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Il Bagnarote

Calabria nel mondo - Storie
Storia di un giovane pescatore che lasciò Bagnara dopo il terremoto del 1908 e mai più poté tornare dall’Argentina, conservando per tutta la vita lo struggente ricordo del suo mare

Julio Croci

Tutto cominciò lì, nella città di Bagnara Calabra, dove il mare lambisce questa magica città, culla di miti e leggende marine, storie di pescatori, vecchi lupi di mare e canti di sirene. Fra queste montagne che si tuffano nel mare, nacque la nostra storia, nacque mio bisnonno.

Francesco, figlio di padre pescatore e madre sarta, visse i suoi primi anni tra reti, boe e imbarcazioni, così come oggi le vediamo ormeggiate sulla spiaggia.

All’alba i pescatori si addentravano in mare ed il piccolo Francesco li accompagnava nell’avventura. Nei mesi di maggio e giugno la pesca era del pescespada, da sempre realizzata in forma artigianale. Sulle barche, con una grande passerella sulla prua e un belvedere su un alto pennone, i pescatori avvistano il pescespada e lo inseguono fino ad arpionarlo.

La vita di Francesco fu piena di molta allegria come di molta tristezza. Nel suo ritorno verso la caserma militare dove era stato chiamato a compiere il servizio militare dopo aver visitato la sua famiglia a Bagnara, il 28 dicembre del 1908, la Calabria tremò terribilmente. Anche a Bagnara si produssero grandi danni e i morti furono tantissimi.

Francesco tornò immediatamente indietro preoccupato per i suoi genitori. Li trovò immobili sulla porta di casa, travolti dalla caduta di una trave proprio nel momento in cui, al primo tremore della terra, si accingevano ad allontanarsi.

É così che con profonda tristezza decide di emigrare in Argentina assieme al fratello Antonio, raggiungendo altri paesani che si erano stabiliti in gran numero in un nascente paese di fronte all’oceano Atlantico: Quequén.

Lì, dopo un periodo trascorso nel porto di Buenos Aires, comincerà la sua nuova vita. Troverà lavoro nel Ministero delle Opere Pubbliche e vivrà nella casa che occuperà con la sua famiglia per decenni: la Casona de Madera, oggi in prossimità della Stazione Idrobiologica di porto Quequén, edificio di 110 anni di vita.

L’amore legò alla sua vita la mano di María Rosa Colleta, giovane donna di una famiglia anch’essa originaria di Bagnara, molto conosciuta nel paese perchè aiutava coloro che arrivavano alle nostre coste. Nacquero quattro figli: Juan, Ñata, Cholo e Genoveva. Una felicità interrotta dopo un mese dalla nascita dell’ultima figlia quando muore sua moglie a causa di un’infezione. Un amore che nel ricordo durerà tutta la vita.

Difficile fu l’educazione dei figli, ma non smise mai il suo ruolo di padre esemplare.

A partire dal 1928 diventa il sorvegliante del Museo di Scienze Naturali di Quequén dove aiuta i professionisti nel processo di tassidermia degli animali e specie marine che ancora oggi si possono apprezzare nelle sale del Museo. Francesco diventa così l’unico specialista della zona e nello stesso tempo assume anche l’incarico di capitano del battello del Ministero.

Canticchiando le canzoncine di un tempo manteneva viva la memoria della sua terra natale, e la sua consolazione era andar per mare ricordando il mare di Bagnara.

Si spense di colpo, seduto una sera di giugno sul suo sofà, mentre cantava Torna a Surriento, come faceva sempre per ricordare la sua lontana Italia.

Recentemente, nello scorso dicembre, un pronipote di questo pioniere potè conoscere Bagnara. Sono orgoglioso d’essere stato io, perché così ho potuto comprendere l’amore per questa terra di sogni; i discorsi di mia nonna che non capivamo, quando parlava dell’amore per la famiglia, per il lavoro e di questo ricordo struggente e indelebile del mare che bagna le coste che Francesco non potè mai più rivedere.

Le storie dell’emigrazione sono impastate di dolore, sradicamento. Poi arriva l’amore, l’allegria, il lavoro, la nuova vita, e nonostante tanti cambiamenti, l’amore per la terra d’origine è sempre lo stesso, è eterno. Così come lo sentiva questo “calabrés del Quequén”.

Non l’ho potuto conoscere personalmente, però il racconto di mia nonna e di mia madre che oggi lo accompagna in cielo, me l’hanno reso vivo e familiare più che mai.
ITACA n. 6