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Dal vostro corrispondente Mario La Cava

Mondo Calabria - Incontri
Attualità di uno scrittore che mai si allontanò dalla Calabria e che seppe raccontarla fuori dagli stereotipi della ‘calabresità’.
Era solito dire che l’unico modo di stare al sud è pensare di lasciarlo

Annarosa Macrì
Passeggiavamo per il lungomare di Bovalino, io e Mario La Cava, era l’inizio degli anni ottanta, “buongiorno, avvocato”, lo salutavano i pochi passanti, “buona giornata a voi”, lui rispondeva portando la mano al berretto che teneva calato sulla fronte, conosceva di tutti caratteri e passioni, lo conoscevano tutti come “quello che sa, quello che scrive”, mi raccontava e mi raccontava, il grande scrittore, poi, dandomi del “voi”, col rispetto dei calabresi di una volta, quelli che il rispetto vero lo portavano davvero, diceva: “Vedete: questa è una terra benedetta. Nel raggio di poche decine di chilometri sono nati grandi scrittori, le teste migliori della Calabria”. Si fermava. E alzando il braccio in un abbraccio: “A San Luca Corrado Alvaro, a Sant’Agata del Bianco Saverio Strati, e poco lontano Francesco Perri, e Fortunato Seminara al di là di quei monti, e Saverio Montalto, a due passi da qua. Che concentrazione di cervelli! questa è una terra magica”, diceva ammirato. M’insegnava il rispetto per i luoghi, che hanno un’anima, come le persone, m’insegnava a conoscerli e a riconoscerli. “Sono i nostri luoghi, sono luoghi sacri”, diceva. Erano gli anni dei sequestri di persona, lo addoloravano come addoloravano tutte le persone perbene, aggiungeva che purtroppo la gente di queste parti qualche volta “la testa” la adoperava per “cose storte”. Ma la fede nella cultura, totale, e nella parola, assoluta, gli davano fiato, e gli davano speranza.

È la stessa fede che anima le sue Corrispondenze dal Sud, pubblicate da Città del Sole grazie alla pervicacia di Rocco La Cava, il figlio dello scrittore, che ha avuto l’idea di raccogliere in un volume una serie di testimonianze del Mario La Cava giornalista-letterato scritte alla fine degli anni cinquanta. Io non dico “laggiù”, parlando della Calabria, sempre parlo per conoscenza diretta, che in tal caso significa sofferenza diretta, e se rivelo qualche cosa di poco noto, la rivelo da un angolo di osservazione che non è comune. Rimasi in Calabria non per mio piacere, ma per necessità. Così scrive Mario La Cava, per conoscenza diretta, per sofferenza diretta. Dal di dentro. Fa il corrispondente della cultura da una regione periferica, lontana, minore, ma in una maniera così moderna e così alta che lascia stupiti, e con un linguaggio, il “suo” linguaggio, così limpido, così terso, così lucente. E così autorevole. Le sue corrispondenze sono preziose inchieste culturali sulla Calabria della fine degli anni cinquanta. Chi volesse ricostruire quegli anni non può fare a meno di queste pagine. Lui fa una ricognizione dell’esistente e lo scrive: nomi e cognomi, fatti e circostanze. Non è cosa da poco.

Mancava una “letteratura culturale” su questa regione, allora. Napoli e Palermo accentravano tutto. Mancava la coscienza che in questa regione germogliasse la cultura. Questi articoli sono i primi che nel Novecento restituiscono alla Calabria una sua dignità culturale. Poi c’è dentro questo libro un réportage sul Primo Premio Crotone e una bellissima corrispondenza, nel senso questa volta di scambio di lettere, con Eugenio Montale sulla questione meridionale… Sono uno che non mi sono mai mosso dal mio paese, passai alcuni anni della mia gioventù a Roma e a Siena per frequentare gli studi universitari e conseguire la laurea, e dopo mi ritirai nella Calabria dei miei genitori e degli avi che mai l’avevano abbandonata. Mi sono chiesta perché queste pagine, seppure così “datate”, siano così attuali, vibranti, moderne.

