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La cupola che oscura il cielo di Reggio (Calabria)

In primo piano

La cupola che oscura il cielo di Reggio (Calabria)

La ‘ndrangheta come mai l’avevamo vista prima raccontata in televisione. L’ha fatto Presadiretta di Riccardo Iacona su Raitre con il suo I Mammasantissima.
Come è nata l’inchiesta e il suo svolgimento, Itaca ha chiesto a Danilo Procaccianti che ne è stato in prima fila, di raccontarlo

Danilo Procaccianti

Settembre 2016. In un’affollata saletta al secondo piano di via Teulada, a Roma, si tiene la riunione annuale di Presadiretta per decidere i temi delle inchieste e dei reportage del 2017.
La mia inchiesta l’avevo già scelta da tempo, dovevo solo avere il placet del capo e capire se era davvero fattibile. L’avevo scelta il 16 luglio del 2016, due mesi prima di quella riunione. Quando avevo aperto i giornali e, stranamente, tutti e senza distinzione parlavano di ‘ndrangheta: “Così la super cupola della ‘ndrangheta eleggeva i politici” titolava la Repubblica, “Calabria, anche massoni e ‘ndrangheta nella cupola che condiziona le elezioni” era, invece, il titolo de La Stampa. Anche i Tg nazionali quel giorno parlavano di una “cupola segreta che avrebbe condizionato le elezioni in Calabria e non solo”. Si riferivano all’operazione “Mammasantissima” coordinata dal procuratore distrettuale di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo e condotta dal Ros dei carabinieri che aveva portato in carcere quattro persone e aveva richiesto al Senato l’arresto del senatore Antonio Caridi, eletto con Forza Italia e poi transitato al gruppo Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Una vera bomba: fino a quel momento il coinvolgimento di professionisti e politici era stato descritto come “appoggio esterno” all’organizzazione mafiosa. Ora, per la prima volta, un’inchiesta giudiziaria ipotizzava il coinvolgimento diretto di una “zona grigia” al vertice strategico della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente al mondo.
Tranne rari casi, i giornali nazionali cessarono presto di raccontare quella cupola. Già all’indomani la notizia era sparita e nelle tv nessun approfondimento. Ebbi gioco facile con Riccardo Iacona: “Ric, abbiamo sempre parlato di ‘ndrangheta, abbiamo raccontato come ha colonizzato il nord e come ha condizionato la politica. Adesso dobbiamo raccontare il livello superiore, dobbiamo farlo noi”.
Iacona è un capo “strano”: sa già che certi temi non fanno audience e portano solo rogne. Lo sa bene che «della ‘ndrangheta non frega niente a nessuno». Eppure sono bastati cinque minuti per convincerlo. «Mi devi fare un film – mi disse – perché solo con la forza narrativa di un film si possono raccontare certi temi in prima serata».
Per metterci il carico da novanta decidemmo che oltre alla mia parte, la puntata avrebbe avuto anche una parte dedicata ai rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria di cui si sarebbe occupata la collega Raffaella Pusceddu che per prima l’aveva proposta. Nessuno in Rai ha provato a farci desistere. Ovviamente il privilegio della libertà nel trattare certi temi devi guadagnartelo con il rigore e l’autorevolezza. Dovevamo studiarci migliaia di pagine ma la puntata era nostra. Si sarebbe chiamata: “I MAMMASANTISSIMA”.

