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Da Soriano Calabro al Greenwich Village e ritorno

Calabria nel mondo - In primo piano - Incontri
Nel 1958 Philip Pullella emigrò con la famiglia a Manhattan, in un quartiere dove i paisà vivevano fianco a fianco con gli artisti della beat generation. Oggi, emigrato di ritorno, vive a Roma ed è uno dei corrispondenti più accreditati della stampa americana. Ma la “sua” Calabria gli appare ancora come l’ha lasciata tanti anni fa

Enzo Romeo

Per quattro anni si chiamò Filippo, come il nonno. Ma della fanciullezza a Soriano Calabro ricorda poco. La cosa che più gli è rimasta impressa è il limone che qualcuno gli ficcò in bocca durante il viaggio sulla Cristoforo Colombo per vincere il mal di mare. Poi sbarcò sulle banchine del porto di New York e divenne Philip.

Oggi Philip Pullella è uno dei più accreditati corrispondenti americani dall’Italia, numero due dell’ufficio dell’Agenzia Reuters di Roma e vaticanista di lungo corso. Ha sposato Marilena, dolce trevigiana, ed ha scelto di vivere e lavorare in Italia. Sua figlia Carmen, 15 anni, studia nel Connecticut. Pullella si sente a pieno americano, e tuttavia la vita e le circostanze lo hanno ricondotto al di qua dell’Atlantico.

Vado a incontrarlo a casa sua in una strada tranquilla del quartiere Monteverde. Mi accoglie al cancello un cocker spaniel, simpatico e rumoroso. Siamo a novembre, ma Phil è in t-shirt. Lo conosco da tanto tempo e sono abituato al suo stile yankee così come al suo accento newyorchese, che trent’anni di attività nel Bel Paese non hanno cancellato. «Sai», mi dice, «sebbene sia qui da così tanto tempo ho ancora il fuoco che mi brucia il sedere, come diciamo negli Stati Uniti. Non mi sono stancato di scoprire la società italiana, di capire com’è fatta, di raccontarla».

L’avventura a stelle e strisce cominciò per lui alla fine degli anni ’50. Il papà si chiamava Giuseppe Domenico. «Per tutti i sorianesi era Mastro Micuzzu, un sarto provetto che insegnava il mestiere a tanti ragazzini. Aveva dodici discepoli. “Sei come Gesù Cristo”, gli dicevano scherzando i suoi amici». A tanta fama non corrispondeva un guadagno decente. C’erano pochi soldi a quel tempo da spendere in abiti nuovi.

Nel 1957 Domenico Pullella si decise a malincuore a presentare richiesta di espatrio negli Stati Uniti. A far da «garante» fu uno zio, Franco Voce, che gestiva una piccola fabbrica di abbigliamento a Broadway. La risposta positiva dall’America arrivò nel Natale di quell’anno, come un amaro e atteso regalo. La partenza avvenne in agosto. Sulla nave con Domenico salì tutta la famiglia: la moglie Maria Cristina Ceravolo, le figlie Tina e Lisa e il piccolo Filippo.

«A New York andammo ad abitare in un appartamentino di Manhattan, al 234 di Thompson Street, nel cuore del Greenwich Village. Si trovava in un tenament, uno di quei vecchi palazzi usati dalle prime generazioni di immigrati. C’era la cucina, un saloncino e una camera da letto. Il bagno era senza vasca. Il locale delle docce era in comune con gli altri appartamenti». All’inizio fu dura. Domenico trovò lavoro presso la ditta Petrocelli, dove cuciva giacche e pantaloni. Guadagnava 40 dollari a settimana. Troppo poco per mandare avanti cinque persone. Così anche mamma Cristina si impiegò come sarta in una fabbrica d’abbigliamento di Soho. «Più di una volta i miei ebbero la tentazione di tornare in Calabria, specialmente mia madre. Una volta avevano già stabilito la partenza, ma mia sorella Lisa si prese una brutta polmonite e rimase ammalata a lungo. Il viaggio sfumò e restammo a New York».

Il mondo della famiglia Pullella era tutto lì, in quel pezzo di Manhattan popolato da paesani. «Ciò che era essenziale per i miei genitori era “italiano”: la casa, i negozi, la chiesa, il lavoro. Mio padre non imparò che una manciata di parole di inglese, mia mamma – che adesso ha 92 anni – lo parla a stento. Quando andavano a chiedere il sussidio per la disoccupazione li accompagnavo io per fare da interprete.

L’ufficio era vicino al cantiere delle Torri Gemelle, che vedevo sorgere sbirciando attraverso le fessure della recinzione». Mastro Micuzzu non si fece mai abbagliare da tanta modernità: non prese la patente né si servì in vita sua di una macchina da scrivere. «Mia mamma lo rimproverava, diceva che era poco intraprendente. Vedeva gli ex apprendisti del marito, a loro volta immigrati, mettersi in proprio e guadagnare un mucchio di dollari. Ma papà era arrivato a New York a 47 anni, non era un giovanotto pronto a lanciarsi all’arrembaggio, sentiva la responsabilità familiare e non voleva assolutamente farci correre rischi».

I Pullella non fecero fortuna, se con questo termine intendiamo la ricchezza economica. Dopo circa dieci anni riuscirono a trasferirsi in un appartamento un po’ più grande, sulla stessa strada, a due passi dal vecchio indirizzo. E lì ancora vive la signora Cristina, rimasta vedova due anni fa. Ma a ben guardare la sorte fu benevola, e come! La famiglia di un piccolo artigiano calabrese si ritrovò senza saperlo dalla periferia all’ombelico del mondo. Le famiglie italo-americane a quel tempo dividevano il quartiere con i nuovi bohèmien made in USA. Erano gli anni della beat generation, che aveva scelto il Village come sua base. Lì si ritrovavano poeti, musicisti, scrittori o semplici studenti in fuga dal conformismo. «Credo di essere capitato nel posto giusto al momento giusto. Quel quartiere era davvero il centro di tutto, il posto più stimolante del pianeta».

