Zanotti Bianco L’angelo senza ali che vegliava sulla Calabria
23 novembre 2014

Nick Spatari il patriarca

Calabria nel mondo - In primo piano - Storie
In una zona dimenticata della valle del Torbido è sorto un centro d’arte tra i più originali d’Europa: il Museo Santa Barbara. Nik ed Hiske che l’hanno creato aspettano ora una segnale dalle istituzioni regionali che garantisca un futuro certo ad una realtà da consolidare e valorizzare.

Enzo Romeo

Se cercate l’elisir dell’eterna giovinezza andate sulla sponda settentrionale del Torbido, una delle fiumare che graffiano il verdedelle forre aspromontane e corrono luminescenti fino allo Jonio. Prima di giungere al paese di Mammola troverete il Museo Santa Barbara. Chiedete di Nik Spatari e fatevi dare da lui la ricetta. Nik è un artista geniale e solitario, un gigante barbuto che ha splendidamente superato il traguardo degli 80 anni. Sembra un personaggio uscito dall’antico testamento, simile anche nell’aspetto a quei patriarchi a cui spesso si è ispirato. L’ex grangia certosino dove si è ritirato all’inizio degli anni ’70 è stata trasformata in un originale parco museale d’arte moderna. “Uno spirito creativo inquieto ed eretico”, lo ha definito una volta Bruno Zevi. Da bambino perse l’udito durante i bombardamenti alleati su Reggio e da allora i colori divennero il suo linguaggio: cominciò a dipingere sui muri delle case diroccate e dal dopoguerra ad oggi non ha smesso mai di cercare nuove forme espressive.
Da dove trae questa energia? Probabilmente dal fatto che pensa e agisce come se avesse davanti l’eternità. Perciò nel 2008 si è messo a costruire la sua nuova casa. Sorge in cima alla collina del parco e sembra la cabina di comando di un transatlantico che ha già la prua verso il largo. L’ha chiamata La Rosa dei Venti. Spatari si sente l’ammiraglio di una nave che solca il Mediterraneo e fa riemergere i segreti del Mare Nostrum. Come documenta L’enigma delle arti asittite, il libro in cui afferma che il grande flusso migratorio sviluppatosi nell’arco di millenni ha trasferito sulle sponde europee le civiltà asiatiche. I periodi greco, etrusco, romano, bizantino sono solo un effetto-riflesso di questo lungo solco fecondo e generatore.
Non a caso La Rosa dei Venti ha forme geometriche ispirate ai triangoli egizi e agli esagoni dell’oriente antico. Un’abitazione-studio-monumento venuta su in economia, ovvero – come si usa dire oggi – secondo criteri ecologisti, utilizzando materiali di riporto recuperati sul posto: pietre dell’antico complesso certosino o prese negli alvei del Torbido e del suo affluente Neblà. E poi, travi e legname dei vicini boschi, messi a contrasto con ceramiche colorate regalate a nick d una ditta tedesca.
