BLACAMAN: «L’HOMME QUI S’AMUSE AVEC LA MORTE»
6 aprile 2017
Il Culto della bella figura umana
6 aprile 2017

Certosa, Porta del Cielo

Mondo Calabria
SERRA SAN BRUNO 1514 – 2014
CINQUECENTO ANNI FA LA NASCITA DELLA CERTOSA
Nel 1514, nel monastero di S. Stefano del Bosco, sulle Serre calabresi, tornarono i certosini, dopo un secolo dalla fondazione della Certosa, eretta lì da Bruno di Colonia. Il loro ritorno avvenne col consenso di papa Leone X che dopo il rinvenimento delle reliquie di S. Bruno ne autorizzò il culto. Alla sua realizzazione contribuirono famosi artisti italiani e stranieri che disegnarono e costruirono una tra le più belle “porta del cielo e aula di Dio”

Pietro De Leo

Sin da tempi remoti lungo mulattiere e sentieri delle Serre calabresi, si insediarono in grotte monaci ed eremiti, desiderosi di appartarsi dal mondo e sfuggire, quasi in una nuova Tebaide,  alle sue seduzioni.

Qui, in un’ampia conca lacustre, tra orti e foreste, a poco meno di 800 metri sul livello del mare, venne a impiantare tra il 1091 e 1092, la sua  esperienza ascetica un personaggio assai noto: Bruno di Colonia, maestro  nella cattedrale di Reims e lì precettore del futuro papa Urbano II.

Fu, senza dubbio, una scelta occasionale frutto di un viaggio al seguito del pontefice, che aveva intimato all’antico maestro di coadiuvarlo nell’opera riformatrice, in un momento assai difficile per la Sede Apostolica.

A tale scopo gli aveva ingiunto di abbandonare il primo cenobio che aveva fondato in Francia (nel Delfinato, sul versante occidentale delle Alpi, non lontano dall’odierna Grenoble) e di raggiungere Roma. Città che aveva presto dovuto lasciare in fretta insieme con il papa, quando, decisi a tutto, l’imperatore Enrico IV e l’antipapa Clemente III avevano invaso i territori pontifici tentando di realizzare un disegno in precedenza fallito.

Come già il predecessore Gregorio VII, Urbano II chiese aiuto ai Normanni, che avevano ormai consolidato il loro dominio nell’Italia Meridionale e a tale scopo raggiunse in Calabria Ruggero di Altavilla fratello del defunto Roberto il Guiscardo, al quale era stato affidato il compito di riportare all’obbedienza del papa le diocesi già soggette al patriarca di Costantinopoli.

In tale prospettiva acquista rilievo l’elezione a metropolita di Reggio Calabria di Bruno di Colonia, patrocinata da Urbano II. Ma la scelta contemplativa del magister di Colonia era ormai irreversibile, maturata com’era durante i forti contrasti che l’avevano opposto al suo arcivescovo, Manasse di  Gournay, prelato avido e dissoluto.

Bruno rifiutò l’elezione ma scelse di rimanere in Calabria, assecondato in ciò dal conte normanno che gli mise a  disposizione un cospicuo territorio, in località Torre, nelle Serre, così come aveva fatto alcuni anni prima, quando aveva favorito a Bagnara, di fronte alla Sicilia, l’insediamento di alcuni religiosi francesi. Sull’altopiano calabrese si sviluppò l’esperienza ascetica di Bruno, che ebbe modo di conoscere da vicino la vita dei monaci calabro-greci, i quali alternavano momenti di assoluto eremitismo con forme di vita comune, detta appunto cenobitica.

Il fondatore della “certosa” non dimenticò i suoi confratelli francesi, nè i suoi amici tedeschi. A questi ultimi rivolse l’invito di raggiungerlo nelle terre del gran conte Ruggero; con i primi si mantenne sempre in contatto, come dimostra la visita all’eremo di Santa Maria della Torre del suo discepolo Landuino, che gli era succeduto come magister nell’eremo della Grande-Chartreuse. Sviluppando la sua istituzione, Bruno fondò a circa due km da Santa Maria il monastero di Santo Stefano per i fratelli conversi, mentre,

Grato all’Altavilla per i favori ricevuti, seguiva da vicino la famiglia del conte, prodigo di consigli soprattutto in ordine al raggiungimento della perfezione cristiana.

La nascita di Serra 

La presenza e l’opera di Bruno nell’altopiano determinò un nuovo assetto del territorio in cui confluirono progressivamente torme di villani, ponendo le premesse per la nascita stessa del  comune di Serra. Bruno di Colonia morì a Santa Maria della Torre il 6 ottobre 1101 a pochi mesi di distanza dal conte Ruggero. Lì ricevette sepoltura venerato dai suoi discepoli, che in seguito ne traslarono i resti mortali nella chiesa dell’Eremo, fino a quando nel 1513 le ossa furono canonicamente riconosciute e  poste in un grande reliquiario dove tuttora si conservano.

Dalla morte del fondatore sino al 1193, rimase attiva nelle Serre calabresi l’esperienza certosina con modalità  non del tutto coincidenti con quelle in pratica nella certosa francese e   in quelle a quest’ultima aderenti.

La Certosa di Serra ebbe, infatti, piena autonomia e modulò i suoi statuti di vita monastica aperta anche ai bisogni temporali e spirituali di tanti contadini e operai che abitavano nei loro territori.

