Sulle tracce dei Greci di Calabria

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Il borgo di Gallicianò

Li chiamavano sprezzantemente paddéchi quando i montanari greci dall’Aspromonte scendevano a Reggio. Fino a quando uno studioso tedesco, Gerhard Rohlfs, zaino in spalla, a dorso di mulo, si avventurò dalle loro parti e ascoltandoli dal vivo poté enunciare un’ipotesi straordinaria: quella parlata incomprensibile affondava le radici nel greco di Omero, continuità ininterrotta con la Magna Grecia!

Samantha De Martin

Terra arsa dal sole, fichi d’india, strade a picco sul mare, il blu intenso del cielo che accoglie nel grembo piccole case abbarbicate alla collina.
Aggirarsi tra i paesini dell’area grecanica significa compiere un viaggio nel tempo, nella lingua e tra le tradizioni popolari di una Calabria autentica, scrigno fedele di un passato che custodisce storie, mestieri, leggende, antichi riti. Aneddoti di maghi e di magare, miti ed eroi si confondono in questo mosaico brillante, cucito con pazienza da vecchie mulattiere che s’inerpicano tra precipizi e gole profondissime, sperdute nella loro bellezza maturata al sole di una civiltà antica e al trascorrere lento dalle stagioni.

Siamo nella Grecìa calabrese, la terra dei Greci di Calabria, incastonata nel massiccio aspromontano, a una manciata di chilometri da Reggio, nella frastagliata valle dell’Amendolea. La si può scoprire raggiungendo i comuni di Bova Superiore, Bova Marina, Roccaforte del Greco, Condofuri, Roghudi, Gallicianò, Amendolea, Grotta, San Carlo, limiti territoriali della Grecìa linguistica, dove gli ultimi, pochissimi parlanti – in tutto 500 – sono i relitti di una parlata antichissima che affonda le sue radici addirittura nel greco di Omero.
È stato in realtà un tedesco, Gerhard Rohlfs più di 90 anni fa, a scoprire e a valorizzare queste comunità attraverso i suoi ripetuti viaggi in Calabria, regione che, come scriveva, “doveva essere redenta attraverso la riconquistata dignità di popolo, a seguito della riscoperta dei valori culturali regionali da parte dei suoi abitanti”.
E così, zaino in spalla, a dorso di mulo, ammaliato dalla varietà dei dialetti, “archeologo delle parole” si è posto come il corifeo della rinascita di questi borghi ricchi di storia, per morire, una volta rientrato in patria, con il nome della sua amata terra calabra.

Gallicianò, “acropoli della Magna Grecia”
Il mio incontro con i Greci di Calabria è invece avvenuto quasi 90 anni dopo rispetto allo studioso tedesco, precisamente a Gallicianò, “Acropoli della Magna Grecia”, in un pomeriggio di primavera inoltrata. A offrirmi lo spunto per una visita, l’amore per una terra magnetica, la curiosità per le parlate locali e l’argomento della mia tesi di laurea, legato agli aspetti linguistici della superstizione in quest’area.
La signora Nucera, dopo aver messo a disposizione u bizzolu – il ‘gradino della porta di casa’ – aveva iniziato a tessere il suo elenco di malanni che negli ultimi mesi l’avevano sferzata, condividendo quel suo coraggioso “tirare avanti” contro gli avversi colpi della sorte. Poi, nel mostrare la perla del borgo, la piccola chiesa ortodossa Panaghìa tis Elladas (Madonna dei Greci), era passata a ricordare con orgoglio quegli studiosi, primo tra tutti Rohlfs, che erano arrivati fin lì e che “avevano insegnato il greco ai Greci stessi”.

Gli eredi della lingua di Omero
Le comunità grecaniche sono un crogiolo di diverse civiltà fuse tra loro da secoli di dominazioni avvicendatesi sul fertile sostrato greco antico – potremmo dire con Rohlfs addirittura omerico – al quale, col tempo, si sono aggiunti elementi latini, arabi, francesi, ispanici, germanici, riplasmati e riadattati nella fucina del Cristianesimo, e a contatto con il mondo della Grecia moderna.
Per afferrare questo legame fortissimo con il mondo greco, oltre ad osservare i riti funebri – ma anche quelli legati alla coltivazione, alla preparazione dei dolci e del pane – ancora oggi presenti tra queste comunità, basta ascoltare la parlata dei pochi anziani rimasti. Eppure questa lingua fu a lungo apostrofata come la parlata dei villani e dei paddéchi, i montanari greci.
Mentre l’avvento del Fascismo – infliggendo severe punizioni agli scolari sorpresi a parlare greco – non aveva fatto altro che accrescere l’isolamento di queste comunità grecofone, la distanza geografica di questi centri – lontani dalla superstrada litoranea e dai circuiti di distribuzione della stampa – aveva favorito la conservazione di queste parlate locali, la cui riscoperta avvenne intorno agli anni Cinquanta del Novecento.
La continuità ininterrotta tra il greco della Magna Grecia e quello parlato oggi in queste comunità è molto evidente soprattutto nel lessico – soprattutto a quello legato alla sfera della superstizione – dei Greci di Calabria. Nonostante i dialetti italo-greci abbiano una loro fisionomia e non possano essere identificati con nessun dialetto regionale della madreterra greca, in queste comunità il legame linguistico con la madrepatria non fu mai interrotto.
Se infatti parole come cátara (‘maledizione’), diávolo, δráćena (‘drago femmina’) sono comuni al bovese e al greco antico, il bovese lícena (‘strega maledetta, lupa’), ancora presente nella parlata di Bova, trova riscontro in uno dei Dialoghi del greco Luciano di Samosata, dove la voce Lukaìne figurava come nome proprio di una prostituta. Significato che giustificherebbe l’attuale utilizzo figurato del termine.
A quanti, bovesi e non, sarà poi capitato di imbattersi nella parola magára (‘strega, maga in grado di sedurre gli animi con formule e gesti’) con la sua accezione non proprio positiva, a indicare una donna immorale? Ed eccolo il termine Mégaira a designare, nella mitologia classica, una delle Erinni, divinità del male e della morte.
E si potrebbe continuare ancora, frugando nel lessico per cogliere questo contatto tra le antiche colonie linguistiche della Calabria magnogreca e la madrepatria.

