Comunità all’estero, ricchezza incompresa

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La Regione Calabria nel rapporto con le comunità emigrate manifesta un vero e proprio ritardo culturale nel sottovalutare uno strumento prezioso di promozione della regione e dell’Italia nel mondo 

Massimo Vivarelli

Le associazioni all’estero dell’emigrazione calabrese sono in fermento. Nonostante sia stata promulgata la legge 54 che unifica ed aggiorna tutte le norme precedenti relative al rapporto con la Regione Calabria, crea, in particolare, profonda irritazione la mancata risposta alla richiesta di convocazione della Consulta dell’emigrazione, prevista peraltro dalla stessa legge.

Ad incrementare il malessere, l’articolo di un quotidiano regionale, disinformato e maldestro, che ha indicato la Consulta come organismo assolutamente inutile e dispendioso.

In realtà, invece, il problema di fondo è l’insignificante dotazione budgettaria della legge che a fronte di un complesso programma d’interventi, stanzia appena 250mila euro da condividere con la Fondazione Calabresi nel Mondo, ormai, però, in via di definitiva liquidazione.

Ma volendo andare alla radice vera del malessere è la netta percezione da parte delle comunità emigrate di un sostanziale disinteresse verso di loro della Regione, Giunta e Consiglio. E a questo proposito c’è da registrare un vero e proprio ritardo culturale delle istituzioni regionali. Il politologo di Harvard, Robert Putnan, nel suo classico studio sul sistema regionale italiano, ha incluso l’associazionismo tra i principali indicatori del grado di sviluppo di ciascuna regione. Illuminante a questo proposito l’intervento, in un recente convegno, di Franco Narducci, Presidente dell’Unione nazionale associazioni d’immigrazione ed emigrazione (UNAIE) e nella passata legislatura vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.

«Gli italiani, da quando sono iniziati i flussi migratori – ha affermato Narducci – hanno formato immediatamente associazioni, per prime di mutuo soccorso, a seguire quelle ispirate alle più diverse ragioni sociali: appartenenza regionale, diffusione della lingua e della cultura d’origine, ricreative, musicali… Se non ci fosse stato l’associazionismo, i legami con la madre patria avrebbero seguito la sorte toccata a tante altre etnie, ossia il lento diradamento e un inesorabile melting pot seguito dall’oblio delle origini. Il fatto invece che tanti migranti di buona volontà abbiano sacrificato il loro tempo libero a coltivare i rapporti con i connazionali è servito a tenere vivi i legami e ha regalato all’Italia un patrimonio di opportunità economiche e culturali accanto alla possibilità di tenere continuamente conto delle esigenze dei concittadini all’estero grazie alla pressione che esercita il mondo dell’associazionismo sulle istituzioni. Infatti, se si fosse lasciata la gestione del rapporto con i concittadini ai soli uffici italiani all’estero, questo si sarebbe inaridito e deteriorato».

Partendo da queste considerazioni Narducci ha sottolineato che «male fanno lo Stato e le Regioni a ridurre o a eliminare le poche risorse finanziarie a favore dell’associazionismo italiano all’estero. Se è vero che non tutte funzionano come dovrebbero e se molte organizzazioni – come da qualche parte è denunciato – ostacolano addirittura la corretta espressione del voto italiano all’estero, il sistema nel suo complesso garantisce una stabile presenza italiana nel mondo. Essa per giunta è assai meno costosa di tante missioni e iniziative italiane all’estero, pubbliche e private, che presentano un carattere di sporadicità e di casualità il cui effetto il più delle volte cessa col ritorno in patria.

«Per questo è auspicabile che il sostegno dell’associazionismo italiano all’estero (tra l’altro l’unico al quale legalmente non possono muovere obiezioni i governi locali) sia fatto rientrare dallo Stato italiano nel capitolo investimenti, come lo sono gli interventi a sostegno del lavoro, dell’economia e del mantenimento del patrimonio ambientale e culturale».
ITACA n. 20