Pronti via

Il primo ciclo di Presadiretta sarebbe andato in onda da Gennaio a Marzo 2017. Mi resi subito conto che il tempo era poco. Non era un’inchiesta come le altre, anzi, era decisamente il lavoro più difficile con cui mi ero confrontato. Fino a quel momento eravamo abituati a raccontare la ‘ndrangheta così come tutte le mafie, fatta di coppole storte e lupare. L’ultimo grande processo alla ‘ndrangheta era stato quello nato dall’inchiesta “Infinito” che aveva portato in carcere Domenico Oppedisano, detto Mico, ritenuto il capo Crimine pro tempore. Un arzillo vecchietto che nel 2010, anno del suo arresto, aveva 80 anni. In tanti c’erano cascati: la ‘ndrangheta aveva il suo capo dei capi e i magistrati lo avevano trovato. Un racconto lineare e apparentemente credibile. In realtà i giudici stessi che convalidarono l’arresto scrissero che Oppedisano non era «l’accentratore della programmazione criminosa» (vale a dire che non era il regista, né poteva esserlo) ma era a «tutela delle regole essenziali per la sopravvivenza del sodalizio».
Detto in parole povere quel vecchietto non poteva decidere le strategie di un’organizzazione che è una multinazionale del crimine e gestisce miliardi di euro ogni anno. I clan della ‘ndrangheta che gestiscono il traffico di droga comandano in Australia e in Lombardia. Fanno affari in Colombia, in Canada, in Venezuela. Possibile che a gestire tutto questo era un vecchietto di 80 anni che non parlava nemmeno l’italiano? Gli stessi dubbi li espresse nel 2012 il magistrato Nicola Gratteri che oggi è Procuratore di Catanzaro. «Don Mico Oppedisano – dichiarò Gratteri lasciando tutti basiti – vendeva piantine al mercato. Ma come lo si può paragonare a Totò Riina, come si fa dico io. Oppedisano per un momento storico è stato il capo crimine della ‘ndrangheta ma non faceva affari, era semplicemente il custode delle regole. Era il custode delle 12 tavole della ‘ndrangheta. Chi fa business, chi fa affari nella ‘ndrangheta, non vende piantine e non gioca a San Luca con Osso, Mastrosso e Carcagnosso».
A pensarla così era ovviamente anche il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo.

L’incontro con Giuseppe Lombardo

Giuseppe Lombardo, 47 anni, calabrese di Monasterace nella locride, figlio e nipote di magistrato, in magistratura da 20 anni si è occupato subito di ‘ndrangheta. Il suo successo più grande è sicuramente la cattura del boss Pasquale Condello, detto il “Supremo”, nel 2008. Ha da sempre messo nel mirino le famiglie di élite della ndrangheta calabrese, come i De Stefano di Reggio Calabria e ha dedicato gli ultimi anni a svelare fino a dove sono arrivati i clan, dentro il cuore del potere politico ed economico.
Il procuratore Lombardo lo incontro nel suo ufficio al sesto piano del Cedir a Reggio Calabria. Non si concede facilmente alla stampa. Per noi di Presadiretta è un bel colpo. Negli ultimi cinque anni Giuseppe Lombardo ha studiato cinquantadue processi, leggendosi centinaia di migliaia carte, ha rivisto sentenze definitive, archiviazioni, assoluzioni. Ha riascoltato ore e ore d’intercettazioni e si è andato a rileggere tutte le dichiarazioni di pentiti che facevano riferimento a un direttorio segreto, la “Santa”.
In recenti intercettazioni sempre più spesso sentiva parlare di un livello invisibile: “la componente ‘ndrangheta che effettivamente conta, che effettivamente prende le decisioni, che effettivamente poi indirizza anche l’agire dei partecipi della struttura criminale, era la cosiddetta componente invisibile, una componente superiore sconosciuta anche ai livelli di base”. La ‘ndrangheta è ormai una sorta di multinazionale, ha un marchio fortissimo, riconosciuto in tutti i continenti, ed è ricchissima. « È evidente –  racconta Giuseppe Lombardo –  che la ‘ndrangheta è un fenomeno che io definisco molto più preoccupante di quello che spesso e volentieri si racconta. Perché è un fenomeno che, ragiona, è un fenomeno caratterizzato da una testa pensante in grado di comprendere che vi sono delle priorità criminali».

