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GIANNI AMELIO
LA TENEREZZA È UNA RIVOLUZIONE

In primo piano

Annarosa Macrì

Itaca all’incontrario

“Allora ho detto a mio figlio: fatti la valigia, partiamo. Andiamo a vedere che ci avrà di speciale ‘sta terra che tutti gli uomini della nostra famiglia ci ha portato via. Mio nonno. È andato là a lavorare e non è più tornato. Mio zio. Ci ha fatto otto figli, ed è tornato più povero di come è partito. E mio padre. Non sarebbe mai tornato in Calabria se mia madre non lo avesse scongiurato: fallo pe’ ‘ste creature, se non per me. Carne della tua carne, sangue del tuo sangue. Sono dei giovanotti, ormai, e non sanno come sei fatto. Avevo diciotto anni, quando l’ho conosciuto”.

È stato così che un padre e un figlio – chi dei due era Enea, chi dei due portava sulle spalle suo padre, chi dei due era il padre? – sono andati fino in Argentina, a tracciare con le dita i confini della loro vita, come su una carta geografica dell’anima, a vedere, a capire, ad annusare, a incontrare chi era rimasto, a impastare i ricordi e i dialetti, le espressioni dei Calabresi sui volti degli Argentini, che in fondo, un po’ calabresi erano rimasti, e che mai tra loro si erano conosciuti, e gli sguardi e i sorrisi, e le lacrime e i perché.

Ma questa è “Itaca all’incontrario”, dico a Gianni Amelio. Ce l’aveva con sé una telecamera, ha filmato qualcosa, ha scattato fotografie? gli domando, perché che può fare un regista se non tradurre in immagini l’andamento lento del coltello dentro la piaga mai rimarginata di una famiglia orfana di tutti i padri?

“Non ho girato niente”, mi risponde Gianni Amelio, “neanche un fotogramma. Non filmo mai la realtà, io ho troppo pudore nei confronti delle persone vere, dei luoghi veri, delle situazioni vere, troppo rispetto. Sono un regista. Io la realtà me la invento e lì dentro faccio quello che voglio, il buono e il cattivo tempo…”.

Argentina è la tenerezza

Non so se fu quel viaggio in Argentina a partorire La tenerezza, so che l’Argentina c’entra con questo capolavoro di film, perché il titolo è un uomo che viene di là, dai confini del mondo, ad averlo suggerito a Gianni Amelio, è papa Francesco, “l’unico, l’unico, dice, ad avere qualcosa da dire in questo mondo disgraziato. Fu lui che parlò del coraggio della tenerezza e della rivoluzione che può scatenare la tenerezza”.

Che è profonda e delicata, non c’entra nulla col sesso o con la passione, con l’amicizia o con l’amore, con la seduzione o con l’attrazione, è sottile ed è tenace, come la clematide in primavera, e fiorisce inaspettata e ribelle, scavalcando codici familiari e parentali, legami di sangue e appartenenze.

Il protagonista del film è un vecchio avvocato “senza cuore”, come dicono tutti di lui, spregiudicato sul lavoro, cinico e sciatto nei sentimenti, con la moglie, con l’amante, con i figli. Uno “senza famiglia”, insomma, che scopre di avere un cuore quando il suo cuore si ammala e di avere una famiglia quando si accorge che può vibrare di tenerezza per chi con la sua famiglia non c’entra niente e addirittura “fare famiglia” con chi gli è estraneo e con chi non gli appartiene.

Le chiavi, la chiave

È una storia di chiavi e di simboli, La tenerezza. E di vicini di casa. E di case che si toccano. La giovane mamma della porta accanto le chiavi le ha perse (le chiavi della sua casa), il vecchio avvocato le dà le sue, per entrare nella sua casa dal balcone (ma lo hai lasciato aperto?, lui le chiede. Sì, lei gli risponde, sono tutti aperti i balconi della mia casa); il marito di lei, invece, con le chiavi fa una grande confusione. Si chiude da solo, fuori della sua casa, e non riuscirà più a entrarci.

“Sì, è proprio la chiave, la chiave del film”, dice Gianni Amelio.

