Il cielo stellato sopra di me

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Da Marano Marchesato, un paesino in provincia di Cosenza, alla copertina di Time. Storia di un’astrofisica calabrese, Sandra Savaglio, che dopo anni di studi e successi all’estero dice ai calabresi: siate consapevoli delle vostre ricchezze

Annarosa Macrì
Bella, era bella – una bellezza diafana, asciutta, pulita – allora come adesso; brava, neanche a dirlo, allora come sempre: faceva già l’astrofisica e aveva un contratto di ricercatrice alla John Hopkins University di Baltimora. Ma perché la sua, proprio la sua, faccia – aperta, determinata, luminosa – sia finita sulla copertina del Time americano a rappresentare l’assurdo della fuga dei cervelli – ce ne erano, negli States, allora come adesso, altri quattrocentomila, di ricercatori di ogni parte d’Europa – beh, questo è proprio un mistero.

O forse un caso, o forse era già scritto. Come un mistero, oppure un caso, oppure era già scritto, è l’evento catastrofico, forse definitivo, che gli scienziati come lei cercano di scandagliare scrutando il cielo, dalla mattina alla sera, e ci si arrovellano la notte, e ci pensano bevendo il caffè la mattina, o guidando la macchina, o andando a fare la spesa: quando, e, soprattutto, perché, piomberà sulla nostra vita di poveri uomini illusi di essere al centro del mondo, quel meteorite che si porterà via l’intero pianeta, così… pluf, come un castello di sabbia cancellato dalla pedata sbadata di un bambino capriccioso.

Ecco: le ragioni di quella casualità, o le leggi di quell’apparente fatalità, che poi sarebbero utili a spiegare anche come questo giocattolo fantastico che è il nostro universo sia nato, studia Sandra Savaglio, 42 anni, da Marano Marchesato, una manciata di case alle porte di Cosenza, no, sulla carta geografica neanche c’è il suo paese, occorre quasi un telescopio per vederlo, come quelli che usa lei, sofisticatissimi, per guardare le stelle, e oltre, molto al di là di tutte le stelle. Ne nasce ogni tanto anche qualcuna, di stella come Sandra Savaglio, a Marano Marchesato, e lei, da quella copertina del Time, non è solo una grande scienziata – adesso lavora a Monaco di Baviera, al Max-Plamck Institute for Extraterrestrial Physics – ma è anche, appunto, una star, perché è diventata una faccia – ironica, assorta, ridente – oltre che una firma sulle pubblicazioni scientifiche.

Qualcuno la riconosce per strada. Le danno premi. La politica la corteggia, Giovanna Melandri, del Pd, voleva che si candidasse per la Calabria alle ultime elezioni politiche, Santo Versace, del Pdl, l’ha cercata e la cerca, lei è amica di Ivan Scalfarotto, che è vicepresidente del Pd, ma pur sempre un outsider della politica e dice che sì, la tentazione di impegnarsi in prima persona l’ha avuta, eccome, ma, chissà, forse domani. Osservarla da vicino, una stella, parlarci, ascoltarla, capire com’è fatta, di che colore è la sua luce, gli astrofisici forse non potranno mai farlo; quelli che scrivono, invece, ci possono provare, e con lei è anche facile, perché Sandra Savaglio ha l’arte rara di sapersi raccontare e di saper spiegare concetti astrusi con semplicità. Le chiedo di cominciare dall’inizio, da quando era piccola piccola. E lei: “Ero una bambina solitaria, me ne stavo da una parte senza chiedere niente. Vivevo nel mio mondo e accettavo le cose come venivano. Passavo le ore a giocare con il kit da medico… sì, era quello che volevo fare, il medico.

