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Camera con vista

Mondo Calabria - Storie

Saverio Marra, fotografo e tuttofare, vissuto nella prima metà del secolo scorso, ha guardato alle vicende liete e tristi, pubbliche e private, della sua città, San Giovanni in Fiore, e le ha fissate, meticolosamente, in oltre seimila lastre

Saverio Basile

C’è ancora qualcuno, a San Giovanni in Fiore, specialmente tra i vecchi, a ricordarsi della bizzarra figura di Saverio Marra, fotografo e inventore.

Si interessava di apicoltura, e studiava sistemi originali per praticarla; si interessava di meccanica, e creava incredibili avveniristici marchingegni, utili per l’agricoltura, da applicare al suo moto-carrozzino Guzzi.

Ma ancor più Saverio Marra è rimasto nella memoria di San Giovanni in Fiore per la funzione costante che ha avuto, come fotografo, nella vita di tutti, quando fare il fotografo non era, come adesso, un mestiere, ma una sorta di presenza magica nei momenti fondamentali della vita dell’individuo e della collettività.

Marra comincia all’inizio del secolo e va avanti, più o meno, fino al 1950: furono anni assai fruttuosi per la sua arte, anni di grosso cambiamento sociale all’interno della comunità sangiovannese e anni di stravolgimento politico che segnarono la storia dell’intera Calabria.

Questi e quelli Saverio Marra rappresentò, documentò, le più volte poeticamente interpretò, in una ansia di lavoro che ha dell’incredibile e che ammonta a qualcosa come 6000 lastre fotografiche.

Ma, cosa più incredibile per un personaggio come lui, è che tutto il suo lavoro sia stato da lui stesso meticolosamente conservato, catalogato, collazionato: Saverio Marra si rendeva evidentemente conto, di non aver solamente esercitato un mestiere, nella sua vita, ma di aver in qualche modo realizzato una sorta di «storia fotografica» di una certa Calabria che andava scomparendo.

Questo immenso patrimonio è stato ritrovato intatto, alcuni anni fa, da un fotografo dilettante: sono, dicevamo, 6000 lastre fotografiche marca «Cappelli», di cui ben tremila formato 10×15 e millecinquecento formato 18×24; le rimanenti sono fotografie formato «gabinetto».

Una prima ricostruzione cronologica del materiale fotografico della raccolta Marra dimostra come egli abbia inizialmente praticato una sorta di apprendistato da autodidatta: è il periodo, che comincia intorno al 1910 (Saverio Marra era nato nel 1894) dell’attività «casalinga»: Marra scatta una enorme quantità di fotografie ai genitori, alla famiglia, agli amici.

Quindi, un forte salto di qualità, segnato da una macchina d’avanguardia per l’epoca: una Zeiss prodotta in Germania, con soffietto allungabile, fissata su un robusto treppiede di legno.

Da qui, Saverio Marra diviene, come dire «fotografo sociale», e ci dona una serie di immagini che anche quando ritraggono il «privato», riescono a restituirci tranches di storia sangiovannese.

Le feste patronali con l’albero della cuccagna e la processione del santo patrono attraverso i vicoli del paese; le adunate fasciste in piazza Abate Gioacchino; l’inizio dei lavori, allora considerati faraonici, delle opere idrauliche sull’altopiano silano (1929-1932); la compagnia teatrale «II Carpentiere» con Mimi, Cocò e Carmine «u pazzu» (1925); il primo pullman di linea (16 posti) appena.

Passa qualche anno e il ruolo di Saverio Marra diventa assai importante nella vicenda dell’emigrazione transoceanica sangiovannese (e non si dimentichi che San Giovanni è il paese a più alto tasso di emigrazione di tutta la Calabria): tocca a lui fare i ritratti per i passaporti, a lui fotografare le immagini della partenza, e ancora a lui il compito di ritrarre, per il capofamiglia emigrato, la famiglia. Sono fotografie di grande bellezza.

Ci sono intere famiglie che si ritrovano fotografate, a distanza di anni, in occasione del ritorno del capofamiglia; altre perennemente private del marito e del padre, oppure riunite intorno agli avvenimenti principali della loro vicenda: il battesimo, il matrimonio, la morte.

Ed è forse questo l’aspetto più caratterizzante della attività di Saverio Marra: da lui la morte viene raffigurata come avvenimento assolutamente «normale» della storia dell’individuo.

Bisogna dare a chi è lontano l’immagine di chi è morto, come gliela si è data di chi è nato o di chi si è sposato: di luci artificiali all’interno, per riprendere il catafalco, neanche a parlarne. Allora il gruppo familiare intorno al morto viene ricomposto all’esterno, e la bara sollevata in verticale, a causa della rigidità della macchina. Ne vengono fuori immagini di morte assai inconsuete: ci si ritrova intorno alla morte come intorno ad una qualunque festività familiare; come per una festa è progettata l’armonia del gruppo familiare.

Dal ritrovamento della lastroteca Marra, che costituisce una delle più importanti di tutto il Mezzogiorno, ma anche dall’esigenza di riappropriarsi del proprio passato, è nato a San Giovanni in Fiore il Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana. Il passato, insomma, anche se fatto di miseria, non va esorcizzato, ma va recuperato, perché è parte della nostra identità: è questo, in sintesi il programma di politica culturale che sembra aver ispirato il comune di San Giovanni in Fiore, dove tra l’altro esistono ancora fiorenti laboratori di ferro battuto, tessitura, oreficeria.

La sezione più importante è senz’altro il “Fondo fotografico Saverio Marra”, che presenta ai numerosi visitatori che ogni anno raggiungono San Giovanni in Fiore, sulle montagne della Sila, una selezione di centonovanta fotografie, che costituiscono una minima parte del “patrimonio” formato da oltre 1500 lastre, che per il loro particolare valore di testimonianza dell’universo popolare silano, meritano l’appellativo di “reperti archeologici”.

Ora quelle fotografie, che gli eredi del fotografo Marra hanno ceduto al Comune di San Giovanni in Fiore, sono state studiate, catalogate e selezionate da un’equipe di studiosi, guidata dal prof. Francesco Faeta e rappresentano una documentazione importante per studiare il passato di questo paese.

«Il fondo, infatti, per le sue dimensioni, per i suoi contenuti e per il suo stato di conservazione – sostiene il dott. Pietro Maria Marra, pronipote del fotografo e fino a qualche tempo fa direttore del Museo – è uno dei ritrovamenti più interessanti avvenuti in area meridionale».

ITACA n.25