In effetti è impossibile pensare che l’uomo di ‘ndrangheta immediatamente riconoscibile come tale possa interloquire a livello politico, istituzionale, finanziario, economico, bancario, professionale, industriale. Impossibile. Come impossibile pensare come una struttura criminale che gestisce enormi capitali non abbia interesse a quell’interlocuzione. Com’è possibile arrivare a quell’interlocuzione? «È possibile arrivare a quell’interlocuzione – mi risponde il procuratore – soltanto pensando che accanto alla struttura di base che ovviamente si vede su determinati territori e deve essere riconosciuta come fenomeno mafioso, ci deve essere una struttura di vertice che pur legata alla struttura di base, non deve manifestarsi come tale pur essendo ‘ndrangheta, anzi pur essendo il livello apicale di questi fenomeni criminali».
La componente invisibile della ‘ndrangheta punta agli automatismi operativi e cioè «il componente della struttura invisibile può anche non operare per anni se la sua indicazione è una indicazione ancora attuale».  Quindi – gli chiedo – se decidono di puntare su una parte politica e per anni va bene quella parte politica non c’è bisogno ogni anno o ad ogni elezione di rinegoziare? «A me viene in mente un esempio banalissimo – racconta Lombardo – una squadra di calcio ha un medico sociale, ora ci sono campionati in cui il medico sociale interviene tre volte a partita e ci sono campionati in cui il medico sociale interviene tre volte in un anno. Perché dipende dagli infortuni, ma rimane medico sociale. È chiaro che meno intervengono questi soggetti perché l’automatismo funziona, meno ovviamente sarà visibile il loro ruolo».
È stato così che lui, sottotraccia, ha lavorato per far emergere la direzione strategica della ‘ndrangheta. Ne ha individuato i protagonisti e li ha fatti arrestare. Col nome “Gotha”, si sta ora svolgendo il processo a Reggio Calabria. Gli imputati più importanti sono l’avvocato Giorgio De Stefano, consigliori del clan più importante della Calabria, i De Stefano e il potente avvocato Paolo Romeo ex deputato del partito socialdemocratico con trascorsi in Alleanza Nazionale e nel Movimento Sociale. Secondo la pubblica accusa farebbero “stabilmente parte della componente apicale segreta o riservata della ndrangheta”. Poi ci sono i politici che i due hanno forgiato per i loro scopi. Alberto Sarra, ex sottosegretario della Regione Calabria quando il presidente era Giuseppe Scopelliti e Antonio Caridi, senatore della Repubblica.
Nell’inchiesta di Lombardo si legge che dal 2001 al 2010 la struttura segreta sarebbe intervenuta in tutte le elezioni che si sono svolte in Calabria, comunali, regionali, nazionali, ed europee al fine di condizionarne il risultato. Sostanzialmente una parte della democrazia in Calabria sarebbe stata sospesa per anni. Avrebbe operato una struttura non conosciuta nemmeno dai capi clan.