La risposta me la dà lo stesso Mario La Cava. Scrive di una rivista cosentina, Chiarezza, diretta da Luigi Gullo, dice che parla di cose calabresi e italiane senza le presuntuose amplificazioni delle riviste di provincia e dice: parla da Cosenza come se fosse da Roma. Vuol dire: non è chiusa, non è provinciale, non è malata di calabresità, che è l’autocondanna a morte della gran parte della stampa calabrese. E così Mario La Cava: vive profondamente la Calabria, dal di dentro, ma sa restituirle però un respiro nazionale e internazionale, ne conosce caratteri e condizioni, storia e geografia, ma sa che non è il centro del mondo o l’unico mondo, ne è un pezzo, storico e geografico. Ed è metafora di altro. Le sue corrispondenze sono un grande esempio di approccio “glocal”, come si dice, ante litteram, locale all’interno di un mondo, come si dice, globalizzato che è diventato senza centro e senza periferie, dove tutto è centro, anzi, e tutto è periferia: lui scrive di cose calabresi senza essere malato di calabresità, non sa cosa sia quell’ autocompiaciuto catalogo di comportamenti, giudizi e modi d’essere spesso negativi vissuti dai calabresi come comodo ineluttabile alibi antropologico.

Leggete “Malcontento dei meridionali”. È un articolo bellissimo, datato 1946, che racconta il carattere dei meridionali, la loro tendenza alla malinconia, alla lamentela, al vittimismo, alla scontentezza, alla sudditanza nei confronti del Nord, alla contemplazione, alla sfiducia nei confronti della politica. “È letteratura”, dirà qualcuno storcendo il naso. È letteratura, dico io con entusiasmo, quella letteratura che non spiega tutto, ma illumina zone d’ombra che la cronaca e persino la storia non possono e non sanno illuminare. Ed è anche poesia, in certi tratti, è l’attenzione per le piccole cose, per i dettagli, anche questa è caratteristica dei grandi giornalisti: i grandi fatti di cronaca, i grandi personaggi illuminati da particolari minimi di cui nessuno si accorge.

Mario La Cava fa la cronaca del Premio Crotone. C’è Ungaretti, c’è Sciascia, c’è Répaci, c’è Mondadori, c’è una bella rappresentanza della intellighentia italiana. Mario La Cava racconta tutto quello che avviene sul palco del Teatro Ariston, e poi dà la zampata da grande giornalista-poeta. Durante una sosta del concerto per violoncello e pianoforte, un operaio, col beretto dei lavoratori calabresi in capo, dalla visiera lunga un po’ abbassata stretta sulla fronte si avvicina alla pianista e le porge un gran fascio di garofani rossi, senza nulla dire, parlando solo con l’atteggiamento del volto serio umile orgoglioso, timido e pur risoluto, sempre con quel beretto in capo, non certo per ignoranza, ma per estrema franchezza, a testimoniare con la sua persona la devozione di tutto un popolo ai valori della cultura.

Prosegue il racconto tra il mondano e il letterario del Premio, poi La Cava annota un altro dettaglio, di cui solo lui si accorge. Entrano in teatro due sposini, è già passata la mezzanotte, non sono stati invitati, vengono da Siderno, hanno viaggiato gran parte della notte. Vogliono esserci. Vogliono vedere da vicino Ungaretti e Répaci. È l’apporto della borghesia illuminata che finalmente anche in Calabria si sveglia dal suo torpore, dice Mario La Cava. E non i politici, né gli scrittori, né gli editori sono i protagonisti della serata, ma loro: l’operaio col berretto in testa e gli sposini stanchi morti per il lungo viaggio.

Per scrivere cose così e per scriverle così bisogna essere Mario La Cava. Uno che fu costretto, racconta a rifiutare ogni partecipazione alle cariche pubbliche nel mio paese, per la contrarietà che avevo di servire nei loro interessi le classi dominanti che mi avrebbero sostenuto. La pressione di queste classi dominanti su chi non li avesse serviti a dovere sarebbe stata così pesante, che un animo non preparato alle più selvagge inimicizie, avrebbe dovuto ritirarsi prudentemente. È il manifesto che fa di un uomo libero un giornalista libero. Un letterato libero. Un poeta, anche, che, per definizione è libero.
ITACA n.11