Ebrei in Calabria

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Barbara Aiello, figlia di calabresi emigrati, scoperte le proprie origini ebraiche, ha aperto una sinagoga. Dal 2004 è anche rabbina. La sua convinzione è che molti cognomi calabresi, ma soprattutto la sopravvivenza fino ad oggi di antichi rituali, rivelano la presenza in passato di una diffusa comunità ebraica

Enzo Romeo

Giovanni Paolo II li ha chiamati fratelli maggiori. Ma nessuno poteva immaginare una tale consanguineità: è ebreo il 40 per cento dei calabresi. Parola di rabbina. Anzi, della prima rabbina d’Italia, Barbara Aiello, che si divide (beata lei) tra la Florida e la Calabria. Mari e monti, fifty fifty, un po’ di qua un po’ di là tra due angoli di paradiso. L’angolo americano è Sarasota, dove – assicurano i dépliant turistici – “le spiagge e il golf incontrano la cultura e il bel tempo”.

La sponda calabrese è più modestamente Serrastretta, paese sui monti intorno a Lamezia, boscoso di castagni, querce e faggi.

Circa cinque anni fa la Aiello ha aperto qui una sinagoga che ha chiamato Ner Tamid (luce eterna) del Sud. Da brava italo- americana, questa donna compendia in sé la testardaggine delle origini e il dinamismo del nuovo mondo, a cui aggiunge un bel pizzico di originalità. I genitori, come tanti altri calabresi, andarono a cercare fortuna in America, dove Barbara è nata ed ha saputo mettere a frutto la propria inventiva. Per molti anni ha lavorato come creatrice di pupazzi per bambini, utilizzati per insegnare ai piccoli a superare o accettare le diversità e le disabilità. Poi c’è stata la scoperta delle proprie origini ebraiche e si è aperto un cammino che l’ha condotta fino al rabbinato, acquisito nel 2004 a New York presso un seminario ebraico riformato.

La sua è una famiglia di anusim, ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo durante l’inquisizione. Questa, per lo meno, la convinzione della rabbina. “Prima di accendere le candele dello shabbat” racconta “mia nonna chiudeva tutte le imposte per non farsi vedere da nessuno”.

Osservando le antiche tradizioni calabresi, Barbara si è convinta a iniziare il lavoro di scavo alla scoperta delle radici religiose. Quando a Serrastretta è morta la mamma di un suo vicino ha notato che in casa erano state tolte tutte le sedie, gli specchi erano stati coperti con dei panni neri e sul tavolo c’erano delle uova sode. “Mi hanno detto che era una tradizione di famiglia e io ho spiegato che era anche la tradizione della shivah, la settimana del lutto stretto”. Un’altra volta in una bottega ha notato tanti sgabelli di legno bassi. “Qui ci devono essere tanti bambini” ho detto al commesso. E lui: ‘No, sono le sedie per il lutto, ogni famiglia ha delle seggiole così’. Proprio come nella shivah i parenti del morto per una settimana si siedono su questi sgabelli”.

Nel Centro di ricerca sugli ebrei, aperto a Serrastretta nella vecchia casa padronale, Barbara ed alcuni amici calabresi ricostruiscono le storie familiari. Quando gli ebrei nel 1492 furono espulsi dal Regno di Spagna, che allora comprendeva anche la Sicilia, molti attraversarono lo Stretto e trovarono rifugio in Calabria. Non a caso a Bova anni fa, durante i lavori per l’ampliamento della strada statale, vennero alla luce i resti di una grande sinagoga. Aiello e compagni hanno anche compilato un lungo elenco di cognomi che ritengono siano di origine ebraica. Sono una novantina quelli che si possono leggere sul sito della rabbina. Da Amato a Spagnolo da Russo a Vitale, passando ovviamente per Aiello, in tanti si trovano iscritti d’ufficio nell’esclusivo club gerosolimitano. Qualcuno s’incuriosisce, qualcun altro sorride, altri ancora protestano.

C’è infatti chi giudica la faccenda come una sorta di revanscismo giudaico senza capo né coda e non vuol essere tirato dentro per la giacchetta. “Da parte mia” assicura Barbara “non esorto mai nessuno ad abiurare la fede cattolica, mi limito a dire che è importante sapere da dove veniamo”. E cita a riprova il buon rapporto che ha col parroco di Serrastretta, don Luigi Iuliano. Intanto gira per i paesi e incontra gente.

“Tante famiglie vogliono scoprire le proprie origini. Molti tornerebbero a vivere secondo gli antichi precetti ebraici se solo ne avessero la possibilità”.

Il suo approccio alla religione è nient’affatto convenzionale: a Milano ha guidato la Lev Chadash, definita la prima sinagoga liberale italiana, mentre a Palermo ha tenuto incontri con il movimento omosessuale. Forse per questo la sua attività è vista con scetticismo dall’ebraismo ufficiale, che neppure considera la Aiello una vera ebrea perché non è registrata nei libri della comunità. L’ortodossia ebraica non è interessata al proselitismo e tradizionalmente tende piuttosto a preservare i nuclei originali del popolo eletto, quelli che per secoli sono stati costretti a vivere nei ghetti.

“Non ho bisogno di approvazioni ufficiali per sapere che sono ebrea” dice orgogliosa la rabbina. E aggiunge: “Le comunità ebraiche sono troppo rigide e non tengono conto che nel passato molti ebrei furono costretti a dichiararsi cattolici”.

Ma alla freddezza dei circoli ebraici fa da contrappunto il grande interesse dei media. Si sono occupati di Barbara Aiello sia i giornali americani che quelli italiani. Qualche inviato si è spinto fino ai monti lametini per vedere la rabbina srotolare la Torah. Un lungo articolo dal titolo “Shabbat in Calabria” è apparso su Haaretz, uno dei più importanti quotidiani di Israele. In fondo, la nostra regione piantata in mezzo al Mediterraneo è terra di diaspora per tanti popoli.

In età antica fece proliferare le colonie greche, in epoca bizantina diede accoglienza ai monaci dell’oriente cristiano, nel ’400 fu la volta degli arbëreshë fuggiti dall’Albania. Oggi vi arrivano maghrebini, curdi, indiani… In questa arca dei popoli c’è posto anche per gli ebrei, tanto più se figli di emigrati.

ITACA n. 13