I viaggi in Calabria

Raccontare una struttura segreta in televisione è un’impresa titanica. I protagonisti sono tutti in carcere e per questo motivo non intervistabili. Quelli che non sono in carcere hanno tutti rifiutato di incontrarmi. Gli unici ingredienti per la mia inchiesta sono stati centinaia di migliaia di carte da leggere e studiare e alcune intercettazioni audio originali. Ho cominciato a programmare viaggi in Calabria. Con il collega regista Fabrizio Lazzaretti abbiamo contato sei viaggi in macchina Roma/Reggio Calabria/Roma. Ogni volta ci fermavamo per almeno una settimana. Facevamo sopralluoghi, incontravamo fonti riservate e cercavamo di braccare quelli che volevano evitarci.
Per prima cosa abbiamo portato a casa le interviste di chi aveva accettato. Così Vincenzo Macrì, magistrato in pensione che vive tra Roma e Reggio Calabria. Fu lui la mente del processo “Olimpia” che portò all’ergastolo centinaia di ‘ndranghetisti e fu il primo a far condannare gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano ma solo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il suo lavoro non era ancora finito. Macrì mi racconta che all’epoca, l’obiettivo di spazzare via tutto il marcio in cui le indagini di “Olimpia” erano incappate fu bloccato dal timore che affiorassero i coinvolgimenti di importanti istituzioni statali, economiche, politiche. Magistratura compresa. Il Ministero della Giustizia inviò degli ispettori a Reggio Calabria ma non per indagare i magistrati indicati dai pentiti come vicini alla ‘ndrangheta. Gli ispettori furono inviati per adottare provvedimenti disciplinari contro Vincenzo Macrì.
Ricordo ancora che uscii frastornato e inquieto dall’incontro con Macrì. Com’è possibile – pensavo – che fatti emersi già 20 anni fa sono rimasti insabbiati per tutto questo tempo? La stessa domanda che si pose Demetrio Naccari Carlizzi, il protagonista dell’intervista che feci all’indomani. Naccari Carlizzi era candidato sindaco del centrosinistra a Reggio Calabria nel 2002. Sfidava Giuseppe Scopelliti del centrodestra. A decidere quelle elezioni, però, secondo gli investigatori, ci sarebbe sempre lui, l’avvocato già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, Paolo Romeo.
Sono trascorsi 15 anni da quelle elezioni ma la rabbia di Naccari Carlizzi è immutata. «A farmi perdere – afferma – è stata l’organizzazione delle liste messa in piedi da Paolo Romeo, mi ha fatto perdere Paolo Romeo. Se queste persone delinquevano perché non sono state fermate allora» prosegue sbattendo i pugni sul tavolo. «Io mi sono messo a fare l’opposizione politica, non ero io a dover fare le indagini».
Dopo queste interviste tornavo a Roma con più domande di quando ero partito. Continuavo a leggere le carte e poi cercavo riscontri e testimonianze. Ad aprile del 2017 mi concentro sui cosiddetti “riservati”. Nella struttura segreta della ‘ndrangheta, secondo gli investigatori, ci sarebbero il commercialista Giovanni Zumbo, il magistrato in pensione Giuseppe Tuccio e un parroco, Don Pino Strangio. Loro come tanti altri sarebbero quelli che sono definiti i “riservati”. Aiutano la ‘ndrangheta ma non sono affiliati.
Giuseppe Tuccio è un magistrato in pensione. È stato Presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria, poi Procuratore della Repubblica di Palmi, Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro e infine Presidente onorario aggiunto della Corte Suprema di Cassazione. È accusato di associazione segreta, aggravata dall’aver agevolato la ‘ndrangheta. Più volte abbiamo chiesto – inutilmente – all’avvocato di Giuseppe Tuccio la possibilità di un’intervista. Siamo stati anche sotto casa sua per intere giornate per cercare di incontrarlo. Non volevamo fare un agguato, non è nostro costume. Volevamo solo capire come avrebbe risposto un magistrato a quelle accuse così infamanti. Non ci è stato permesso.
Giovanni Zumbo, invece, era un commercialista e addirittura amministratore di beni confiscati alle mafie. Ma Giovanni Zumbo era anche altro, tanto altro: il 21 gennaio del 2010, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era in visita ufficiale in Calabria. Lungo il percorso che avrebbe dovuto fare Napolitano fu ritrovata una “Fiat marea” piena di armi ed esplosivo. Non era un progetto per un attentato al Presidente ma un depistaggio messo in piedi proprio da Giovanni Zumbo e da chi lo muoveva come una pedina. Zumbo in quel modo avrebbe dovuto accreditarsi come fonte affidabile nei confronti dei servizi segreti.
Quel giorno fu proprio lui ad avvertire un carabiniere della presenza dell’auto. Ma c’è di più, Zumbo raccoglieva informazioni sulle inchieste e le passava ai capi clan. Faceva proprio il doppio gioco, lavorava per i clan ma anche per i servizi segreti e non lo diciamo noi, ma un funzionario dei servizi sentito dai magistrati. Ha raccontato che fu il vice capo dei servizi segreti a decidere di instaurare il rapporto con Zumbo. Zumbo, racconta ancora il funzionario, ha ricevuto un compenso in relazione al rapporto di collaborazione che aveva instaurato con i servizi.
Giovanni Zumbo oggi si trova in carcere e deve scontare una pena di 11 anni di reclusione relativamente a un altro procedimento. Magistrati, servizi segreti deviati e cupole nascoste, leggendo le carte e ascoltando gli intervistati avevamo la sensazione di essere dentro una spy story. Ma non era ancora finita. C’è anche un prete nella struttura segreta, Don Pino Strangio di San Luca. Ricorderete la strage di Duisburg, sei morti in Germania per lo scontro tra clan rivali di San Luca. E a San Luca la pressione dello stato dopo la strage era fortissima. In quell’occasione Don Pino Strangio avrebbe promesso ad alcuni carabinieri la consegna degli autori della strage in cambio di benefici carcerari e di un allentamento della pressione da parte dello Stato su San Luca. In realtà era una trappola per addomesticare l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta e screditare i magistrati che la coordinavano.
Anche l’avvocato di Don Pino ci ha detto che il suo assistito non avrebbe rilasciato alcuna intervista. Ma Don Pino dirà messa ogni giorno, mi sono detto. Abbiamo fatto le nostre verifiche e intorno alle 13.00 di un giorno di maggio siamo arrivati a San Luca. C’ero già stato per un’altra inchiesta e per questo motivo non mi sorpresi di tutti quelli che ci guardavano storto.