Philip cresce camminando su un doppio binario, da una parte la tranquilla tradizione della little Italy, dall’altra l’eccitante ribellismo della nuova cultura americana. Due mondi in apparenza distanti anni luce, in realtà singolarmente e serenamente intrecciati grazie alla magica amalgama della Grande Mela. All’angolo tra la Thompson e la Terza Strada c’era il negozietto di dolci e tabacchi di Grace e Joe Cutri, una coppia di Scilla. Quando usciva dalla scuola dei Padri Scalabriniani, presso la parrocchia della Madonna di Pompei, Phil restava lì ad aspettare che la mamma terminasse il turno in fabbrica. Davanti al banco con la scritta Candy Cigars Cigarrettes passavano Bob Dylan, Joan Baez, Paul Simon, Frank Zappa, Woody Allen, Dustin Hoffman, Robert De Niro, Al Pacino, Andy Warhol… Andavano tutti a gustare la mitica granita di limone di Joe e a fare due chiacchiere con la cara Grace, che per Phil fu quasi una seconda madre. Sembrerà strano, ma non si faceva alcuna fatica a combinare l’atmosfera controcorrente del Village con la tradizione cattolica. Phil frequentò la scuola superiore presso la congregazione irlandese dei Fratelli Cristiani. Per la prima volta ebbe contatti e amicizie con ragazzi che non portavano cognomi italiani. Fu lì che scoprì il gusto irrefrenabile di raccontare e di informare. Divenne il “direttore” del giornalino d’istituto e appena diplomato, nel ’72, si iscrisse alla facoltà di giornalismo dell’Università di Boston, una delle migliori degli States.

Appena laureato le prime esperienze alla WGBH, una tv bostoniana del public broadcasting system, quindi l’assunzione all’agenzia UPI (United Press International). Nel ’79 vince una borsa di studio della Fondazione Agnelli che prevede il soggiorno in Italia per un semestre. Giunge a Roma ed ha subito la sensazione di trovarsi a casa. La capitale italiana rimarrà per sempre la sua residenza. L’UPI gli propone di fare da qui il corrispondente, finché nell’83 non passa all’ufficio romano della Reuters, dove segue i fatti internazionali e del Vaticano.

Diviene un veterano della sala stampa della Santa Sede e gira il mondo al seguito di Giovanni Paolo II. È al seguito di papa Wojtyla durante il pellegrinaggio che il papa polacco compie in Calabria nel 1985. Insieme a Pullella c’è un inviato d’eccezione, Gay Talese, tra i principali rappresentanti del new journalism, capace di dare profondità letteraria ai fatti di cronaca. Il New York Times gli fa coprire l’evento e lui ne approfitta per completare le ricerche sulla famiglia d’origine. Anche suo padre era un sarto, partito da Maida per l’America nel 1920 e finito a Ocean City, lungo la costa del New Jersey. Talese ha raccontato quest’epopea nel libro Ai figli dei figli, pubblicato nel 1992 e divenuto subito un best seller.

Quando Giovanni Paolo II fece tappa a Serra San Bruno, Talese fu ospite nella casa materna di Philip, a Soriano. La vecchia palazzina dei Pullella, quella dove nacque Phil, era ormai in abbandono. Verrà abbattuta e ricostruita. Fu uno strano ritorno in paese, durato appena una notte. Ne seguiranno molti altri, l’ultimo l’estate scorsa con le sorelle e con mamma Cristina. «Mia madre mancava dalla Calabria da quasi tre lustri. Desiderava rivedere ancora una volta il luogo dove ha vissuto per tanti anni. Gli anziani la riconoscevano per strada ed era incredibile la capacità che avevano di ricordare con lei fatti e personaggi vecchi più di 60 anni, descrivendoli fin nei minimi dettagli». Per Phil è diverso. Lui a Soriano ha trascorso solo la prima infanzia. «Da quando vivo a Roma ci capito una o due volte all’anno. Sempre più raramente, in verità, dopo che sono morti quasi tutti gli zii a cui ero più affezionato». Le radici sono importanti, ma a volte rischiano di paralizzare le persone. La pensa in questo modo Pullella, che è diviso tra due continenti. Con la moglie ha comprato una casa in Umbria, a Scheggino, dove ha anche organizzato una bella mostra fotografica dedicata a Giovanni Paolo II, su cui ha scritto il libro Pope John Paul, Reaching Out Across Borders, con le introduzioni di Mikhail Gorbaciov e Lech Walesa.

A Soriano, invece, nessuno lo ha mai coinvolto in iniziative culturali. I compaesani probabilmente neppure sanno chi è e cosa fa oggi il figlio di Mastro Micuzzu. La solita memoria corta… «In Italia la storia si muove più lentamente che in America. Forse per questo si ha la sensazione che le cose non cambino mai. La questione meridionale è sempre lì, come l’ho trovata quando arrivai a Roma. Il Sud si è trasformato solo in apparenza, ma la sostanza è identica a prima. La mentalità è quella di una volta, le generazioni attuali tendono a compiangersi come succedeva ai tempi dei nostri padri o dei nostri nonni».

Allora come oggi chi non si accontenta di unirsi al coro delle lamentazioni compie l’unico atto di coraggio che gli è permesso: emigra e cerca un nuovo mondo. Proprio come i Talese, come i Pullella, come i milioni di calabresi sparsi in ogni angolo del pianeta.
ITACA n. 8