Magari in Africa, perché ci mettevo anche un po’ di eroismo nelle mie passioni, o forse avevo già capito che me ne sarei andata”. Già da piccola, questa bimba bionda solitaria, figlia di semplici impiegati, due fratelli e una sorella più grandi di lei, ci sapeva fare coi numeri, anzi era un portento in aritmetica e la sua maestra le dava dieci e la portava ad esempio ai suoi compagni, come si dice, ma la cosa finiva là. Sandra dice che l’Italia non sa riconoscere le sue eccellenze, e che questa cosa, tutta negativa, innesca un meccanismo a catena, che diventa un vizio assurdo e collettivo. I Calabresi poi sono convinti di non meritare niente e per questo non sanno difendersi e difendere i loro diritti e dice pure che questo, ancora adesso, è un suo cruccio. “Il professore di fisica con il quale mi sono laureata ad Arcavacata, racconta, è un genio.

Un genio! Lo percepivo allora e lo posso affermare adesso con cognizione di causa. Si chiama Pierluigi Veltri, viene da San Pietro in Guarano, non da Milano o da Torino, adesso dirige il Dipartimento di Fisica, e ha la scioltezza di mente dei genii”. Ci sono anche cervelli che non fuggono, da questa regione, peccato che nessuno li conosca e nessuno sappia riconoscerli. Ci vuole l’onestà intellettuale di questa giovane donna lucida e piena di passione a raccontarci quanta gente oscura, che in silenzio fa bene il suo lavoro, ci sia in questa regione, e che in fondo ne tiene sulle spalle il futuro. Chiedo a Sandra, che di scienziati in America e in Germania ne ha conosciuti tanti, se il suo professor Veltri sia stato il suo vero maestro. “No, lei dice, chi mi ha fatto innamorare della fisica è stato un altro professore. Si chiama Ottavio Serra e insegnava al Liceo Scientifico “Scorza” di Cosenza, quello che io ho frequentato. Mi incantava, ho imparato tanto da lui… aveva una schiettezza di ragionamento, e un’abilità a farti “vedere” i concetti astratti… insomma: mi affascinava. Lui parlava e io mi dicevo: io farò la scienziata, e mi immaginavo già col camice bianco… E scienziata, Sandra Savaglio è diventata davvero, lavora a Monaco di Baviera insieme a un gruppo di trenta astrofisici, è regolarmente invitata a conferenze internazionali per presentare il suo lavoro, insomma è una “eterna studente”, come dice Kafka degli scienziati, provo a provocarla, “e meno male, commenta lei, così non ci annoiamo mai”. Sì, ma non “finite”, mai, anche: non le vengono le vertigini a pensarci? “Beh, a un certo punto il cervello si consuma, e allora…, scherza lei, in realtà escono ogni giorno cinquanta articoli di astrofisica in tutto il mondo… e io devo guardarli tutti, e molti anche studiarli… e poi confrontarmi con i miei collaboratori e poi scrivere, e poi i congressi, e poi, e poi…” E poi c’è spazio per la vita privata? “Sì, lei dice, c’è qualcosa a cui non potrei rinunciare, ed è la palestra, e, quando posso, la cucina, e poi, certo, ho anche una mia felice vita di coppia”.

Le domando se al suo Istituto dicono di lei “l’italiana” e lei dice di no, e che all’estero tutti sono molto più rispettosi di quanto lo siano in Italia, e che gli Italiani hanno una gamma di comportamenti molto ampia e imprevedibile, assai di più degli stranieri: sanno essere molto generosi, ma anche molto cattivi, ci sono tanti santi, in Italia, ma anche tanti criminali. La società tedesca è assai più prevedibile, e, in qualche modo più “media”, ma certo più rispettosa: “Io, dice Sandra, ho passato più della metà della mia vita all’estero, ma se penso agli insulti, che ho ricevuto, tutti ne riceviamo, prima o poi, e le donne, e i meridionali di più, non ho dubbi: è dagli Italiani che mi sono venuti. E di una cosa sono certa: in Italia non avrei mai ottenuto i riconoscimenti internazionali che ho avuto stando all’estero.