È difficile raccontare il controllo del territorio che c’è a San Luca e ovviamente non parlo di forze di polizia. Qualsiasi macchina che entra è subito segnalata, seguita e tenuta sotto controllo da gruppi di giovani. Ci siamo spostati davanti alla chiesa per aspettare lì Don Pino che puntualmente alle 17.30 è arrivato per celebrare messa. Non ci ha risposto su nulla. Non ha voluto darci nessuna spiegazione. Come se fosse un normale indagato di mafia ci ha solo risposto «venite al processo». Ma com’è possibile che un prete sia accusato di associazione segreta? Silenzio.
Lasciato Don Pino siamo ripartiti, dovevamo rientrare a Reggio Calabria. Mi accorgo però che una macchina ci stava seguendo. Nelle curve che ci sono per uscire da San Luca quella macchina comincia a suonarmi, mi affianca e un giovane sui 30 anni mi intima di fermarmi. Ovviamente io non ci penso nemmeno. A quel punto mi taglia la strada e devo fermarmi per forza. Sono in due inizialmente ma ben presto arriva un altro ragazzo a bordo di un motorino. Cominciano a minacciarci pesantemente. Vogliono che cancelliamo dalla telecamera tutto quello che abbiamo registrato. Provano a rubare il telefono e a prendere la telecamera. Ci opponiamo e urliamo che avremmo chiamato i carabinieri. «Ndi futtimu di carrabineri» («Ce ne freghiamo dei carabinieri») ci rispondono. La situazione era talmente irreale che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di avere paura. Avevano però l’auto in mezzo alla strada. Bloccavano il traffico e per questo si sono allontanati per spostarla. È stato un attimo. Ho ingranato la prima e sono scappato. Forse ci hanno lasciato scappare perché prima di muoversi la loro ultima frase è stata: «Voi se tornate a San Luca siete morti». Ordinaria amministrazione quando fai il giornalista e ti occupi di ‘ndrangheta.

