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TERRE PROMESSE

Calabria nel mondo - Ieri/Oggi
Calabria migrante, un importante contributo alla rilettura dell’emigrazione calabrese con l’intento di fare sintesi, con strumenti multidisciplinari, di un patrimonio di conoscenze altrimenti a rischio di dispersione

Alessandra Pagano

“Emigratu io signu, e nu me scuardu / do u paise, vallune a d’a montagna / de chilla forte e lirica Calabria / chì le derraru u nume e Magna Grecia”. I versi, tratti da “L’emigratu calabrese”, samba di Ferdinando Gualtieri, musica di Vincenzo Pellegrini, potrebbero certamente rispecchiare lo stato d’animo delle migliaia di migranti che, in passato, hanno abbandonato la Calabria alla volta del “futuro migliore”.

Il fenomeno dell’emigrazione calabrese tra Otto e Novecento è stato recentemente analizzato nel volume Calabria migrante, con sottotitolo “Un secolo di partenze verso altri mondi e nuovi destini”. Il libro, curato da Vittorio Cappelli, Giuseppe Masi e Pantaleone Sergi, è del Centro di ricerca sull’emigrazione, operante nell’Icsaic (Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea) con sede nell’Università della Calabria.

Calabria migrante contiene i saggi di un nutrito gruppo di studiosi che hanno riletto il fenomeno migratorio, partendo dalle nuove acquisizioni storiografiche e della ricerca archivistica, in un quadro di riferimento multidisciplinare, dall’antropologia alla sociologia, dalla psicoanalisi alla letteratura.

I tre curatori si riallacciano idealmente allo storico convegno sull’emigrazione calabrese svoltosi a Polistena nel 1980 per iniziativa della Deputazione regionale di Storia Patria. L’intenzione dichiarata è di coordinare e riunire il patrimonio di conoscenza che da allora in avanti si è disperso in mille rivoli. E nell’archivio multimediale a cui  si sta lavorando stanno già confluendo libri, giornali, lettere, fotografie, documenti cartacei d’ogni tipo, video, testimonianze orali… È persuasione che sia questo il modo più efficace d’imprimere nuovo slancio agli studi migratori in Calabria, nella logica di connettere la dimensione locale a quella globale, la storia regionale a quella nazionale e internazionale, «le comunità di villaggio e la “periferica” Calabria ai territori, alle città e alle megalopoli che hanno accolto i suoi migranti».

Da questo punto di vista esemplare è la ricerca ogniqualvolta indaga casi e storie di singole comunità, raggruppati sotto la sigla di “case studies”.

Impossibile dar conto in dettaglio della ricchezza di questo “robusto” volume, ma non possiamo sottrarci dal segnalare, in particolare ai lettori di Itaca, il contributo di Angela Zanfino, che racconta con rigore documentario, la nascita a Toronto dell’associazionismo italiano e calabrese in particolare. «La paura di ogni singola famiglia di restare isolata e il loro desiderio di riconoscersi con altre famiglie di medesima etnia, ha spinto gli immigrati italiani a ricercarsi e ad aggregarsi in club e associazioni di regione e di paese, proprio al fine di trasportare l’italianità e trasmetterla ai loro figli». E Angela Zanfino che è originaria di Rende, elenca oltre venti circoli di paese della sola provincia di Cosenza, nella sola Toronto!

Come scrive Giuseppe Masi in uno dei saggi del libro, nel periodo compreso tra il 1876 e la Prima Guerra Mondiale, l’emigrazione è stata una vera e propria emergenza sociale che ha caratterizzato la Calabria nella sua interezza. Nel quarantennio in questione, si sarebbero spostate circa 885mila persone, con un picco che si riferisce alla provincia di Cosenza (nel 1872 ben 2.902 persone partirono dal cosentino). Reggio Calabria si poneva all’opposto (nel 1885 partirono in tutto 85 persone), mentre la provincia di Catanzaro si assestava a metà tra le due (tra il 1876 e il 1881 espatriarono circa 192 persone) per poi, però, balzare in testa negli anni sul crinale del Novecento.

Tra i Paesi transoceanici a ospitare il più alto numero di calabresi era l’Argentina. «Era ritenuta – sostiene Masi – una sorta di “altra Italia”, più vicina alle nostre consuetudini, dove l’adattamento pur con un processo certamente lento ma progressivo d’integrazione, era molto più semplice in virtù della latinità del paese. Seguiva in questa classifica il Brasile, un paese di grandi opportunità, anche se con condizioni di lavoro, a volte, molto proibitive». Il boom dell’emigrazione verso l’Argentina si smorzò alla fine del XIX secolo, quando gli Stati Uniti, entrati ormai in un sistema di sviluppo industriale molto avanzato, divennero la nuova meta preferita dei calabresi.

Tra i numerosi saggi, anche quello di Pantaleone Sergi ricostruisce i flussi migratori in Argentina, che «nell’immaginario di tantissimi calabresi costretti a fuggire da un’ostile realtà sociale ed economica, l’Argentina, chissà per quale impulso emotivo, nell’Ottocento ha rappresentato la vera “Merica”, la meta preferita». Si crearono così delle vere e proprie “piccole Calabrie”. Un gruppo di famiglie provenienti dai paesi arbëreshe, tra il 1905 e il 1920, contribuì alla nascita di un intero quartiere, quello di Sant’Elena, nella periferia di Lujàn.

A proposito di Rio de Janeiro, Vittorio Cappelli, invece, analizza la presenza calabrese durante la travolgente crescita urbana e sociale della città brasiliana, mentre Vincenzo Antonio Tucci ricostruisce le tendenze migratorie del XIX secolo attraverso la richiesta degli “stati liberi” all’arcidiocesi di Cosenza. Era il modo per gli emigrati che decidevano di contrarre matrimonio di avere l’attestazione di non essere già sposati nel proprio paese.

Dalla pratica delle “richieste” si possono ricavare molti dati utili, come età, luogo di origine, mestieri nonché un quadro delle nuove “patrie” di chi era partito dalla provincia di Cosenza. Dalla provenienza delle lettere è stato possibile tracciare alcune zone di emigrazione più consuete lungo tutto l’Ottocento. “Si tratta quasi di un migliaio di lettere racchiuse in tre cartelle che vanno dall’inizio dell’Ottocento fino ai primi trent’anni del ‘900; nelle lettere sono sempre segnate le generalità della persona, il paese di partenza e, in alcuni casi, anche la professione e la causa dell’espatrio”.

Interessanti anche alcuni studi monografici come la partenza di molti abitanti di San Giovanni in Fiore (CS) alla volta di Monongah nel West Virginia – dove molti di loro perirono nella tragedia in miniera del 1907 – o il rapporto tra istruzione ed emigrazione durante il Ventennio fascista a Falerna (CZ). Calabria migrante, dunque, offre ulteriori e approfonditi tasselli per comprendere un fenomeno che ha modificato il volto di una regione, ma che oggi per alcuni è diventata essa stessa “l’America”.
ITACA n. 24