì, hanno l’idea di un’Italia che non è. I calabresi, poi, si nutrono di nostalgia, tarantelle e luoghi comuni… in fondo non sanno niente della Calabria e neanche dell’Italia…

Che senso ha, allora, che chi ne ha diritto voti da lì per la Camera e per il Senato italiani? Oltretutto dopo gli scandali e le contestazioni sul voto degli Italiani all’estero?

Non è mio compito decidere se il voto per loro si traduca in una forma effettiva di democrazia. So che in Argentina il bacino elettorale è di quasi mezzomilione di persone… sono numeri imponenti, non solo dal punto di vista organizzativo: una realtà imponente.

Che cosa si può fare per costruire un dialogo tra Calabria e Argentina?

Tutto. È tutto da costruire. E a chi questo dialogo potrebbe giovare? Sia alla Calabria che all’Argentina. Ma soprattutto alla Calabria. Vede, è come se la Calabria avesse al di là dell’Oceano una riserva preziosa, economico e culturale, che in qualche modo le appartiene, ma che è come congelata, che non sa o non vuole sfruttare…

Da dove si comincia?

La base già c’è, ed è nei fatti. Si chiama vicinanza culturale: stessa lingua, stesse tradizioni, stessi valori d’appartenenza… è la leva più potente per qualunque discorso comune, anche economico….

Poi?

Poi occorre una strategia… Che non può non partire dalla Calabria… Sì, e gli strumenti ci sono già. Non quelli della cooperazione classica, perché l’Argentina è un paese ormai troppo ricco, ma quelli dello sviluppo del sistema produttivo locale. C’è un progetto bell’e pronto, che si chiama FOSEL, tagliato apposta per rafforzare le piccole e medie imprese delle province di Buenos Aires, Santa Fé, Cordoba e Mendoza, finanziato per il 70% dal Ministero degli Affari esteri e per il 30% dalle Regioni. Non dallo Stato centrale, ma dalle Regioni. È già partito, sta cominciando a funzionare.

Quali sono le regioni coinvolte?

Saranno sei o sette… capofila è il Friuli Venezia Giulia…

E la Calabria?

La Calabria non c’è. Pare incredibile, ma non c’è. Eppure avrebbe tanto da dire e da dare. Perché il Progetto FOSEL ha l’obiettivo di costruire l’identità territoriale, la coesione sociale, l’associazionismo imprenditoriale, la ricerca di obiettivi comuni in termini d’innovazione, design, controllo di qualità e gestione d’impresa e l’allargamento dell’interscambio con altre realtà istituzionali e produttive. Insomma, tradotto in termini semplici tutto questo significa formazione, formazione e ancora formazione. Il campo è sterminato. Questo vuol dire che non occorrono grandi investimenti, ma progetti. E uomini e donne che “sanno”, che hanno studiato. E dire che le nostre università continuano a sfornare laureati e ad esportare cervelli…

A proposito di università. Lo sa che l’Università di Bologna ha una sede staccata a Buenos Aires? Com’è possibile che in un momento di forte internazionalizzazione-globalizzazione del mercato, la nostra regione si limiti più o meno ad aprire sedi di rappresentanza all’estero oppure a organizzare manifestazioni paranostalgiche che lasciano il tempo che trovano?

Forse sta proprio a voi diplomatici, anche, il compito di stimolare, proporre, progettare… Sì, il Governo vuole da noi anche questo. E va in questo senso l’incontro che ho avuto con i vertici del Consiglio regionale calabrese, il primo in più di trent’anni di lavoro diplomatico.

E allora, un giudizio di quell’incontro?

Mah… vedremo i fatti.

E lei, ambasciatore, in Calabria ci torna spesso?

Poco, troppo poco. Una volta ogni due anni, e prevalentemente a Reggio, dove ho ancora dei fratelli, e dove mi capita di scoprire pezzi della città che da ragazzo non “vedevo”. Per esempio il quartiere intorno ai palazzi pubblici del centro: bellissimo, tutto dell’inizio del Novecento, un gioiello. Era a due passi dal Liceo Campanella che ho frequentato e non mi ero accorto di quanto fosse straordinario. E il resto della Calabria, che purtroppo conosco pochissimo… sono stato per la prima volta a Roccella Jonica in luglio: un incanto… il mare, il castello, un incanto. Dovrei impararla anch’io questa Calabria… in quarant’anni è così cambiata…e anch’io. E forse è questo il momento o forse da così lontano, se si hanno gli occhi giusti, questa Calabria si può vedere meglio…

 

ITACA n.11