Perchè l’arbëreshë non si estingua
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Oggi è Natale

Calabria nel mondo - Storie

“Isolina statevi attenta!”

“Che cosa ho fatto maresciallo, ho dato disturbo?”

“No, ma girano strane voci su di voi.”

“Cosa dite? Quali voci? Qui allo Schioppo mi vogliono tutti bene!”

Isolina Diotallevi, raccontano ancora le vicine, era comparsa a Cupanova all’improvviso in una lontana domenica di Pasqua, adolescente e impaurita, stretta alla mano di Rosaria Vergara, detta “providenza”, poiché alla fine di ogni conversazione si rivolgeva ripetutamente al Cielo, dando segni di’mprecazione. Abile cardatrice di lana, Rosaria era afflitta da una disartria che le impediva di esprimersi in modo comprensibile suscitando irritazione e insofferenza.

Viveva nella stessa mia strada in un basso occupato da un enorme telaio che sovrastava un letto poggiato su alti trespoli di ferro battuto e, per quanto apprezzata dall’intero paese per la serietà muliebre e la dedizione al lavoro, veniva sbeffeggiata dai ragazzi del quartiere che accorrevano a frotte al suo passaggio, salvo poi disperdersi in fughe precipitose all’esplosione della sua irrefrenabile collera. Di Isolina si diceva venisse da Napoli, nata da una relazione in tempo di guerra tra un ufficiale americano ed una nobildonna, che, costretta dalla famiglia, l’aveva consegnata alla sacra ruota degli esposti nella chiesa dell’Annunziata.

Era diversa da noi, Isolina. Di modi ispirati da una misurata grazia, taciturna e curata nel vestire, era l’unica ad usare l’italiano, quelle rare volte che parlava, e lo faceva con un tono sussurrato e quasi musicale, accompagnando le parole con una gestualità sobria e sicura che la rendeva ancora più seducente. Era bella e misteriosa, Isolina, e per noi irraggiungibile. Non pochi dei suoi coetanei avevano già iniziato a corteggiarla, inchiodati all’angolo della strada ad occhieggiare in quelle rare volte che si affacciava dal basso.

Tra questi, il più sfrontato era Fausto, figlio di Michelangelo il frantoiano, detto l’attore per via di una vantata somiglianza con Robert Taylor, uno dei nostri eroi, forte e coraggioso protagonista di Quo vadis e Ivanhoe. “Isolina, ve lo ripeto, statevi attenta. Tutto lo Schioppo sa che vi vedete di nascosto con qualcuno che pensa di essere all’America e non a Cupanova. Ve lo sto dicendo come un padre, perdonatemi, che vi manca: mia madre ripeteva sempre che prima del danno ci vuole avvertenza, ma dopo il danno soltanto pazienza.”

A quelle parole Isolina si incupì e un velo d’inquietudine l’avvolse. Cosa aveva voluto dire il maresciallo e come aveva potuto sapere dei suoi incontri con Fausto in quello scomodo rifugio di lamiere al fiume? Iniziarono giorni di oscuri presentimenti e di pena, confinata in quello spazio soffocante e rumoroso. Entrava ed usciva di casa nervosamente, arrivando fino all’incrocio con lo stradone per scrutarne l’orizzonte, come un piccolo animale ferito in cerca di una via di fuga. Avrebbe voluto correre da Fausto per abbracciarlo ed essere rassicurata.

Perché non era ancora tornato da Amalfi e fino a quando sarebbe durata la vendita di olio, agrumi e calce? Quante volte le aveva promesso di portarla con sé lontana da quella prigione, a Napoli, magari, per cercare sua madre! E del loro incontenibile segreto che ne sarebbe stato?

Rosaria, inchiodata al telaio, osservava sbigottita l’esasperato atteggiamento della ragazza e avrebbe voluto chiedere, sapere, ma le sue parole impastate e incomprensibili irritavano ancor di più entrambe. Solito a sedere verso sera sul gradino di casa, avevo notato l’affannata agitazione di Isolina e ne parlai candidamente con mia madre, che senza smettere di travasare il latte dal bidone di alluminio, rispose seccamente: “ fa mali cosi!”

E mentre tornavo dalla consegna dello stesso latte in misere case del quartiere ebbi un sobbalzo di felicità e stupore vedendo Isolina avvicinarsi a me all’angolo della strada.

”Sei Ciccio, tu”? disse a bruciapelo.

”Perché ti chiamano Lumumba?”

“Non lo so”, risposi arrossendo, “forse perché sono scuro di pelle come Lumumba, che però è nero”.

“Chi è Lumumba?” domandò sorpresa e non mi parve vero rispondere subito e in modo esauriente. Poco interessata a Lumumba, sembrò invece incoraggiata dalla mia disponibilità nei suoi confronti e appoggiandomi la mano sulla spalla mi chiese: “conosci Fausto, l’attore? Mi faresti un favore?”