Per ragioni assai complesse e non ancora del tutto chiarite alla fine del secolo XII la comunità monastica si adeguò alle consuetudini cistercensi. in un frangente in cui molti antichi monasteri benedettini della regione furono per così dire riformati con quel genere di osservanza portata in auge da Bernardo di Chiaravalle e diffusa nel Mezzogiorno d’Italia dopo la pacificazione di Innocenzo II con Ruggero II re di Sicilia.

Nei tre secoli di vita monastica cistercense ma non fu vanificato il ricordo della presenza e dell’opera di san Bruno, così che quando maturarono le condizioni i Certosini tornarono a Serra nel 1514 con il favore di Leone X, il pontefice che approvò il culto pubblico del loro fondatore.

Iniziava l’epoca più felice della Certosa, che al pari delle altre consorelle d’Europa visse allora nello splendore del culto e delle opere d’arte e attese al governo spirituale e temporale dei contadini e degli artigiani insediati nel feudo monastico, non rinnegando certo i valori della solitudine e della contemplazione, caratteristiche peculiari di un ordine, mai riformato, perché mai deformato.

Un violento terremoto

A segnare profondamente il destino dell’eremo, interrompendo “il corso del suo placido lustro” – come nota Michele Sarconi – fu nel 1783 il tremendo terremoto che sconvolse la regione.

“In breve alcune delle torri esteriori restarono o frante o lese. La nuova cupola, il campanile, i chiostri, le magnifiche foresterie, la ricca spezieria, le basse officine e tutte le opere cominciate dal principio del XVI secolo, e in progresso continuate, furono ove affatto ruinate, ove altamente magagnate, e ove discretamente lese”. I religiosi dovettero abbandonare la certosa con i suoi imponenti ruderi e gran parte del patrimonio culturale e liturgico del nonasterium andò disperso.

L’applicazione in Italia del Codice napoleonico portò nel 1808 all’abolizione dei privilegi feudali e alla fine stessa della prelatura territoriale che passò alla diocesi di Gerace e poi dal 1852, eccezion fatta per Fabrizia, alla diocesi di Squillace.

Nessun serrese poteva rassegnarsi a tale stato di cose: l’arciprete mons. Maria Tedeschi, più tardi arcivescovo di Rossano, mobilitò nel 1820 la popolazione per salvare i beni mobili della certosa e lo stesso comune nel 1826 acquistò dal demanio le fabbriche superstiti e la statua argentea del santo e i reliquiari.

Dopo un fallito tentativo di recupero dell’antica osservanza ad opera del padre Stefano Franchet tra il 1840 e il 1844, un rescritto regio del 21 giugno 1856 a firma di Ferdinando II consentì ai religiosi di riappropriarsi dei chiostri. S’insediò quindi la comunità certosina guidata dal portoghese dom Vittorio Nabantino.

Ma proprio quando si accendevano nuove speranze di rinascita spirituale, sopravvenne nel 1866 un’ulteriore abolizione degli ordini religiosi, in seguito all’unità politica d’Italia. Se non fosse intervenuta nel 1887 la Grande Chartreuse ad acquistare dal comune di Serra i ruderi della Certosa e ne avesse voluto tenacemente la ricostruzione, a proprie spese, il sogno non sarebbe divenuto realtà.

Fu incaricato della ricostruzione materiale l’architetto Franchet che, avvalendosi di maestranze locali, ripristinò gli edifici, in cui confluirono alcune delle opere precedentemente disperse che i lavori di restauro hanno posto ulteriormente in evidenza.

Il 13 novembre 1900 l’opera fu completata con la solenne consacrazione della chiesa. Da allora sino a oggi la vita claustrale è proseguita regolarmente nonostante le vicende dei due conflitti mondiali, la crisi delle vocazioni e gli immancabili problemi che la crescente secolarizzazione ha provocato.

Nel 1985, alla vigilia della festa di san Bruno, Giovanni Paolo II visitando per la prima volta la regione sostò nella Certosa, a nove secoli dall’istituzione dell’Ordine.

Ventisei anni dopo – il 9 novembre 2011 – fu la volta di Benedetto XVI che raggiunse la Certosa di san Bruno, dove celebrò i vespri con la comunità monastica, in una liturgia rigorosa e essenziale.  Ricordò ai monaci il significato del silenzio, di fronte al ‘progresso tecnico’ che ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa” in “città quasi sempre rumorose”. E aggiunse una riflessione sui media e sulla “virtualità che rischia di dominare sulla realtà”: “Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine”. Invece il carisma specifico della Certosa, proprio quello della preghiera e del silenzio è “un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo” e ai monaci alla fine dice: “Il vostro posto non è marginale, nessuna vocazione è marginale nel Popolo di Dio”.

La pubblicistica locale – e non solo locale – ha indicato l’eremo calabrese come luogo di spirituale rifugio per il fisico Ettore Maiorana e per il pilota americano che sganciò la prima bomba atomica a Hiroshima. A prescindere dalla attribuzione fantastica di tali presenze, è significativo che ciò sia stato scritto e pensato, in quanto anche dall’alone della leggenda si misura talora l’importanza effettiva di una istituzione sul piano dell’immaginario collettivo.
ITACA n. 26