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La mia vita e l’olocausto

Storie

Un incontro casuale con un uomo gravemente ammalato e a ritroso la scoperta di una storia anche familiare.
Così è nato l’interesse di Maria Lombardo per l’Olocausto ed in particolare per il Campo di Ferramonti di Tarsia.
Da qui l’impegno perché soprattutto i giovani sappiano.
E i convegni sul tema, organizzati finora negli Stati Uniti, sono già quarantaquattro

Maria Lombardo

Il mio interesse per l’Olocausto è nato, quando ho incontrato un uomo, Ivo Herzer, che aveva vissuto in Jugoslavia, durante le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento. Molti di quelli mandati in Italia, sono stati salvati e il papà fece promettere ad Herzer che se la loro famiglia si fosse salvata, lui avrebbe dovuto raccontare la bontà dimostrata dagli italiani.

Nel sentire questa storia, allora lavoravo alla NIAF (l’Organizzazione Italo Americana che ha sede a Washington), ricordai che anche mio padre era stato internato in un campo di lavoro della Jugoslavia in quello stesso periodo. Herzer mi disse che era ammalato gravemente e non aveva molto da vivere. La sera stessa ne parlai a mio padre e lui mi raccomandò di aiutare Herzer e ha insistito perché lo facessi.

Durante la seconda guerra mondiale mio padre era partigiano, e i partigiani avevano aiutato gli ebrei in Jugoslavia. Io non conoscevo la storia di mio padre perché lui mi diceva che dovevo pensare al futuro e non al passato. Aiutare il signor Herzer era, quindi, per me doppiamente interessante perché come figlia volevo capire mio padre e come educatrice, nello stesso tempo, volevo imparare ciò che era successo in quel periodo. Dissi a Herzer che potevo scrivere un progetto e chiedere dei fondi al National Endowment for the Humanities per organizzare dei convegni sull’argomento. Il progetto fu accettato e così organizzai il Primo Convegno Internazionale presso l’Università di Boston. Vi parteciparono molte personalità tra cui l’italo americano John Volpe, Governatore del Massachusetts e ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, che m’incoraggiò a continuare. Sull’onda del successo presentai un progetto per altri nove incontri ed ho continuato fino a realizzarne, ad oggi, quarantaquattro, tutti riportati sul mio sito web www.niacs.com e altri due sono già in programma per la prossima primavera. Un successo segnato anche dal coinvolgimento in sintonia reciproca delle comunità ebraica e italiana.

La storia di mio padre, di Herzer e tanti altri che hanno vissuto quel dramma, continua a rivivere in ogni incontro. Nei convegni ho sempre parlato della vicenda di mio padre e tanti mi hanno chiesto di scriverla, ma qualcosa mi bloccava.

Dopo aver organizzato venti convegni, decisi di tentare, ma non sapevo da dove cominciare e poi, un giorno, mentre camminavo verso l’ospedale dove mio padre era ricoverato per un infarto, ho deciso d’incominciare da lì.

Ho scritto con l’aiuto della mia famiglia e parlando con mio padre che tanto, con il suo comportamento, aveva influito su ciascuno di noi figli. Ci sembrava che non avesse senso il fatto che ci sollecitasse continuamente a studiare perché non avevamo molto tempo… Poi, appresa la sua storia, ne capii il significato: se lui non avesse conosciuto il greco e non si fosse sforzato di parlarlo, mentre si nascondeva in Grecia, sicuramente non ne sarebbe uscito vivo. Partecipando ai convegni e ascoltando ciò che raccontavano i sopravvissuti, compresi l’angoscia indicibile che tormentava mio padre e che la notte non lo lasciava dormire.

Mi ricordo che da bambina lo senti vo urlare e piangere e non c’era niente che potevamo fare per aiutarlo e il giorno dopo non se ne parlava. Rimaneva, così, un grande vuoto. Mio padre, come membro della Resistenza Internazionale contro i nazisti, ha fatto delle cose straordinarie, però, lui diceva che aveva fatto quello che qualsiasi persona doveva fare per l’umanità.

Il titolo che ho dato alla storia è Un Campo senza pareti. Non è stato facile scriverla perché ho voluto mettere insieme la storia dell’Italia, durante la seconda guerra mondiale, e intrecciarla con la storia personale di mio padre, aggiungendo anche il suo diario. E scrivendo il libro ho avuto modo di scoprire tante cose, anche d’avere una sorella in Grecia.

Sento, però, di non aver completato il racconto… Considero una missione intrapresa per mio padre e per Herzer affinché, soprattutto i giovani capiscano cosa significa rischiare la propria vita per gli altri, ma è servita anche a me perchè mi ha aiutato a capire di più me stessa. Ho già pronta la sceneggiatura per un film, tratta dal libro, che pubblicato in America, vorrei far conoscere in Italia e sarebbe un pò come completare la mia missione se le storie che i sopravvissuti mi hanno affidato, fossero raccontate anche in un film. Avendo lavorato con The United States Holocaust Memorial Museum di Washington e il Museo di Ferramonti e vedendo quante persone vanno a visitare questi luoghi, ho capito quanto è importante, per costruire un futuro migliore, non dimenticare il passato. Ricordare è un obbligo che tutti hanno verso l’Umanità.

ITACA n. 5