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Carmelo Di Giovanni prete di strada

Mondo Calabria - Storie
Un ministero tormentato, un’ansia di giustizia sociale sempre viva, lo spendersi senza risparmio per i più bisognosi di aiuto. Sulle strade del mondo l’esercizio costante della compassione verso gli ultimi

Giuseppe Antonio Martino

Padre Carmelo Di Giovanni, un calabrese di Sangineto, in Provincia di Cosenza, è parroco della St. Peter’s italian Church, la chiesa degli italiani nella capitale britannica, ma la sua vita è un girovagare per il mondo alla ricerca dei più derelitti: i drogati, i carcerati, i terroristi, nella sua azione di apostolato, sono sempre stati i suoi interlocutori privilegiati.

Il giudice Armando Spataro, che lo conobbe tramite Mario Ferrandi, un giovane accusato e condannato per terrorismo di sinistra, così parla di lui: «Non saprei esattamente definire cosa lo renda così comunicativo e perché sono stato indotto ad accordargli subito fiducia… sarà la sua storia di “prete di sinistra”… o sarà la sua carica umana che letteralmente esplode da un uomo che ha girato mezzo mondo e ha maturato esperienze uniche; sarà la complessità del cammino attraverso cui è arrivato a interessarsi di detenuti, terroristi ed ex terroristi; o sarà l’interesse che suscita l’attività di un prete che opera all’estero in un contesto credo difficile come quello inglese. Ma credo che soprattutto sia determinante la serenità del suo modo di fare, la naturale capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore senza gravarlo dalla drammaticità degli interrogativi in discussione» (dalla prefazione a Eravamo terroristi, lettere dal carcere, Edizioni Paoline, 1989).

Mariapia Bonanate nel suo libro Preti, Rizzoli, 2000, lo sceglie come evocazione dell’Apostolo Filippo e così lo descrive, stanco dopo una giornata vissuta tra i detenuti: «Non risponde, dorme, il capo reclinato sul petto, le mani giunte sulla pancia, le gambe corte che ondeggiano e sfiorano il pavimento della metropolitana.
Abbiamo trascorso insieme la giornata nel carcere londinese di Pentonville e stiamo rientrando in parrocchia…

Nessuno bada a quell’uomo di mezza età, con un cardigan azzurro tutto spiegazzato sopra una polo gialla, i calzoni neri che devono essersi accorciati nei lavaggi e un sacchetto di plastica appeso al braccio. Nessuno immagina che in quel fagotto umano piccolo e rotondo, dall’aria dimessa e così poco inglese, c’è uno dei cuori più grandi che ho incontrato nel mio viaggio lungo le strade del Vangelo. C’è il prete più amato dai giovani che arrivano a Londra dall’Italia e da altre parti del mondo».

Io, Carmelo Di Giovanni, lo conobbi nel 1971, prima che su di lui scrivessero in tanti. Erano gli anni dopo il Concilio Vaticano II. Ferveva, allora, il dibattito nato dalle contestazioni del ’68 e anche Carmelo, appena ordinato sacerdote, animato da una profonda ansia interiore di giustizia sociale, aderì alle proposte di rinnovamento della Chiesa, che spesso però reinterpretavano e talora sconvolgevano i documenti conciliari.

Quando i giornali cominciarono a interessarsi alle sue iniziative, i superiori per frenare la sua esuberanza lo destinarono alla chiesa italiana di Londra. Accettò di trasferirsi, convinto che la sua esperienza londinese sarebbe durata poco, ma presto si rese conto che la sua permanenza nella capitale inglese non sarebbe stata tanto breve. Cominciò a circondarsi di giovani che animassero le celebrazioni liturgiche, continuando ad elaborare progetti di opposizione alle ingiustizie sociali, non escludendo, se necessario, anche il ricorso alla violenza. Ipotesi semplicemente teoriche data la sua innata bonomia. Quasi per caso, nel 1973, si ritrovò a svolgere il suo ministero nelle prigioni e presto, specialmente tra i giovani italiani, cominciò ad essere conosciuto come “il prete delle carceri di Londra”. Il suo apostolato si estese anche alle vie della capitale inglese dove, in quegli anni, arrivavano centinaia di ragazzi spinti dalla voglia di esperienze nuove e di libertà. Molti erano tossicodipendenti, altri lo diventavano presto e non era raro che egli ritrovasse alcuni di loro prima nelle piazze, poi in carcere, soli e abbandonati. La sua intensa opera è testimoniata in due volumi: il primo del 1989 (il già citato Eravamo terroristi…) contenente le lettere in cui sedici “ex” terroristi, da Francesco Barbone a Ettorina Zucchero, gli confidano i loro pensieri e i loro tumulti; il secondo, del 1994, edizioni Dehoniane, Bologna, Dal carcere di Londra – lettere di giovani italiani drogati e malati di AIDS, a cura di Francesco Strazzari.