L’incontro con Nino Fiume

Nino Fiume non era un De Stefano, ma per lungo tempo si è sentito parte della famiglia. Lui era solo uno dei tanti ragazzi del quartiere Archi. Fin quando don Paolino non l’ha notato. «Non è che sono entrato a fare parte della ‘ndrangheta come picciotto o sgarrista » spiega Nino Fiume quando si pente. «Mi sono avvicinato ed è nata una simpatia». Paolo De Stefano gli affida il compito più importante: vigilare sui suoi figli come un fratello maggiore. Un incarico che Fiume prende estremamente sul serio. Soprattutto dopo che don Paolino viene ucciso e quell’omicidio innesca una guerra fra clan, costata a Reggio Calabria sei anni di terrore per le strade e 800 morti ammazzati. Per i De Stefano, Fiume spara, uccide, fa da logista per altri omicidi, trasporta armi da una parte all’altra dell’Italia. È stato anche l’autista di Peppe De Stefano, il figlio maggiore di Don Paolino. Lo accompagnava nei vari summit anche fuori dalla Calabria. A quei summit Fiume ha assistito come ombra silente. Però ha visto e ha ascoltato. E oggi lo può raccontare. Come può raccontare cosa succedesse fra le stanze di contrada Armacà, quando i fratelli De Stefano per parlare senza essere intercettati si scrivevano messaggi su lavagnette subito cancellate. Ma Fiume era lì. Ha letto, ha visto, ricorda. Nel febbraio del 2002 si presenta spontaneamente in Questura con un borsone pieno di armi. Dice che fanno parte dell’arsenale dei De Stefano, dà indicazioni precise per ritrovarne delle altre e chiede di parlare con i magistrati. Da allora non ha mai smesso. Ha riempito pagine e pagine di verbali, ha messo insieme memoriali, in aula non si è mai tirato indietro.
Lo incontro in una località protetta e segreta. Non ha mai rilasciato interviste e per riuscire a parlare con lui ho dovuto fare una trafila di otto mesi.
Nino Fiume ha parlato quasi ininterrottamente per quattro ore. A ogni mia domanda rispondeva con un’incredibile serie di dettagli. Si ricordava perfino modelli e colori delle auto che citava. Quando, però, gli ho chiesto della potenza dei De Stefano la sua voce si è quasi fermata, ha ripreso respiro e poi ha cominciato a scandire parola per parola, quasi a sottolineare che quelle sono cose molto delicate: «io ho incontrato delle persone che mi hanno raccontato queste storie, si tratta di persone che facevano parte di una loggia massonica dove erano iscritti anche i De Stefano e mi avevano spiegato che c’erano dei patti risalenti agli anni ‘70 che loro avevano stipulato e che pur essendo esclusi da alcuni poteri avevano le capacità economiche per poter entrare in determinate situazioni a patto però che non fossero commessi crimini contro le istituzioni, c’era questa specie di giuramento.
«I De Stefano avrebbero avuto protezioni anche a livello istituzionale. Mi hanno raccontato che Paolo De Stefano faceva società con persone dove non può accedere nemmeno il Presidente della Repubblica,  le lascio immaginare loro che tipo di coperture avevano». E quando a Fiume chiedo banalmente cosa è la ‘ndrangheta lui mi consegna una risposta che fa tremare i polsi: «vede, questa parola è brutta, lei ha detto sta parola che mi dà fastidio solo  a sentirla dopo tanti anni… che cosa è la ‘ndrangheta? Io poco tempo fa ho paragonato la ‘ndrangheta a un treno… lei immagini un treno con tanti vagoni. Ogni vagone equivale a un locale di ‘ndrangheta. Oltre questo treno ce n’è un altro ancora più veloce ad alta velocità dove non tutti possono salire, solo poche persone. Al di sopra di questo treno ad alta velocità ci sono questi burattinai che viaggiano in aereo, non vanno in treno e che a distanza muovono gli scambi all’insaputa anche dei passeggeri del treno per dirottare dove vogliono… come avveniva per la politica lo stesso è con la ‘ndrangheta.
«A Reggio Calabria – mi dice Fiume – c’è stata una guerra, ci sono state persone che hanno ucciso altre persone senza sapere il perché». Quindi – chiedo – la ‘ndrangheta che abbiamo raccontato fino ad oggi non esiste? «Non si può dire più nemmeno ‘ndrangheta – è la risposta di Fiume – io non saprei nemmeno come chiamarla, io non saprei nemmeno come definirla, si potrebbe dire chi sta al di sopra della ndrangheta? Domanda delle domande, come si chiama questo ente? E come si chiamano queste persone attori o burattinai come li vogliamo chiamare, chi sono, quanti sono?”.

Le ultime

Intanto l’esistenza di una cupola segreta a cui è affidata la direzione strategica e riservata della ‘ndrangheta è stata confermata dal Tribunale del Riesame e per questo motivo i principali imputati rimangono in carcere. Alla cupola apparterrebbero l’avvocato Paolo Romeo, l’avvocato Giorgio De Stefano, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra e il senatore Antonio Caridi. Tutti accusati di associazione segreta aggravata dall’aver favorito la ‘ndrangheta. Una struttura che per poter meglio svolgere il proprio ruolo non si interfaccia direttamente con la ‘ndrangheta operativa. “Questo compito – scrive il collegio giudicante – è riservato ai politici “servi” che si devono necessariamente affidare alle singole cosche per raccogliere i voti necessari al fine di essere eletti. Romeo e De Stefano intervengono a un livello più elevato che è quello di eterodirigere dall’alto i medesimi politici avvalendosi del loro schermo formale per portare avanti i propri interessi criminali”. E poi – si legge nel provvedimento – come se non bastasse al già elevato quadro di gravità indiziaria si aggiungono le dichiarazioni del coindagato Alberto Sarra, che già in sede di interrogatorio di garanzia riferiva che «tolto Paolo Romeo, dal panorama politico reggino le figure come Giuseppe Scopelliti, Umberto Pirilli, Pietro Fuda, Giuseppe Valentino e Antonio Caridi non sarebbero esistite».
La chiara sensazione è che presto potrebbero esserci sviluppi investigativi importanti che riscriverebbero la storia politica della Calabria e non solo.

 ITACA n.39