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Un innamorato della bella Italia

Calabria nel mondo
Di Luigi Parpagliolo, antesignano della legislazione di difesa dell’ambiente e, più in generale, come diciamo oggi, dei beni culturali, ricorre quest’anno il 150° anniversario della nascita. Verso di lui un debito di memoria e soprattutto riconoscenza

Antonio Minasi
“Uomo gentile e colto, cui l’Italia deve la prima difesa del paesaggio, attaccatissimo a questa terra e alle sue glorie”. Quale migliore ed essenziale “epigrafe” per ricordare Luigi Parpagliolo se non quest’affermazione, autorevole, del filosofo Felice Battaglia, cittadino palmese come Parpagliolo? Nel suo ruolo di Vice Direttore Generale delle Belle Arti presso il Ministero della Pubblica Istruzione, Parpagliolo si adoperò, infatti, fin dai primi decenni del ‘900, per promuovere una legislazione capace di garantire, come scrisse un suo grande estimatore, il parlamentare calabrese Vito G. Galati, “il patrimonio naturale e artistico della bella Italia”. Nel 1941 la Reale Accademia d’Italia gli conferì un premio per “la sua continua, lunga e altissima opera di studio, di fede e di propaganda per la tutela del paesaggio italiano”. “Alla sua assidua, ardente e vigile attività – si legge nella motivazione – è dovuta la salvezza di tante incomparabili bellezze naturali del nostro Paese: a lui si deve la compilazione della legge sulla protezione del paesaggio, a lui si debbono i numerosi scritti intorno a questa materia da pochissimi trattata, a lui finalmente la collana dei volumi su l’Italia negli scrittori stranieri e italiani”.

Ed, infatti, fu proprio Luigi Parpagliolo a farsi propugnatore della Legge n.778 dell’11 giugno 1922 sulla tutela delle bellezze naturali. E fu proprio in virtù di questa legge che nel 1927 egli ottenne dal Ministro Fedele il decreto che imponeva un severo vincolo alla protezione del panorama goduto dalla Villa Comunale di Palmi, pena l’abbattimento delle opere che ne avessero violato l’integrità: “Nessuna costruzione si può eseguire né modificare nella zona suddetta senza la preventiva autorizzazione della Regia Soprintendenza alle opere d’antichità e d’arte per la Calabria e la Basilicata.” Sarebbe facile ironizzare sulla delusione che invaderebbe l’animo di Parpagliolo se soltanto potesse riaffacciarsi per un attimo dalla balconata della Villa di Palmi; ma non possiamo non interrogarci sul ‘perché’ e sul ‘come’, norme così esplicite possano essere state impunemente violate con la colpevole cecità degli organismi preposti alla vigilanza: a cominciare dalla Regia Soprintendenza ed i suoi epigoni e poi le amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo. Forse, oggi, può far anche sorridere l’incrollabile fede di Parpagliolo nell’avvenire turistico della sua Palmi e del come proporla, in modo convincente, sul mercato turistico nazionale ed internazionale. Quel suo ragionare di alberghi grandi o piccoli, di strade da alberare, di vetture di autonoleggio da incrementare, di camerieri ben rasati e dalle mani pulite…

Parpagliolo non fu soltanto un “grand commis”, piuttosto un intellettuale dagli interessi molteplici e dalla produzione prolifica: giornalista, romanziere, saggista, giurista… Sempre predominante, in ogni caso, il suo amore per la natura e l’interesse alla difesa delle bellezze d’Italia che egli volle descrivere, quasi garanzia d’indiscutibile obiettività, per bocca soprattutto dei viaggiatori stranieri che in epoche successive si sono inoltrati alla scoperta del Bel Paese. Da qui una fortunata collana che non poté completare a causa della tarda età.

La Casa editrice Dalmazia di Roma pubblicò i volumi Lazio, Lombardia, Campania, Toscana, Roma, Sicilia. Del manoscritto del volume sulla Calabria per decenni se ne persero le tracce e soltanto la caparbia ostinazione di Domenico Ferraro, appassionato e tenace custode delle memorie cittadine, lo ha riportato alla luce dopo lunghe ed estenuanti ricerche. Fu così che poté essere, finalmente, stampato nel 1993, quarant’anni dopo la morte dell’Autore (1862 – 1953).

Vogliamo sperare che in molti dei giovani d’oggi si accenda quel sentimento che così intensamente animò il giovane Parpagliolo che neppure ventenne s’arrampicava, percorrendo i sentieri nei boschi di olivi e castagni, fino alle Tre Croci in cima al Monte S. Elia e qui sostava a lungo “felice”, come scrive, “di quel che vedevo, felice dell’aria deliziosa che mi avvolgeva, felice di quella grande pace che rasserena lo spirito ed eleva la mente a pensieri superiori”.

Rileggiamo, non senza una punta di commozione, il suo confidarsi: «Sono passati molti, moltissimi anni da allora, e ancor oggi, che sono vecchio, ho negli occhi la luminosa solitudine di quei giorni felici, che dettero un indirizzo alla mia vita. Fu in quei giorni che io…cominciai a tradurre, come potevo, l’Iperione di Federico Hölderlin, capolavoro della letteratura tedesca, pervaso da un profondo sentimento della natura». Una vocazione che Parpagliolo mai tradì e che fa risuonare, oggi, ai suoi “buoni amici di Palmi” quella accorata, e forse presaga, raccomandazione: «Vigilate, o amici, vigilate affinché non sia degradata la superba bellezza del nostro monte, del Monte della poesia».
ITACA n.18