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QUELLA PREMATURA SCOMPARSA DI
MONS. ANTONIO LANZA

In primo piano

Francesca Peri Minuto

Erano anni difficili, quelli. Il 25 luglio del 1943 Benito Mussolini, sfiduciato dal re Vittorio Emanuele III, era stato sostituito col generale Badoglio, il quale si spostò al sud, mentre Roma veniva invasa dalle truppe tedesche. I nostri soldati, congedati dai loro superiori e lasciati allo sbando, risalivano la penisola, senza armi, affamati, privi di tutto e facile preda delle ritorsioni tedesche. L’Italia era spaccata in due.

In tale contesto, un evento imprevisto aveva di colpo privato la diocesi di Reggio del suo Arcivescovo, Mons. Enrico Montalbetti, che si trovava in visita pastorale a Pellaro: sentendo che la sua città veniva ancora una volta bombardata, si era affacciato sulla terrazza della casa che lo ospitava e una bomba, sganciata da un aereo, lo aveva ucciso.

Papa Pio XII si rese subito conto che non si poteva nominare arcivescovo di Reggio Calabria un presule qualunque. Occorreva una persona particolare, capace di far fronte all’emergenza, capace di venire incontro alla situazione disperata della popolazione, di trattare con autorità e prestigio con le truppe alleate, soprattutto in vista di una separazione da Roma.
A Roma allora teneva la cattedra di Teologia Morale presso il Pontificio Ateneo Lateranense Antonio Lanza, un giovane sacerdote calabrese, dall’intelligenza eccezionale, dalla cultura profonda, dalla vita ascetica e spirituale esemplare: era assistente centrale del Movimento Laureati di Azione Cattolica ed era spesso chiamato a dirigere le Settimane Sociali dello stesso Movimento.

E così, dalla pace degli studi e delle attività apostoliche romane, egli fu catapultato in trincea. Dopo un viaggio rocambolesco dovuto al fatto che le linee ferroviarie erano in gran parte interrotte, il 10 agosto, nella Cattedrale di Reggio quasi vuota, egli prendeva possesso dell’archidiocesi e con brevi parole auspicava la pace e prometteva di ricostruire ciò che era stato distrutto e di essere per tutti di conforto e di aiuto. Stabilitosi nel Seminario Pontificio, l’episcopio era stato bombardato, ogni giorno andava a visitare il suo popolo e il suo clero, sfollato in vari paesi e in varie contrade, accorrendo immediatamente là dove i bombardamenti continui provocavano feriti e sciagure.

In soli ventinove giorni visitò tutte le parrocchie della diocesi di Reggio e di Bova. Ferito al tallone per lo scoppio di una polveriera, fu operato d’urgenza nell’ospedale civile dell’Eremo e rifiutò ogni anestesia per offrire al Signore quel dolore fisico per i suoi figli. Finalmente il 13 gennaio 1944 l’Arcivescovo poté rientrare in Episcopio e iniziò la sua molteplice attività con rara sapienza e sorprendente intuito. Fece riparare e ricostruire il Seminario diocesano e dedicò ai seminaristi tutte le sue cure, perché essi costituivano le speranze più vive per la diocesi. Fu zelante, disponibile, ma anche severo: spesso andava a pranzare con loro, ascoltava con paterno affetto i loro problemi; incoraggiava, ammoniva, sosteneva. Riorganizzò le fila dell’Azione Cattolica, sollecitò dalle autorità aiuti per i bisognosi e per la ricostruzione delle case distrutte.

Si occupò in particolare dei bambini poveri organizzando per loro colonie estive al mare o in montagna, controllando personalmente che il cibo fosse sostanzioso.
La sua porta era aperta a tutti in qualsiasi momento: ricordo che noi, universitari, ci radunavamo nella saletta a pianterreno dell’episcopio per organizzare aiuti per i profughi che venivano da Anzio e, appena sorgeva un problema, salivamo di corsa le scale e ci rivolgevamo senza alcuna formalità al nostro arcivescovo. Ben presto Egli offrì a tutti noi una carità più profonda, venendo incontro alla nostra ignoranza con il suo prezioso e straordinario magistero. Teneva lui stesso corsi di cultura religiosa diversificati e a vari livelli, che spesso si concludevano con esami. I più prestigiosi erano quelli tenuti nel Salone della Provincia, sempre gremitissimo di intellettuali e professionisti che accorrevano anche dalla Sicilia.