Dopo quasi quarant’anni, dunque, Nik e Hiske Maas – la sua inseparabile moglie-manager olandese – lasciano la loro prima dimora. Vi arrivarono col vento della beat generation, a bordo di un pullmino Volkswagen che sembrava uscito dal set del film Hair. Quella casa non era altro che un casello dismesso delle Ferrovie Calabro-Lucane. L’artista e la compagna lo occuparono e lo trasformarono in uno spazio ispirato all’architettura di Le Corbusier, che Spatari aveva conosciuto nel suo errare tra Parigi, la Svizzera e Milano. La scelta di ritirarsi nell’”eremo” di Santa Barbara fu dettata dall’idea di trasformare in luogo creativo un pezzo della terra dove Nik è nato e di cui è innamorato. Per questo ha pagato il prezzo di un parziale oblio, lontano da quei circuiti d’arte che si contendevano le sue tele dagli impareggiabili colori, capaci di trasfondere in linee moderne la forza primigenia. A Santa Barbara Spatari ha fatto fiorire il deserto. Ha spazzato via i rovi, ha innalzato gruppi scultorei, scoperto resti romani e bizantini. Ha perfino fatto deviare il corso della superstrada Jonio-Tirreno, vincendo un’epica battaglia con l’Anas e la burocrazia.
Una zona dimenticata e in abbandono è divenuta un centro d’arte tra i più originali d’Europa, sebbene ancora poco conosciuto e valorizzato. Su una superficie di circa settantamila metri quadri sono distribuite opere di artisti di tutto il mondo. Ma soprattutto sorgono le invenzioni artistico-architettoniche di Nik. Oltre al casello-alloggio, va citato il Camaleonte, una struttura concepita originariamente come sala incontri e mensa. O la foresteria, costruzione tra le più recenti, che serpeggia tra il verde, arricchita da un enorme mosaico ricco di colori e di rimandi storici, mitologici e religiosi. Capace di oltre venti posti letto, la foresteria è concepita per ospitare artisti e studiosi, ma anche visitatori interessati all’arte. Di fronte c’è una scultura di ferro battuto alta 15 metri intitolata L’Ombra della Sera. Ma l’opera più ardita rimane Il sogno di Giacobbe, 112 metri quadrati di dipinti su sagome di legno, applicate al soffitto e alle pareti dell’antica chiesa del complesso di Santa Barbara, di probabili origini paleocristiane. Un lavoro per molti versi autobiografico, perché l’artista si riconosce nella vicenda insieme drammatica ed esaltante del figlio di Isacco, tanto da dare a Giacobbe il proprio volto e a quello dell’amata Rachele il viso della sua compagna Hiske.
Secondo l’Esodo Giacobbe ebbe settanta figli ma solo uno, Giuseppe, fu il prediletto. Anche Nik e Hiske, come Giacobbe e Rachele, vorrebbero avere una discendenza. Per questo sono pronti a lasciare la Santa Barbara Art Foundation alla Calabria – figlia prediletta – perché diventi un parco artistico regionale

