Vivere con nostalgia tra due patrie lontane
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14 aprile 2017

Questa è la mia storia

Calabria nel mondo - Storie

La Consulta si è conclusa e mi ritrovo in auto verso l’aereoporto di Lamezia con tre compagni di viaggio. Il prof. Domenico Loschiavo rientra a New York, Tommaso Ferraro a Lilla, in Francia, Maria Zangari a Genk, in Belgio. La conversazione tende a conoscerci meglio, ma piano piano prende il sopravvento il racconto di Maria, incalzata, a dire il vero, dalla nostra curiosità per la sua storia di emigrata fin da piccola in Belgio, al seguito del padre minatore. Maria racconta passaggi anche assai tristi della sua esperienza, ma mi sorprende la sua serenità. E quando arriviamo a Lamezia, le si fa incontro suo figlio, adottato in tenerissima età. Ora è un bel giovane, è indiano, e l’accompagna sua moglie conosciuta in vacanza in Calabria. Non vuol saperne di tornare in Belgio perché dice “mi sento e sono calabrese come la mia mamma”. Vai a capire… Beh, ho chiesto a Maria di scrivere per Itaca la sua storia. Si è schernita, ha tergiversato, ma alla fine ha accettato offrendoci uno spaccato di vita che fa capire dell’emigrazione più di tanti trattati.

Antonio Minasi

 Maria Zangari

È il 1953. Mia madre decide di riunire la famiglia in Belgio (senza chiedere l’opinione dei quattro figli) dove papà era emigrato da cinque anni per mancanza di lavoro a S. Giorgio Morgeto (RC), il nostro paese. Aveva scelto di andare a lavorare nelle miniere di carbone. A quell’epoca era avvenuto uno scambio tra Italia e Belgio: operai in cambio del carbone.

Papà non voleva che mamma venisse in Belgio perché diceva che la lingua era difficile da imparare, che faceva sempre freddo e che anche in Belgio non c’éra un avvenire per i figli, ma mia madre fu irremovibile: “dove vivi tu – disse – voglio vivere anche io con i nostri figli”, e così fu.

Per noi bambini era un’avventura. Andavamo in una terra nuova (la terra promessa!) “tanti giocattoli, cioccolata, caramelle”. Per noi non fu difficile adattarsi, solo un pò di difficoltà con la lingua fiamminga molto complicata (un misto d’olandese, tedesco, inglese), ma andando a scuola, piano piano l’abbiamo imparata; la mamma no, perché lei stava sempre a casa piangendo a maledire il giorno che aveva preso la decisione di emigrare. Diceva sempre, “quando avremo i soldi per il viaggio, ce ne torniamo al nostro paese” dove, fra l’altro, con tanta tristezza avevamo lasciato i nonni che si occupavano di noi piccoli quando mamma andava a lavorare. Quel giorno non è arrivato mai perché papà guadagnava poco, giusto appena per vivere. Sono passati 55 anni e siamo ancora qui, dove sono nati altri due fratelli. Papà è morto sei anni fa di silicosi, la malattia dei minatori; mamma ha 84 anni e ancora non parla la lingua del posto e penso che non abbia ancora la voglia di tornare a S. Giorgio.

Papà è sepolto qui, tutti i figli ci siamo sposati, i quattro maschi sono tutti laureati in ingegneria, le due ragazze, dovendo pensare al proprio avvenire, hanno trovato marito.

Una delle due sono io, Maria. Mi sono sposata all’età di 18 anni. Ho scelto un minatore come papà, un bellissimo giovane (per me), anche lui era emigrato e veniva da Castellaneta, un paese della provincia di Taranto. Dopo il matrimonio sono andata a lavorare in fabbrica perché i minatori non guadagnavano molto e con due paghe si stava meglio economicamente.

Il desiderio era di formare una vera famiglia, ma purtroppo dopo quattro gravidanze andate male decidemmo di adottare un bambino(a), un bambino del terzo mondo, di quelli che proprio non hanno niente e al quale noi potevamo dare amore e affetto come al nostro bambino tanto desiderato.

Ci rivolgemmo a un istituto dal nome promettente, “Seminatori di gioia”. Era il 1977 e nell’aprile dell’anno dopo arriva Marco. Aveva dieci mesi e veniva dall’India, bello, due occhi neri un pò a mandorla, capelli neri ondulati e un sorriso smagliante. Stava bene di salute. La nostra casa si riempì di gioia e quando Marco aveva due anni decidemmo di adottare un altro bambino(a). Dopo un anno è arrivata Veronica, anche lei veniva dall’India, una bellissima

bambina, aveva nove mesi, era un pò malandata, ma dopo pochi mesi si é ripresa e tutti e due crescevano sani e allegri. Eravamo una famiglia completa, finché un giorno, il 25 gennaio del 1998, Veronica colpita da un malore, in un attimo è stata strappata dalle nostre vite. Nessuno rideva più in casa nostra; ci consolavamo l’un l’altro finché arriva quel bel giorno di settembre del 2007…

Dopo l’arrivo dei bambini ho smesso di lavorare per dedicarmi a loro, però, nello stesso tempo, ho cominciato a fare del volontariato ed insieme con i miei famigliari ed amici abbiamo creato l’associazione calabrese A.R.C.E. (Associazione- Regionale-Calabresi-Emigrati). Io sono la presidente e anche la consultrice del Belgio in rappresentanza delle associazioni calabresi esistenti qui. Facciamo delle attività culturali, informative, cerchiamo di conservare le tradizioni della nostra terra e di trasmetterle anche ai nostri figli. Così ho fatto con Marco che fin da piccolo mi segue nelle mie attività e quando qualcuno gli domandava di dov’era, lui diceva “sono calabrese come mamma”.

Ogni anno la mia Associazione organizza delle gite in Calabria. Marco ha sempre partecipato fino a quando, avendo cominciato a lavorare, è rimasto condizionato dalle esigenze del suo datore di lavoro. L’anno scorso, però, le sue ferie sono capitate nel mese di settembre e così ha deciso di venire in Calabria con il gruppo della mia Associazione. Ci siamo recati, per la prima volta, al villaggio turistico di Calaghena (vicino a Montepaone, CZ) e qui l’incontro fatale con Santina, che vi lavorava come fotografa. Lui come la vide mi disse subito “mamma quella ragazza io me la sposo” e fu proprio così. Undici mesi dopo erano marito e moglie.

Marco ha lasciato il lavoro qui in Belgio e ha deciso di vivere in Calabria perché lui dice che appartiene a quella terra che amava da piccolo e adesso con il Grande Amore della sua bella Santina la sua vita è completa.

Mio marito e io siamo rimasti di nuovo soli però nella nostra casa risplende il sole perché abbiamo due ragazzi splendidi che si amano, si vogliono bene e sono felici. Il nostro rammarico è che Marco per il momento non ha un lavoro stabile. Sta cercando qualcosa che abbia a che fare con le lingue: ne parla e scrive cinque e sa lavorare con il computer. Sta mandando il suo curriculum a parecchie aziende, ma fino ad oggi niente.

Noi genitori gli consigliamo di ritornare in Belgio e riprendere il lavoro che ha lasciato, ma lui dice che è calabrese e quella è la sua terra. E io che sono ancora calabrese a tutti gli effetti sono contenta che abbia scelto la mia terra che ho dovuto lasciare forzatamente, ma…
ITACA n. 4