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Giorgio Marincola, giovane eroe con la pelle scura

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Un calabrese con la pelle scura. Che c’è di strano? Niente. Ma se quel calabrese ha una madre somala, allora le cose cambiano, eccome. Specie se la sua storia si svolge nel ventennio fascista, quando si leggono frasi come: “Il prestigio di razza non si mantiene, se viene mischiato il sangue”. Contro questa barbarie ideologica ha combattuto Giorgio Marincola, ricordato come l’unico partigiano di colore. Le sue radici stanno per metà a Mahaddei Weyn, cittadina materna a 50 chilometri da Mogadiscio, e Pizzo Calabro, il paese del padre Giuseppe. A Giorgio hanno recentemente dedicato una biografia due giovani storici, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio (Razza partigiana, Iacobelli).

Giuseppe Marincola era ufficiale di fanteria in servizio in Somalia, allora colonia italiana. Si innamorò della bella Ashkirò ed ebbe due figli, Giorgio (nato nel 1923 e a cui viene imposto il nome del nonno paterno) e Isabella, di due anni più giovane, che oggi vive a Bologna.

Quando è il momento di rientrare in patria, Giuseppe – a differenza di tanti altri commilitoni – riconosce i figli e li porta con sé. Siamo nel 1926. Giuseppe si sposa con la sorella di un suo commilitone sardo, Elvira Floris. La matrigna non accetterà mai i figli meticci. Isabella rimane a Roma e cresce a colpi di kurdash, il frustino dei tempi coloniali. Giorgio viene mandato in Calabria, dal fratello del padre. Ricorda Isabella: «La mia matrigna mi chiamava “figlia di una zoccola”, mentre a Pizzo Giorgio riceveva molto più affetto». In Calabria per lui non ci sono ingiurie, ma un soprannome affettuoso, Yo-yo. Tutti lo chiamano così, forse per il suo modo di saltellare e per la sua agilità.

La parentesi calabra dura fino al 1933, quando il ragazzo torna nella capitale. Qui frequenta il liceo Umberto I, dove incontra il professore Pilo Albertelli, docente di filosofia e antifascista (morirà alle Fosse Ardeatine). Sarà lui a indirizzare il giovane italo-somalo verso il dissenso al regime. Giorgio si iscrive alla facoltà di medicina e sogna di tornare in Somalia per conoscere la mamma e aiutare la gente del Paese che lo ha visto nascere. Ma intanto incombono le leggi razziali. Nel marzo del ’44 entra nella Resistenza e si aggrega alle squadre di “Giustizia e Libertà”. Prende nomi di battaglia ispirati al suo periodo calabro (Mercurio, Marino…). Le prime azioni militari le compie in provincia di Viterbo. In giugno Roma è liberata, ma Giorgio sceglie di continuare a combattere i nazifascisti. «Anche in quei giorni di gioia – scriverà dopo – sentivo dentro di me un’ansia che mi spingeva ad agire ancora per la mia patria occupata al nord. Era una decisione grave perché avrei dovuto lasciare la mia casa, mia sorella Isabella, gli studi e gli amici. Ma partii perché più forte di ogni sentimento era la spinta morale a completare il mio dovere di italiano libero».

Viene ingaggiato dagli inglesi ed è paracadutato nelle campagne di Biella quale agente di collegamento con le truppe anglo-americane dirette a Nord. Ferito in un assalto ad un reparto nazista, viene arrestato nel gennaio 1945. Anche da prigioniero inneggia alla Resistenza e finisce nel famigerato carcere di Bolzano, in attesa d’essere internato in Germania. Il 30 aprile 1945 è liberato e riprende la lotta, stavolta in Val di Fiemme. «Se non siamo morti nel lager, non moriremo mai più», dice a un suo compagno. Incappa invece nell’ultima strage nazista in Italia, quella di Stramentizzo: vengono uccise 43 persone, tra cui donne e bambini.

Giorgio è colpito alle spalle il 4 maggio 1945. La sua vita si ferma a 23 anni. Lo troveranno con indosso ancora la divisa del lager bolzanino. La memoria di questo ragazzo di Calabria è stata onorata con l’assegnazione della medaglia d’oro al valor militare e l’Università “La Sapienza” lo ha ricordato col conferimento della laurea honoris causa. Biella nel ’64 gli ha dedicato una strada. Lo stesso ha fatto recentemente Roma. A quando una Via Giorgio Marincola nella “sua” Pizzo?
ITACA n. 5