Nell’Italia in cui un Parlamento ha passato giorni e giorni a discutere della licenza di sparare contro chi entra di notte nella tua casa per rubare, nell’Italia dei tanti Rosa e Olindo, dove le liti condominiali sono, insieme a quelle familiari, quelle che generano i contenziosi più aspri, nell’Italia degli antifurto e delle inferriate alle finestre, Gianni Amelio propone di dare le chiavi di casa nostra ai nostri vicini, e di guardali con tenerezza. Anzi, semplicemente di guardarli. Dice Gianni Amelio: “Guardami negli occhi. Con queste tre parole, la vicina di casa si rivolge, cercando i suoi, di occhi, al vecchio avvocato. Lui la guarda, e scoppia come un colpo di fulmine la tenerezza. Lui la guarda e diventa suo padre. Lui la guarda e diventa, finalmente, un padre”.

Lo sguardo tenero sulla Calabria

Ma si può guardare teneramente, chiedo a Gianni Amelio, anche ai luoghi, così come nel suo film lei ci insegna a guardare le persone? E l’esercizio della tenerezza può essere una scuola di riconciliazione verso una città, una regione, una nazione? Penso alla Calabria che le è stata madre, Maestro, insieme alla sua mamma vera e alla sua nonna ostetrica, che l’ha strappata dal suo paese, San Pietro di Magisano e l’ha portata in città, a Catanzaro: quante madri, in questa famiglia orfana di padri…

“Credo che debbano essere prima di tutto i Calabresi a guardare con tenerezza alla Calabria”, lui mi risponde, smettere di offendere il suo paesaggio, di sporcare il suo mare, di costruire troppo e male, di deturparla, come per decenni hanno fatto”. Per amarla, con tenerezza al di là delle categorie e delle appartenenze, dei familismi e degli interessi. Se non si ama, una terra, come una persona, non si può raccontarla, gli dico. E neanche contribuire a cambiarla. Se non si ama, con tenerezza, anche nei suoi aspetti più brutti (facile amare le cose belle!), gli dico ancora, scoppia la violenza, e la violenza produce la morte. E la morte è l’apocalisse.

La doppia apocalisse

Per due volte, nel film, il tempo si ferma, tutte le stelle si spengono nel cielo ed è l’apocalisse. Un padre, vero, di carne, di sangue si avventa contro i suoi figli, veri, di carne, di sangue, e lì uccide. E colpisce la moglie. Sono i vicini di casa del vecchio avvocato. Non vediamo il sangue e non ascoltiamo le urla dei bimbi e della loro madre. Non occorre, perché a un’altra apocalisse, dell’umanità e della fratellanza, anticipazione e prodromo della strage familiare, Gianni Amelio ci ha fatto assistere: davanti a sua moglie e ai suoi bimbi, sue vittime designate, questo padre sventurato si avventa, con urla e spintoni, contro un vu’ cumprà che “lo disturba”, dice Gianni Amelio. In realtà, gli dico, è davvero “disturbato”, ma mentalmente, quest’uomo disperato. Lei, insisto, crede dunque che il razzismo sia una specie di “disturbo mentale”?

“È la cosa più orrenda che conosco”, dice, “il peggiore dei peccati degli uomini. Non l’ho mai capito e mi ha sempre lasciato interdetto. Anche se so benissimo di che cosa si tratta, per averlo subito, come tanti meridionali come me. E mi dico sempre: ma è possibile che quegli Italiani che sono diventati razzisti abbiano la memoria così corta e non si ricordino di quando erano loro a essere maltrattati come adesso accade agli immigrati?”.

Nostalgia del futuro

La memoria, Maestro. Io mi ricordo che in una vecchia intervista degli anni ottanta, lei disse che il sentimento della nostalgia, insieme all’autocommiserazione e alla retorica delle radici, è deleterio per i Calabresi. Adesso che sono passati più di quarant’anni, la pensa allo stesso modo?

“Oggi più di prima”, mi risponde. “Io sono profondamente affascinato dalla contemporaneità. Io non conosco la parola ‘nostalgia’. La memoria è un’altra cosa, eh! Anzi, forse, la nostalgia la provo, sa? Ma nei confronti del futuro. Ecco: io ho una grande nostalgia del futuro. Del futuro che non farò in tempo a vedere”.

A seguire, all’interno del numero Cosa racconta il film e Il vizio del cinema

ITACA n. 36/37