La giornalista torinese Chiara Genisio, presentando il suo volume Un prete ribelle, edizioni Paoline del 2004, ha dato testimonianza, al “Maurizio Costanzo show” dell’originalità di quel sacerdote che lei ha visto «sui marciapiedi di Soho, di Trafalgar Square, di Piccadilly Circus». In quell’occasione, in collegamento da Londra, alle insidiose domande di Costanzo, Carmelo rispose con una solenne professione di fede: riconobbe la sua tormentata ricerca di giustizia, non negò i tanti tumulti che avevano animato la sua vita sacerdotale, ma proclamò solennemente la sua fede in Cristo Risorto e riconobbe che la vera svolta della sua vita era avvenuta grazie a dei catechisti neocatecumenali giunti dall’Italia alla St Peter’s Italian Church che gli predicarono che la salvezza l’uomo non può trovarla nella lotta di classe, ma rifugiandosi in Cristo.

Le parole di quei laici, per niente scoraggiati dalle sue reazioni, lo posero davanti al fallimento della sua vita sacerdotale. Ne seguì una crisi profonda durante la quale egli sentì «una Presenza che entrava dentro di lui con una forza sconosciuta, con una tenerezza mai provata». «Piansi e mi arresi al Dio della misericordia, dell’amore e della riconciliazione».

Per lui iniziava una vita nuova: senza mai perdere la sua grinta, ha continuato a girare per le vie di Londra e a frequentare assiduamente le carceri, in aiuto dei più bisognosi, ma erano scomparsi i propositi violenza per lasciare posto alla misericordia e al perdono.

Nel 1984 decise di fare una nuova esperienza e per quindici anni fu un predicatore itinerante. «Sulle strade del mondo – ha scritto – incontri di tutto. Puoi passare e fregartene, dicendo non tocca a me risolvere i problemi di chi sta male, tocca ad altri farlo. Puoi invece fermarti e sentire compassione. Se ti fermi vuol dire che il tuo cuore è di carne e se cerchi di risolvere il problema del tuo prossimo, rischiando sulla tua pelle, allora sei un vero cristiano».

Con questo spirito, Carmelo, divenuto parroco nel 1990, ha aperto le porte della sua casa e la St. Peter’s italian Church è diventata il punto di riferimento di centinaia di diseredati, specialmente italiani, che vivono per le vie di Londra, che escono dalla carceri o che fanno uso di droghe, ma che tra quelle mura dove si parla italiano e aleggia l’odore del caffè, almeno due volte la settimana, trovano un pasto caldo, dei vestiti, ma soprattutto qualcuno che li ascolti e dia loro una parola di speranza.

Ho rincontrato Carmelo a Londra, dopo più di quarant’anni dal nostro ultimo incontro: mi abbracciò e, senza fermarsi neppure un istante, m’invitò a seguirlo in sacrestia dove indossò i paramenti sacri per amministrare a dei bambini: fisicamente ingrassato, a volte appariva sofferente, ma era il Carmelo che avevo conosciuto da giovane, non il prete lontano, distaccato, austero, ma un sacerdote affabile che parlava dell’amore di Dio. Alla fine della celebrazione si è fermato con me solo qualche minuto: i suoi impegni quotidiani, nonostante i problemi oncologici e cardiaci, non erano finiti e doveva correre da chi aveva chiesto il suo aiuto. Mi fissò un altro appuntamento: avremmo cenato insieme. Tornai da lui alla data stabilita: davanti alla porta del suo ufficio si alternavano giovani coppie, vecchietti, giovani dall’aspetto trasandato. Quando, dopo qualche ora, finalmente venne a sedersi al mio fianco si limitò a dire: «scusami, ma quelle persone hanno più bisogno di te. Ora andremo a cenare insieme».

Non mangiai molto quella sera, ma ascoltai le sue parole per alcune ore. Parlò di tante cose: dalla sua amicizia con Madre Teresa di Calcutta, alle sofferenze che gli procurano le sue malattie che egli accetta come croci gloriose. Quella sera ho compreso che il carisma di Carmelo è quello di accogliere i più poveri, un prete di strada che piange e che ride con i più derelitti, che sa ascoltare perché, dopo gli errori e gli sbandamenti giovanili, ha sperimentato il perdono e sa di non poter giudicare.

La madre di un ragazzo ex tossicodipendente così concludeva una sua lettera a Padre Carmelo: «Spesso parlando diciamo anche che sei un po’ matto, ma a questo punto “W i matti come te!”. Ce ne vorrebbero molti».
ITACA n. 19