Per diversi giorni lo cercai, fino a quando la domenica pomeriggio non comparve al cinema per la proiezione de I cavalieri della Tavola rotonda, con Robert Taylor e Ava Gardner di folgorante bellezza. Più tardi, raccontando una bugia a Rosaria, che mai ci aveva visti insieme, accompagnai Isolina all’appuntamento serale nel piccolo campo di famiglia dove Fausto la stava già aspettando. Vidi per la prima volta abbracci e baci neanche lontanamente immaginati e preso dallo stupore mi allontanai per raccogliere smunti melograni, restando però attento a quella straordinaria novità. Isolina non riusciva a frenare la sua agitazione, piangeva senza ritegno, si asciugava le lacrime, singhiozzava, tornava ad abbracciare Fausto e poi di nuovo a piangere sulla sua spalla. Ne invocava il nome come di una divinità da cui attendesse la grazia. “Perché non mi hai dato tue notizie per tutti questi giorni, perché? Non ne posso più di quella prigione e di quel maledetto telaio! Hai parlato con i tuoi genitori? Hai detto di noi?”. A quest’ultima domanda Fausto si irrigidì, staccandosi da Isolina con gesto insofferente. “Mio amore, mio amore – riprese Isolina – cosa mi stai nascondendo? Non capisci che il nostro segreto ha segnato per sempre il nostro destino? Rispondi, rispondi!” urlò mostrando i pugni con tono minaccioso. Si era fatto buio, lampi insistenti illuminavano la montagna e poco distante furiosi latrati di cani ne annunciavano il minaccioso arrivo.

Ero terrorizzato. “Mia madre non vuole”, intervenne finalmente Fausto e quelle poche rassegnate parole trasformarono Isolina in una belva furibonda. “Perché non vuole? E nostro figlio, che ne sarà di nostro figlio? Sarà anche lui come sua madre, orfano e figlio di enne enne?” “Io ti voglio bene“, cercò di rabbonirla, Fausto, “ma non è semplice per me oppormi a mia madre”. “Tu non sei Fausto, ma il contrario. Tu non sei l’attore dei miei sogni, ma una gurneda, come ti chiamano i ragazzi! Non è vero, Ciccio?”, girandosi verso di me con un sorriso che cercava pietà più che condivisione. Fausto rivolse a tutti e due uno sguardo pieno di odio e si allontanò nel buio. Il ritorno verso casa fu per me un vero e proprio calvario. Non c’erano né luce né luna ad illuminare il cammino, e la pioggia, il fango e Isolina in lacrime, divennero tutt’uno, precipitandomi in un diluvio interiore, i cui argini residui crollarono del tutto davanti allo sguardo sgomento di Rosaria.

Furono giorni convulsi. Isolina non mi dava tregua, aspettandomi ogni giorno all’angolo della strada alla mia uscita da scuola per inviare messaggi al suo innamorato. Dicembre era arrivato, alternando giorni di freddo intenso e pungente a pioggia a dirotto, grandine e nevischio, che mi sorprendevano in giro per il paese alla ricerca di Fausto. Pur in quell’ansioso vagare, aspettavo Natale come un periodo di felicità. Finalmente avremmo potuto nel nome di un bambino trovare sollievo e riparo dalla malvagità del mondo, stare in casa raccolti aspettando con fiducia la notte radiosa di conforto e di quiete. E fu proprio al suo indomani che, uscendo per andare a messa, vidi il maresciallo discutere con quella che sentivo essere ormai mia amica. “Isolina, cosa avete fatto?” “Maresciallo, doveva finire così.

Il mio cuore era straziato e ho dovuto rendere il suo simile al mio. Finalmente sono riuscita ad incontrarlo nella nostra baracca di lamiere. Fausto continuava a desiderarmi e a farmi promesse, ma io sentivo che c’era un solo modo di trovare pace, per me e per lui. Siamo stati insieme e quando, appagato, si è disteso al mio fianco, il suo cuore è diventato quello della Madonna addolorata.” Ma il coltello non c’era più nella baracca quando abbiamo ritrovato il suo corpo!” “È in casa, maresciallo, ho dovuto tagliare la carne per il ragù. Lo sente questo profumo? Oggi è Natale, è festa!”

Si allontanarono insieme con passo disteso di padre e figlia, mentre le campane di Natale inondavano di gioia il paese. Dal quel mattino ho atteso dentro me il suo ritorno dal carcere per rivederla nella vecchia casa allo Schioppo. Così, ogni anno, il giorno di Natale, Isolina, ormai anziana, al suono delle campane, è la mia prima visita augurale. “Isolina, sono venuto a trovarvi. Oggi è Natale, è festa!” e con gli occhi inondati di lacrime mi abbraccia per un tempo infinito e lontano, come ancora fossi il bambino di allora.

ITACA n. 31