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Il Culto della bella figura umana

Calabria nel mondo - In primo piano - Ieri/Oggi
Così Claudio Strinati, autorevole critico e storico dell’arte, ha definito l’opera pittorica di Francesco Cozza. L’artista, probabile parente di Tommaso Campanella, partì giovanissimo da Stignano trovando accoglienza a Roma presso i Minimi di S. Francesco di Paola, titolari della Basilica di S. Andrea delle Fratte, ancora oggi punto di riferimento per la comunità calabrese nella capitale.

Maria Frega

 Nato al margine meridionale della nostra Penisola e vissuto in un’epoca poco prodiga di documenti: dell’esistenza di Francesco Cozza, pittore calabrese del XVII secolo, non si sa molto, nonostante i legami con due immensi contemporanei – Tommaso Campanella, di cui pare fosse cugino, e Mattia Preti, con cui condivise l’adesione allo stile dagli echi caravaggeschi. Francesco Cozza era nato a Stignano (oggi in provincia di Reggio Calabria) nel 1605. Le notizie che risalgono alla giovinezza restano scarse e incerte fino al primo documento che attesta, nel 1631, il suo arrivo a Roma, come apprendista nella bottega del Domenichino. Un’occasione unica, poiché il grande maestro bolognese, in quel periodo, beneficiava d’importanti commissioni. Nell’intensa produzione artistica voluta dagli ambienti ecclesiastici e nobiliari, Francesco Cozza mosse i primi passi soprattutto grazie all’ospitalità dell’ordine calabrese dei Minimi di San Francesco di Paola, nella parrocchia di Sant’Andrea delle Fratte. Il legame con il Santo e con la Calabria, nel cuore del centro storico romano, è tuttora saldo: Sant’Andrea, oggi Basilica, resta il punto di riferimento per i pellegrini e per un’ampia parte della comunità calabrese che continua a riunirsi per la messa domenicale e le per attività sociali guidate dai Minimi.

Tornando a quattro secoli fa… Cozza restò a Roma per pochissimi anni, sempre a fianco del mentore emiliano. Lo seguì anche Napoli, quindi a Frascati, per ritornare infine a Roma poco prima della morte, avvenuta il 13 gennaio del 1682.

Poco altro si conosce della sua biografia. Quanto alle opere: errate attribuzioni, perdite e colpevoli trascuratezze non hanno aiutato a chiarirne i meriti e le fortune.

I primi dipinti, secondo i critici, riflettono lo stile classicista delle scuola emiliana del Domenichino: lo si ravvisa proprio nel Ritratto di Tommaso Campanella. Il dipinto, che oggi appartiene alla Collezione Caetani, è collocato nel castello del borgo laziale di Sermoneta. Una visita che merita: il filosofo, ritratto frontalmente, è stato colto da Cozza con un naturalismo davvero interessante, senza dubbio caravaggesco. La stessa ispirazione caratterizza un altro soggetto giovanile, custodito nel Duomo di Segni (sempre nel Lazio): L’incredulità di San Tommaso.

Entrambe le opere furono temporaneamente raccolte, insieme con molte altre, a Roma nel 2007, a Palazzo Venezia. L’esposizione “Un calabrese a Roma tra Classicismo e Barocco”, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e promossa dal Comitato nazionale per le celebrazioni del IV centenario della nascita dell’artista, restò aperta al pubblico per due mesi e fu, dunque, l’unica occasione per apprezzare in un grandioso colpo d’occhio la prestigiosa produzione del pittore di Stignano.

I curatori, Claudio Strinati, Rossella Vodret e Giorgio Leone, allestirono un percorso con ventidue opere. Fra queste, spiccavano senza dubbio i ritratti sacri, in particolare quelli dedicati a Maria: la Madonna del Riscatto e quella con il bambino tra i Santi Gioacchino e Anna, giunte rispettivamente dalla chiesa romana di Sant’Egidio e da Montalcino. Nel percorso espositivo, inoltre, ci fu l’occasione per confrontare per la prima volta le tre versioni della Fuga in Egitto, in altrettante tele restaurate.

C’è da dire che la conservazione dei dipinti di Francesco Cozza non è stata quasi mai impeccabile: i ritrovamenti in condizioni di abbandono e i poco rispettosi rimaneggiamenti su diversi soggetti, testimoniano una chiara sottovalutazione della sua produzione. Per dirla con le parole della curatrice Vodret che a sua volta citava sir Dennis Mahon, Cozza fu a lungo ritenuto un “artista cestino, un artista, cioè sul quale si scaricano i dipinti che non si riesce ad attribuire ad altri”.

Nell’occasione della mostra a Palazzo Venezia, che fu allestita anche con il sostegno della Regione Calabria, per la prima volta, il valore della produzione di Cozza sembrò accostabile a quello di Mattia Preti. Più maturo e dal tratto inconfondibile e definito, l’artista di Taverna potrebbe essere definito oggi una star rispetto a Cozza, che lo storico Passeri tratteggiò semplicemente come persona dal carattere “intelligente e studioso”.

Laborioso e umile, quindi. Forse un po’ sfortunato ma degno di attenzione.

Seguire in un ipotetico tour le sue opere, al di là dell’evento di sette anni fa, non sarebbe semplice: da Roma a Napoli, dai borghi laziali alla Val d’Orcia, fino in Puglia, a Molfetta. Ancora più arduo, per i critici, accedere ai suoi scritti, tra i quali spicca un trattato sulla prospettiva.

Riscoprire e valorizzare le idee e le opere di Francesco Cozza potrebbe essere una sfida avvincente per i giovani studiosi e ricercatori, soprattutto calabresi. Secondo Claudio Strinati, infatti, il segno dell’artista svela influenze “eminentemente meridionali”, così forti da resistere anche alla moda prepotente del barocco romano.

“Cozza – prosegue Strinati – mantiene vivo un modo di fare che giunse a influenzare profondamente le generazioni successive”, attraverso il “culto della bella figura umana” e il “felice rapporto tra i personaggi e il paesaggio”. Da queste parole, potrebbe rinascere l’attenzione verso Francesco Cozza, figura gentile, la cui opera svela, in controluce, la dignità e la nobiltà del calabrese che s’impone fra i giganti solo per le doti racchiuse nel suo animo.

ITACA n. 27