Bova, la “capitale” della cultura greca di Calabria
Con il suo grazioso centro storico, la piazzetta che accoglie un’antica locomotiva a vapore, e ancora la Cattedrale, il Santuario di San Leo e gli antichi palazzi nobiliari, Bova, inserita nel circuito dei borghi più belli d’Italia, è la “capitale” dell’area grecanica.
I ruderi del castello normanno sorvegliano orgogliosi questo affascinante borgo tra i cui anfratti sembrano risuonare ancora le voci degli antichi Ausoni.
Meta di Vandali, Saraceni, Arabi, Normanni, questo piccolo centro accoglie il “Sentiero della civiltà contadina” e, dal 2016 – nel punto esatto in cui il viaggiatore Edward Lear disegnò un bellissimo scorcio di Bova, durante il suo Grand Tour – il Museo della lingua greco-calabra intitolato a Gerhard Rohlfs.

Roghudi, il borgo fantasma
A qualcuno sarà capitato di avventurarsi da solo, in fuoristrada, sfidando il continuo susseguirsi di dirupi e stradine impervie. Ma a Roghudi Vecchio, il “borgo fantasma” a una ventina di chilometri da Bova, spopolato in seguito alle alluvioni del 1971 e del 1973, e raggiungibile percorrendo una piccola strada in un paesaggio selvaggio e incredibilmente suggestivo, è consigliabile andarci in compagnia di una guida esperta.
D’altronde è il nome stesso di questo piccolissimo centro – dal greco rochódes, ‘roccioso’ – composto da brandelli di ruderi, aggrappato a un puntuto dente di roccia sospeso sull’assetata fiumara dell’Amendolea, a mettere in guardia evocando l’ambiente che lo circonda.
Eppure sembra ancora di vederla la Narada di Roghudi, dalle sembianze femminili e i piedi d’asina, sbucata dai racconti popolari grecanici, mentre si aggira tra i vicoli abbandonati. Il suo nome ricorda un aggettivo utilizzato da Omero nell’Iliade, dove il misterioso autore designava invece ‘colei che non inganna’.
Avviluppati nel loro fecondo silenzio, i borghi dell’area grecanica sembrano ammiccare a quella costa fertile, impreziosita del giallo profumato del Bergamotto e percorsa dall’incedere lento della tartaruga Caretta Caretta che ha scelto la fascia jonica reggina, cuore della Calabria Greca, per deporre le uova.

Un patrimonio da difendere e tramandare
Sospese tra i relitti di un mondo che scompare con la morte degli ultimi parlanti, le comunità grecaniche, con la loro profumata tradizione culinaria, la vivacità del Festival Etnomusicale Paleariza, la preziosa lingua, possono sopravvivere solo grazie alla salvaguardia garantita dalla memoria e dall’orgoglio, più che dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482 a tutela delle minoranze linguistiche.
Nel 2003 il GAL – Gruppo Azione Locale Area Grecanica – ha promosso Pucambù, l’Agenzia per lo Sviluppo del turismo rurale della Calabria Greca, un consorzio con il compito di promuovere i pacchetti turistici e garantire servizi comuni al territorio.
Recentemente ha preso il via la campagna di raccolta fondi “Se mi parli vivo” promossa dall’Associazione culturale ellenofona Jalò Tu Vua in partenariato con GAL Area Grecanica e il Comune di Bova, per la salvaguardia e la promozione del greco di Calabria.
Due i progetti interconnessi che consistono nell’istituzione di tre laboratori linguistici permanenti e gratuiti di greco di Calabria, nei comuni di Bova, Condofuri e Reggio, e nella realizzazione della Casa della Filoxenìa, un percorso esperienziale sulle migrazioni del popolo calabrese e non.
Sono iniziative importanti, che rafforzano un impegno che un giorno ci renderà tutti, accanto ai Greci di Calabria, depositari di un patrimonio fatto di riti, credenze e tradizioni, fertile humus di quella civiltà e identità storica della nostra lussureggiante Arcadia.

ITACA n. 41