Alcuni sacerdoti anziani, che insegnavano religione nelle scuole statali, si videro sottoposti al controllo del loro arcivescovo, che esigeva che si preparassero adeguatamente per essere alla stessa altezza degli insegnamenti profani. Qualcuno cominciò a criticarlo apertamente, ma egli rispose pubblicamente che cercava di obbedire come meglio poteva all’ordine del Signore: “Andate e insegnate a tutti, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Documenti importantissimi furono le sue cinque Lettere Pastorali, scritte a volte a nome di tutti i vescovi della Calabria, dato che egli era il Presidente della Conferenza episcopale calabrese. Una di queste, la più famosa, I problemi del Mezzogiorno, fu sottoscritta ufficialmente da tutto l’episcopato dell’Italia Meridionale, e cioè da 18 Arcivescovi, da 55 vescovi, da due prelati e da tre abati. In essa è evidente l’amore appassionato per la gente umile della Calabria, per quei piccoli, angariati, frodati, vilipesi, ai quali andava riconosciuta la dignità di persona umana.

Era evidente che una simile personalità si dovesse scontrare con la mafia. E ciò si verificò quando l’Arcivescovo sottrasse alla mafia dei pescatori il predominio, fino allora indiscusso, sulla discesa in città del quadro della Madonna dell’Eremo. Uno dei mafiosi stava in piedi sulla vara, dirigeva il traffico, stabiliva dove il quadro dovesse fermarsi e voltarsi, attaccava con spilli sul quadro le banconote che venivano offerte e così via. Quando l’Arcivescovo lo impedì, i pescatori si rifiutarono di portare la vara; ne fu costruita una più piccola e la portarono i ragazzi dell’Azione Cattolica. Ma la gente non poteva essere contenta, perché si trattava della festa più solenne di Reggio. L’Arcivescovo ideò la Peregrinatio Mariae e la annunziò con un ardente appello: il 13 febbraio 1948 il quadro della Madonna, su un camion artisticamente addobbato, passò attraverso tutte le parrocchie della diocesi, accompagnato dalla predicazione di missionari sacerdoti, religiosi e laici.

A Piazza del Popolo, da cui la processione prese l’avvio erano convenuti l’Arcivescovo con il Capitolo, il clero, i chierici dei due seminari e tutte le autorità cittadine guidate dal sindaco. La processione era salutata da persone accalcate sui marciapiedi, mentre dai balconi venivano gettati fiori. Dovunque si levavano preghiere, canti, musiche.

Il quadro fece ritorno a Reggio, dopo aver toccato in sessantadue giorni tutti i paesi della diocesi, l’11 aprile, accompagnato da una marea di folla osannante. La manifestazione si concluse in Duomo con la benedizione eucaristica. L’Arcivescovo era riuscito a ricondurre la devozione popolare alla Madonna della Consolazione a un culto religioso autentico.

Si potrebbe continuare a descrivere le varie iniziative che Mons. Lanza seppe inventare per la sua gente, a cominciare dai corsi di Morale sociale che Egli teneva ogni anno a Zervò, la residenza estiva del clero, a cui accorrevano persone da tutta la Calabria e da varie parti d’Italia. Tuttavia è forse più importante chiedersi quale fosse la sorgente segreta della sua attività pastorale. Lo testimonia don Giovanni Rossi, chiamato da lui con i Volontari della Pro civitate christiana di Assisi, per svolgere una missione: “Mons. Lanza era uno dei presuli più ricchi di pietà, di intelligenza, di ardore, che contava l’episcopato italiano. Fui ospite della sua casa per quei quindici giorni durante la nostra missione… e di giorno in giorno… piissimo come un certosino nella sua cappella, assiduo allo studio fino alle più tarde ore della notte, fervorosamente bruciante di zelo per il suo buon popolo, lo vidi crescere dinanzi a me come un gigante della santità e dell’apostolato di Gesù Cristo”. Lo studio assiduo nelle ore notturne sfociò nei suoi preziosi volumi di Teologia Morale.

