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COSI’ GIOCAVANO (pardon giocavamo)

In primo piano

Quando ci si ingegnava con un pezzo di tavola, due chiodi e uno spago…
Ma non tutti quei giochi sono scomparsi, riconosciuti e protetti dall’UNESCO.
Per esempio a Camigliatello Silano, da molti anni ormai, si svolge un accanito torneo estivo dello strummulu con la partecipazione di nonni e ragazzi.
Dal ricco archivio di Mario Iaquinta il reportage realizzato parecchi decenni fa nella sua San Giovanni in Fiore

Saverio Basile

Mario Iaquinta Autoritratto allo specchio

Quanti giochi semplici e meravigliosi, una volta! Ai ragazzi bastava un pezzo di legno, uno spago, due chiodi e via…Oggi con i videogiochi tutto fatto, niente da inventare.
Ho provato a far vedere a mio nipote, come ci si divertiva, invece, ai miei tempi senza spendere nulla, adoperando semplicemente un po’ di fantasia. Sicché ho tirato fuori la mia bella pipita di maiale, il mio superbo carrarmatu dall’elastico rinforzato, il battarulu un po’ malandato, ma ancora efficiente e, per finire, ‘u rrùmmulu, che ho lanciato con nostalgia sul pavimento in cotto della nostra casa condominiale, sentendone ancora, a distanza di anni, la leggerezza sull’unghia del pollice, gustandone infine all’orecchio il ronzio uniforme che caratterizzava la mia trottola, certamente una delle più temute del paese.
‘U rrùmmulu che non è altro che la trottola di legno di elce, me l’aveva costruita maestro Giovambattista Marazita e faceva parte dell’ultimo stock di trottole realizzate dal vecchio maestro al tornio di legno, prima che morisse. “Cerca di mettere bene il perno diversamente è meglio non usarla”, mi aveva raccomandato prima di consegnarmela. Infatti il pregio della trottola, sta nell’indovinare la perpendicolarità e la giusta limatura del perno. Se per un fatale errore, il perno non dovesse rispondere alle esigenze tecniche del giocattolo, il proprietario subirebbe l’umiliazione di vedere la sua trottola bersaglio degli altri rrùmuli e, allora sì, che lo strazio provocato dal conficcarsi della punta delle altre trottole nel corpo legnoso della “vittima” si manifesta con amarezza sul volto del proprietario.
I concorrenti si accanivano sul corpo della trottola-bersaglio spingendola verso la furca, una specie di cerchio disegnato per terra al cui centro era stata scavata la fossa nella quale avrebbe trovato posto ‘u rrùmmulu da colpire. Quando la trottola finiva alla furca tutti i giocatori avevano diritto di infliggere le picogne stabilite, ovvero botte secche data alla trottola “prigioniera”, provocando immancabilmente la sua fine.
Il battarulu, invece, è un giocattolo più semplice: si ricava da un ramo di sambuco a primavera, quando il midollo della pianta è tenero e si estrae facilmente. Si taglia un pezzo di ramo, nella parte più dritta, si pulisce per benino sia esternamente che internamente, togliendo – appunto – il midollo. Si ottiene così una specie di canna nel cui foro sono spinte le palle di stoppa preparate, impastando con la saliva i fili di canapa, che vengono “sparate” utilizzando il battarulu, cioè il cilindretto di legno, di poco più lungo del cannoncino, con all’estremità una “testa” che gli consente di fermarsi alla giusta lunghezza. Se il battarulu si usava molto nelle “guerre” tra bande rivali, un posto di rilievo spettava, pure al carrarmatu, altro prestigioso giocattolo legato al ricordo dello sbarco dei mezzi cingolati americani e inglesi. Quanti carrarmati costruiti in serie, utilizzando i rocchetti vuoti, che i sarti buttavano nella spazzatura! Nell’asse facevamo passare un elastico che attorcigliavamo poi, ad un lato, utilizzando uno stecchino di legno e un pezzo di stearica, mentre prima avevamo provveduto con l’ausilio del coltello ad incidere a mo’ di denti, le estremità delle ruote. Vinceva la “macchina” che superava più ostacoli e saliva nel minor tempo possibile.
Quando in novembre-dicembre, nei paesi di montagna, aveva inizio la mattazione dei maiali, i ragazzi si dedicavano al gioco della pìpita. La pìpita è l’osso tibiale del maiale. Ha sei facce, ma soltanto quattro servono al gioco e sono: pìpita che effettua la giocata; giudice che decide la condanna; mazza che esegue la condanna e porco che subisce la condanna.
La posizione di prestigio era detenuta ovviamente, dal picchiatore (colui che picchiava) che servendosi di un fazzoletto annodato più volte alla punta di una estremità, bagnato continuamente con acqua perché potesse fare più male, distribuiva le botte che il giudice decretava. Alla pìpita si giocava interi pomeriggi e la sera si faceva ritorno a casa il più delle volte con le mani gonfie per le botte ricevute, ma felici di averle anche date.
C’era poi il gioco degli scarica-cavalli, dove a turno due, tre ragazzi si posizionavano a forma di cavallo e gli altri vi salivano sulle spalle rimanendovi fino a quando altri vi saltavano sopra determinando la caduta. Chi metteva per prima il piede per terra passava a fare il cavallo e così per tutto un pomeriggio.

A giochi, più semplici, invece, si dedicavano le ragazze che privilegiavano la pupa, realizzata più delle volte con stracci avvolti in modo stretto da cordicelle o lacci di scarpe e, in mancanza con una grossa patata nella quale si potevano infilare anche le braccia e le gambe, fatte con pezzettini di legno, mentre d’estate erano le petrille o i quatretti il gioco preferito delle ragazze: cinque sassolini levigati dall’acqua che sembravano confetti, i quali lanciati con mano lesta venivano afferrati al volo nel corso di un rituale che solo la destrezza riusciva a concludere.
E così i quatretti (disegni a forma quadrata) che venivano tracciati per terra con il carbone o con gesso e vi saltavano sopra a occhi chiusi senza toccare le linee. Era questo il modo, allora, di divertirsi dei ragazzi, magari privi di risorse economiche, ma dotati di grande fantasia, che apriva loro la mente impegnandosi nella costruzione dei loro giocattoli.

ITACA n.39