 

 

. chiara ed inequivocabile: “rivitalizzare, dal punto di vista economico, sociale e culturale, il centro storico, portando in città il Rettorato e la Facoltà di Giurisprudenza; centro storico troppo spesso ignoto agli studenti pendolari e ai docenti che giungono da fuori”. Proposta raccolta al balzo dal neo-Rettore dell’Università “Magna Graecia”, Aldo Quattrone che ha offerto di collaborare con l’amministrazione comunale al fine di favorire la conoscenza e la salvaguardia del patrimonio cittadino. A questo punto la discussione è ricaduta sul corpo docenti e sugli esponenti principali del mondo politico e universitario catanzarese, delineandosi tre fazioni: i favorevoli, i parzialmente favorevoli e gli scettici. Auspicabile il trasferimento per il consigliere comunale Marco Polimeni, studente tra l’altro della Facoltà in questione. “Ottima sarebbe l’ipotesi di far diventare Palazzo Fazzari sede del Rettorato, mentre l’ex Ospedale Militare potrebbe ben ospitare l’intera facoltà di studi giuridici, consentendo all’Università Magna Graecia di accorpare al campus di Germaneto la facoltà di Farmacia, ospitata attualmente a Roccelletta di Borgia, in modo da poter sviluppare a pieno le attività di ricerca medico scientifiche in modo unitario. “Le esperienze alle quali guardare sono quelle positive nel resto d’Italia” afferma Polimeni. “Città di grandezza analoga alla nostra come Padova o Perugia devono gran parte della loro prosperità alla presenza delle sedi universitarie nei rispettivi centri cittadini”. Posizione condivisa in pieno anche dall’associazione universitaria Chavi di lettura: “L’ubicazione in centro cittadino della Facoltà di Giurisprudenza assieme ad un potenziamento dell’Accademia delle Belle Arti garantirebbero uno sviluppo armonico della città capoluogo di regione e al tempo stesso consentirebbero un notevole impatto dal punto di vista economico. Non è possibile ritenere che tutto ciò che porta ricchezza ad una città deve essere localizzato in aree periferiche e non è possibile ritenere Germaneto l’unica area cittadina in cui investire”. Donatella Monteverdi, ricercatore di Diritto Romano e delle Antichità, è orientata favorevolmente “a condizione che si comprenda che il trasferimento in centro non può costituire soltanto un cambiamento di contenitori, quasi che la comunità accademica fosse uno ‘strumento’ per risolvere i problemi d’indubbia decadenza della città. Significa, invece, pensare al trasferimento come miglioramento delle condizioni generali di vita degli studenti nel contesto cittadino; cosìda soddisfare quei bisogni fondamentali di servizi ancora non risolti del tutto (parcheggi, alloggi, centri di aggregazione, biblioteche…)”. Sulla stessa linea Pietrantonio Ricci, professore ordinario di Medicina Legale. “D’indubbia utilità lo spostamento di qualche corso di laurea come Giurisprudenza, ma a patto che il Comune (e la Provincia) garantiscano accessibilità, parcheggi, trasporti collettivi, servizi per studenti e docenti. Poi imprenditori e commercianti devono capire che Catanzaro non può essere un paese per vecchi. Quindi dovrebbero attrezzasi per fornire agli studenti strutture d’incontro e di migliore vivibilità. Altrimenti qualunque tentativo è destinato a fallire”. “A Catanzaro”, riflette Luigi Mariano Guzzo, presidente degli universitari cattolici (FUCI) “spesso si rischia di camminare come i gamberi: un passo avanti ed uno indietro. Nell’idea del primo Rettore, Salvatore Venuta, fondatore del Campus che adesso porta il suo nome, la struttura di Germaneto era intesa come una vera e propria cittadella universitaria il cui principio ispiratore è l’integrazione dei saperi. Trasferire Giurisprudenza in centro significherebbe isolarla dagli altri dipartimenti, farne quasi una monade. Invece Giurisprudenza e Medicina potrebbero lavorare insieme, soprattutto sulle nuove frontiere della bioetica. Mediterei su questo aspetto pur restando auspicabile la valorizzazione del centro storico della nostra città”. Secca e contraria, invece, la posizione di Damiano Carchedi, rappresentante degli studenti in seno alla Consulta per l’area giuridico-economica. “La proposta di trasferire la facoltà di Giurisprudenza nel centro di Catanzaro è da rigettare in quanto significherebbe un ritorno al passato. Il compianto Salvatore Venuta ha lottato sino alla fine per creare una struttura idonea alle esigenze degli studenti, un Campus che fosse l’occhiello del Meridione intero. Non capisco perché inventare nuove aree di parcheggio e servizi di trasporto, quando invece ci si dovrebbe impegnare nel migliorare l’esistente”.Il Rettore Aldo Quattrone replica ricordando che “i poli tecnologici devono necessariamente sorgere lontano dalla città, a differenza di altri tipi di corsi che possono integrarsi con il tessuto urbano”. E rassicura i più scettici: “Non intendiamo smobilitare il Campus, ma potenziare Giurisprudenza implementando nuovi corsi e attività. Il Campus deve vivere il suo sviluppo in piena unità, ma è doveroso collaborare affinché docenti e studenti possano integrarsi al meglio con il tessuto cittadino”. Vedremo in città un pullulare di studenti con in mano testi di diritto costituzionale, penale, civile? Gli occhi e le menti di molti catanzaresi ormai assopiti nella loro routine quotidiana, ne avrebbero di certo bisogno. Ma questo significherebbe pure che gli atavici problemi, soprattutto della mobilità in città che da sempre affliggono Catanzaro, finalmente, anziché aggravarsi per le nuove presenze, sono stati avviati a soluzione.

ITACA n.14