Come si sarebbe potuta prevedere, in tanto fervore di attività e d’iniziative, una fine così precoce? Il suo predecessore, Mons. Montalbetti, era stato stroncato da una bomba, ma Lui da che cosa è sta- to stroncato? Era il 1950. Aveva trascorso il giorno del suo onomastico (il 13 giugno) con i professori e gli alunni del Seminario. Partì la sera per Roma per partecipare alla Commissione episcopale dell’Azione Cattolica. Sabato 17 tornò col treno della notte. Era preoccupato per la mamma sofferente, tanto che aveva chiamato ad assisterla la figlia maggiore Ida. Il 19 si recò a Zervò per controllare se tutto fosse pronto per il soggiorno estivo dei seminaristi; il 20 e il 21 seguì il solito orario; il 22 celebrò la Messa, ma era pallido e stanco: accusava disturbi intestinali ed aveva un po’ di febbre. Fu chiamato il medico curante, il quale chiese il consulto con altri due medici. Ma ben presto il vomito diventò emorragico. Furono avvertiti i familiari a Roma. Poco dopo chiese l’assoluzione e l’E- strema unzione, recitò l’Atto di dolore, mormorò i nomi di Gesù e Maria, salutò i presenti con le parole “a Dio” e fulmineamente venne meno.

I parenti chiesero all’autorità giudiziaria l’autopsia, ma i risultati non sono mai pervenuti. Mi resta ancora nell’orecchio il grido della sorella Ida: “Sequestrate il calice di Zervò!”.

Interrogativi rimasti senza risposta

E’ inquietante, nel ricordo finale della professoressa Peri Minuto, quel grido della sorella di Mons. Lanza: “Sequestrate il calice di Zervò!”.
Sicuramente il sospetto sarà stato di un avvelenamento procura- to ad arte da chi riteneva una minaccia l’impegno operoso di Mons. Lanza. C’erano stati risentimenti da parte della mafia dei pescatori per la loro esclusione dalla processione della Madonna dell’Eremo. Ma al punto di volerla vendicare con l’assassinio? Certo, resta il fatto che nonostante l’autopsia finale sia sta affidata a tre periti settori, mai ne sia stato certificato l’esito, nonostante le ripetute richieste, della famiglia Lanza. La relazione arrivò dopo un anno e mezzo! Con l’incredibile motivazione che i risultati non potevano essere del tutto attendibili perché all’accertamento peri- tale era nociuto il tempo trascorso dalla morte all’autopsia.
Ma ancora più inquietante è il fatto che la cartella d’archivio del Presule, risulti vuota.

Chi ha avuto interesse a occultare le ragioni reali della prematura morte di Antonio Lanza?
Può sembrare una preoccupazione inutile andare a indagare su un evento ormai così remoto, ma la sottrazione dei documenti d’archivio suscita il dubbio che ancora oggi c’è chi ha interesse a impedire che si conosca una verità probabilmente scomoda e imbarazzante.

Resta comunque il rimpianto che la Calabria e la Chiesa italiana abbiano perso prematuramente una personalità di grande intelli- genza, di grande cultura, soprattutto di grande pietà.
Lanza, nato a Castiglione Cosentino, all’età di dodici anni manife- stò precocemente la vocazione al sacerdozio.

Divenne un riferimento fondamentale per tutto l’episcopato ita- liano. Un “trionfo” la sua gestione della Settimana Sociale di Napoli, da lui programmata e organizzata.
Non a caso il Card. Nasalli Rocca aveva rivelato l’intenzione di Pio XII di nominare Lanza, cardinale.

A.M.

ITACA n. 36/37