In sintesi posso dire che ringrazio la Calabria perché mi ha dato un modo di ragionare meno rigido, più rilassato, e ringrazio l’Estero perché mi ha fatto capire che nonostante io sia calabrese, non sono cretina, anzi: sono preparata, posso avere successo, non c’è niente che me lo impedisce”.
Sandra ha una ferita ancora aperta. Si era appena laureata col massimo dei voti, fece a Roma un concorso per ricercatore, lo vinse, ma qualcuno che pretendeva di avere più numeri di lei (quelli dell’appartenenza e del potere familiare) fece ricorso e la denunciò per truffa. Lei perse il posto, il concorso fu bandito di nuovo e lei lo vinse ancora una volta, il caso fu chiuso con un bel “il fatto non sussiste”, ma la strada era segnata, e se ne andò negli Stati Uniti. Fu la sua fortuna, e adesso benedice quel giorno. Meridionale e donna, erano tutte contro di lei, avrebbe detto Corrado Alvaro.

E pure, scienziata, davvero troppe! C’è poco da scherzare, perché la faccenda riguarda l’etica, la politica, il futuro di questo paese, che calpesta il merito e valorizza le appartenenze, i soldi, i piccoli e grandi poteri. “L’Italia, dice Sandra, è un paese provinciale. Non dico il Sud, dico l’Italia. E il provincialismo genera raccomandazioni, favoritismi, scambi di favore, corruzione. E conflitti d’interesse. Un sistema fatto così ti abitua a pensare che non ti meriti niente e che è impossibile guadagnarti le cose perché ti spettano. È terribile, ma è così. E questo, lo so con certezza, all’estero non succede. Forse c’è una qualche discriminazione nei confronti delle donne, che nel mio settore sono in assoluta minoranza: solo il quindici per cento, rispetto agli uomini, ma, per il resto, si lavora con tranquillità”.

Le domando se avere ogni giorno come strumenti di lavoro meteoriti e galassie, stelle e pianeti, come i bancari usano assegni e conti correnti o panettieri forno e farina, la fa sentire più grande, perché sfiora come pochi il Mistero oppure più piccola, perché questo Mistero non si lascia penetrare, è sconfinato, oscuro, e forse infinito. “Intanto io sono molto modesta, lei dice, e mi piace, quando posso, lasciare i cieli infiniti e tornare con i piedi sulla terra, per esempio comunicando agli altri quello che studio. È una cosa che sento come un dovere: in fondo io sono pagata per studiare con i soldi pubblici e ‘devo’ comunicare al pubblico quello che faccio… Più in generale, poi, non c’è dubbio: io mi sento piccolissima. Come potrebbe essere altrimenti se hai la certezza di esistere solo per un attimo e in un luogo limitato? Viviamo in un piccolo pianeta, ma nell’universo di pianeti ce ne sono centinaia e centinaia, e di sicuro nel futuro ne scopriremo ancora.

La nostra galassia è già immensa, contiene centinaia di miliardi di stelle, ma sappiamo che esistono ancora centinaia di miliardi di galassie e pensare che la distanza tra loro è di milioni di anni luce dà le vertigini. Forse non si capirà mai come funziona l’universo, al massimo si potrà arrivare a capire com’è nato, ma cosa c’era prima che nascesse, come facciamo a saperlo? E poi il settanta per cento dell’universo è sconosciuto, e non sappiamo neanche da che energia è alimentato. La chiamiamo ‘energia oscura’, così, per darle un nome, e che non sappiamo neanche cos’è…”. E Dio, che posto ha in tutto questo? “In tutto questo Dio non ha un posto, lei dice. Nessuna delle scritture sacre potrà mai convincermi che l’universo è stato creato da un essere che ha messo al centro l’essere umano e che all’essere umano tiene più che ai cani o ai pipistrelli… questo è il concetto fondamentale di tutte le religioni politeiste o monoteiste, e io non posso accettarlo. Voglio dire che può anche essere che c’è un Dio, ma non sono certo le scritture a convincermi della sua esistenza.

