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Cittanova – Milano, solo andata

Mondo Calabria - Storie
Ricordi ed emozioni dell’adolescenza rimandano l’autore a storie di emigrazione e sradicamento segnate dalle sconfitte più amare

Francesco Adornato

Li osservavo condurre le capre al pascolo, incantato dai loro gesti rapidi e determinati. La strada sterrata, che da una delle estremità del paese si distendeva verso la campagna, all’altezza di contrada Petrara diventava un trivio, costringendo le capre a cambiare passo e a raggrupparsi incerte sul percorso da seguire. Belavano, si incornavano, cambiavano direzione ed il clangore dei campanacci e l’abbaiare dei cani rendevano ancora più caotica quell’estrema confusione. Seduto su una pietra posta all’ingresso del piccolo campo di famiglia, al centro del trivio, io, ragazzino, affondavo lo sguardo in quella bolgia avvolto dalla polvere e dalla puzza delle capre.

I due pastori intervenivano immediatamente con fischi ammonitori e ben assestati colpi di bastone, incanalando il gregge verso lo stretto sentiero che portava al prato destinato al pascolo. Uno, Mommo rifùtura(sconquasso), alto e dinoccolato e dal volto rugoso e bruciato dal sole, camminava ciondolante affondando le gambe nella terra con un passo da cowboy pronto alla sfida, veloce e sfrontato. Ciò che più colpiva era però il modo naturale e leggero con cui teneva la giacca poggiata su una sola spalla, quasi vi fosse legata da un invisibile filo di seta.

L’altro, Pascaledu ‘a caddiata (sempre pronto, cioè, a menare le mani) era oscurato dalla prepotente personalità di Mommo ed ancora oggi non saprei ricordarlo se non perché più giovane, basso e con un paio di sottili baffi, come quelli di Zorro, il suo idolo.

Portavano lo stesso cognome, senza essere parenti, l’uno esuberante e l’altro sempre irascibile. Ma la cosa più sorprendente era l’atteggiamento di mio padre. Di solito taciturno, scostante e appartato, al contatto con i due si trasformava in una persona a me sconosciuta: socievole, sorridente e, per quel che capivo, ironica. Fisicamente escluso dalla conversazione, mi accostavo con un interiore senso di appartenenza e per quanto egli non desse segno di accorgersene ero felice nel vederlo alleggerito della sua malinconia, aspettando inutilmente che m’arruffasse i capelli con una carezza.

Erano, invece, i due pastori a lanciarmi grida di attenzione quando ci s’incontrava per le vie del paese, io in cammino verso la scuola e loro intenti a mungere le capre davanti ai portoni di misere famiglie: “Cicciaredu, ‘aundi vai? ‘A la scola? T’imbizzanu i nùmari o ‘a jornata?” (“Ti insegnano soltanto l’alfabeto o anche la vita?”).

Li ammiravo, così diversi da mio padre: fieri, ribelli, rissosi, maneschi e autoritari in famiglia. Inseriti in una realtà in cui la condizione di caprai poveri non gli impediva di essere liberi e di avere un ruolo riconosciuto e con questo un sistema di relazioni umano e gratificante.

Superati a fatica gli anni ’60, non resistettero più, all’inizio del decennio successivo, al progressivo impoverimento del paese che li costrinse a vendere al mattatoio le capre e a partire, cercando un posto dove c’era già un parente, un paesano, un amico. Il caso volle che, oltre a condividere il cognome e la condizione, scegliessero la stessa destinazione, l’hinterland milanese e chissà se in quel settembre del 1970 sedevamo sullo stesso treno che ci allontanava da Cittanova, loro verso Milano ed io in direzione di Roma. E proprio mentre noi risalivamo, mio padre abbandonava quei luoghi dove i due pastori stavano per arrivare, contento di tornare a casa, nonostante l’impatto con una già sperimentata precarietà e il forte temperamento di mia madre.

Milano fabbricava mattoni, costruiva case, ponti, strade e ferrovie anche con l’orgoglioso sudore di Mommo e Pascaledu, ma, lentamente l’estraneità di quel mondo li avvolse al pari della nebbia, lasciandoli smarriti, indifesi; anche i figli, cresciuti, lavoravano, e in fabbrica, ribaltando gli schemi familiari e facendo venir meno le ragioni della stessa autorità paterna.

Pascaledu, poi, vedeva uno dei figli perdersi nel tunnel della droga senza riuscire a capirne le ragioni, a prevedere rimedi, ad immaginare che quel di sagio era analogo al suo, pur esprimendosi diversamente: la perdita di identità, lo straniamento li rendevano ognuno per conto proprio deboli ed indifesi, e nello stesso tempo reciprocamente conflittuali, avversari.

Certo, dopo il trasferimento le famiglie dei due pastori avevano finalmente conosciuto le condizioni economiche di una vita normale: i pasti regolarmente assicurati per tutti, la casa più spaziosa, il bagno, finanche il bagno e non più quel lurido gabinetto seminascosto nel sottoscala.

Ma l’anima, l’anima e le sue più profonde emozioni come potevano alimentarsi? Dov’era l’orizzonte entro cui affondare la vista e il cuore, controllando le capre al pascolo? Come spiegare, e in quale lingua, che lì, in quel clima così freddo, così grigio, mancavano i “cassiari”, le cui foglie erano il cibo prediletto delle capre, mentre la snellezza del fusto sfidava ogni volta il pastore ad affrontarlo, ad arrampicarsi sempre più alto con l’accetta in mano?

Inesorabilmente tutto si trasformava in ricordo, rimpianto, rabbia, impotenza: un’inaspettata perdita del lavoro, poi, raggrumava quell’impasto di furore represso, facendo diventare il mugugno ancora più sordo, rancoroso. In un caso portava Mommo a rifugiarsi in un ostinato silenzio e, nell’altro, spingeva Pascaledu ad esplosioni di ira contro il figlio drogato e la moglie maternamente a lui vicina, nei quali leggeva una solidarietà che gli era estranea.

E come tornare, a Natale, al paese e dover raccontare di quella vita priva di senso, mentre moglie, figli e figlie lavoravano: in che mondo erano mai finiti?

In un umido mattino di aprile scoprono Mommo impiccato ad un albero di acacia, finalmente ritrovato ai margini di uno squallido giardinetto; morto, come aveva sempre vissuto, da hombre vertical e chissà quanto avrà rimpianto l’aprile del proprio paese con le ginestre splendenti lungo gli argini delle fiumare. Non molto dopo, “Pascaledu ‘a caddiata, nella tarda serata di un afoso luglio, per un’irritante dissenso, un ordine inascoltato ( “chiudi ‘a televisioni!”), uccide la moglie, si accanisce ferocemente contro il figlio che dorme e scaraventa la figlia dal balcone.

Risparmia solo il figlioletto adolescente che lo implora: “patri, patri non m’ammazzari, jeu ti vogghjiu beni e tu puru, m’accattasti ‘u motorinu!”. Davanti a tanta estrema innocenza, sentendo gli echi della lingua materna, avrà visto scorrere le immagini della propria passata vita, con le capre al pascolo, tornando, immediatamente, da assassino, uomo.

ITACA n. 17