La scienza non me lo dice, e poi c’è una bella differenza tra la scienza e le scritture. La scienza è in continuo movimento, le scritture, invece, sono statiche, sono così e basta. Detto tutto questo, però, io non sono atea, ma agnostica, ma in una cosa credo fortemente: la vita sulla terra è un fatto fantastico, quasi certamente effetto di una serie di combinazioni favorevoli, ma so anche che potrebbe capitarci di tutto, in qualsiasi momento, e che non sarà oggi, non sarà domani, non sappiamo quando, ma tutto questo finirà. Finirà il pianeta-terra, perché, è certo una meteorite si abbatterà su di esso, come è già accaduto in passato, settantacinque milioni di anni fa, quando arrivò dal cielo un asteroide largo dieci chilometri e sparirono i dinosauri… accadrà certamente di nuovo, così come sappiano che il sole prima o poi si spegnerà e la terra, per questo motivo o per qualche altra causa… la terra finirà anch’essa. Come? quando? mah… è come giocare alla lotteria: tu compri il biglietto, non sei sicuro di vincere, ma sai che qualcuno vincerà… su questo non ci sono dubbi.

Ecco, non c’è dubbio che la vita su questo pianeta prima o poi finirà”. L’unica differenza tra noi e i poveri dinosauri, che ci rimisero le penne, è che grazie a scienziati come Sandra Savaglio sappiamo qualcosa di più di quello che accade sopra le nostre teste, conosciamo quasi tutte le meteoriti, almeno quelle più grandi, che sono le più pericolose, e sappiamo che ne arriva una sulla terra in un tempo che va tra i cinquanta e i cento milioni di anni, “ma gli oggetti che vagano nel cielo, dice Sandra, sono migliaia e migliaia, e dei più piccoli sappiamo poco, e qualcuno prima o poi piomberà da qualche parte, potrà distruggere una casa, o un piccolo paese o una intera città. Al momento non si possono fermare, si possono solo programmare le conseguenze”.

Chiedo allora a Sandra Savaglio che senso ha, per una scienziata che come lei vive in una dimensione temporale misurata in decine di milioni di anni e in una dimensione spaziale che ha a che fare con l’infinito, che senso può avere essere “lontana” dalla Calabria vivendo “solo” in Germania, o essere un cervello in fuga, se l’altrove è solo al di là di un oceano che a guardarlo dallo spazio è solo un ruscello piccolissimo come quello che scorre a Marano Marchesato… Allora Sandra torna con i piedi ben saldi sulla terra, come piace fare a lei, e come le piace assai di più se questa terra è la “sua” Calabria, dove, dice torna quando può e sempre troppo poco: “La Calabria non sarà un problema cosmico, ma un problema affettivo di sicuro per me lo è, e insieme culturale, e per la Calabria io ho voglia di investire le mie energie, almeno per farla conoscere per quello che è. C’è una natura speciale, qui.

La gente ci nasce e ci cresce dentro e non sa che è così speciale, e non sa o non vuole tutelarla abbastanza. E poi ci sono le tradizioni, che sono più preziose dei beni materiali, e certi pomodori così profumati, così buoni… mia zia ha un libro di ricette tradizionali calabresi e a me pare un piccolo tesoro da far conoscere e divulgare… sto pensando addirittura di farlo pubblicare.

Certo non è importante come gli studi di astrofisica, ma la vita è anche in quelle ricette. E io dico ai Calabresi: apprezzate le vostre cose e apprezzate voi stessi. E soprattutto: non è vero che non vi meritate niente”. Come si fa a costruire una società meritocratica, contro le appartenenze, i privilegi e le mafie se non si comincia dall’orgoglio di se stessi e dalla consapevolezza che qualche cosa, anche noi, in fondo, ce la meritiamo?
ITACA n.11