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La Calabria come la vedo io

Incontri

 

Giulio Archinà

Vivo da sempre in Calabria, che ho imparato ad osservare da punti di vista continuamente diversi. Spesso la guardo dall’alto, in deltaplano. Lo faccio con piacere, ma questa è un’altra storia.
La Calabria è un giardino fertile abbracciato da due mari, ad est lo Ionio ed a ovest il Tirreno. Dalle coste si raggiungono quattro gruppi montuosi, splendidi ed ognuno diverso dall’altro: il Pollino, la Sila, le Serre e l’Aspromonte. Insomma, una terra ricca di ogni benedizione.
Fin da ragazzo ho sempre voluto raccontare la Calabria a chi non la conosce, ai tanti amici di altre regioni. E non riuscendo a farlo compiutamente con le parole, ho iniziato a farlo per immagini. Poco alla volta la mia esigenza espressiva è diventata un lavoro, che svolgo ininterrottamente da quasi 25 anni. Fotografare la Calabria per me è lo strumento per interiorizzarla e raccontarla meglio, per entrare in relazione attiva con la sua gente, le sue istituzioni (civili e religiose), insomma per viverla pienamente senza frustrazioni e sottomissioni.
Per la sua particolare posizione, la Calabria è cerniera geografica e culturale fra Oriente ed Occidente. Così come un tempo accoglieva i coloni greci che trova vano spazio vitale nella nostra terra, adesso è porta di altre migrazioni, che vedono l’Europa come nuova frontiera. Anche per questo la Calabria è ancora terra di contrasti forti e di forti contraddizioni.

Il grande patrimonio culturale della Calabria, da sempre insidiato dal saccheggio e dall’incuria, vive secondo me una stagione ulteriore di abbandono. Non solo per la miopia e la mancanza di mezzi economici e strumenti legislativi di chi è preposto alla sua tutela e valorizzazione; ma anche per la poca sensibilità degli stessi calabresi.
Gli effetti del consumismo, che rende tutto culturalmente evanescente, pesano pure sulla nostra regione. Tendiamo a dimenticare i segni della nostra storia, destinando all’oblio le opere d’arte. Ancora non esiste una catalogazione completa del nostro patrimonio artistico. Nella mia attività lavorativa mi occupo per l’appunto di realizzare, per conto di vari enti, foto a corredo di campagne di catalogazione. C’è un inventario enorme, ancora lungi dall’essere completato. Il 90% delle opere d’arte appartiene a enti ecclesiastici e il compito è reso difficile dall’abbandono materiale in cui spesso versano le opere stesse. La miopia dei legittimi proprietari, oltre alla paura di furti, nega di fatto ai calabresi la possibilità di fruire di questo patrimonio.
Ad esempio, a Zumpano, paese a due passi da Cosenza, seppi di una croce astile a tortiglione risalente al Cinquecento (oggetto ormai rarissimo, in Calabria ne esistono solo quattro) “conservata” sotto il letto del sagrestano della Chiesa di San Giorgio Martire, dove peraltro si può ammirare lo splendido trittico quattrocentesco di Bartolomeo Vivarini. Riuscii a fotografare la croce per la catalogazione ed ora è esposta nel Museo d’Arte Sacra inaugurato dal Comune il 28 giugno scorso.

Per una storia a lieto fine ce ne sono altre meno fortunate: a Nocara fotografai un’altra croce astile, che venne poi rubata; ed a Scigliano, sempre nel cosentino, grazie a una mia foto si poté stabilire la sparizione di un ostensorio settecentesco (i privati a cui era stato affidato avevano restituito solo una co- pia senza valore). Nella Certosa di Serra San Bruno fotografai la tela di un paesaggio navale attribuito alla scuola olandese del ‘600, che venne poi rubata dalla quadreria del monastero, cosicché la mia foto rimane l’unica testimonianza di quel dipinto sparito dalla circolazione.
A volte per poter effettuare le foto occorre una lunga e faticosa trattativa. Ricordo il lavoro che mi toccò fare a Bova per fotografare il busto di San Leo, santo protettore del paese che viene tolto dalla teca del santuario solo nel giorno della festa. Ottenere un’eccezione alla regola fu davvero un’impresa.

Molto eloquente mi sembra sia l’esperienza vissuta qualche anno fa. Una fondazione culturale brasiliana finanzia a San Paolo del Brasile una mostra di opere d’arte calabresi per far rivedere un pezzo delle proprie origini agli oltre 800.000 immigrati e discendenti di immigrati calabresi che vivono in quel Paese. La ricerca sul territorio delle opere da fotografare mi porta a scoprire a Gioiosa Jonica un ostensorio in argento, opera di Francesco Jerace, il massimo scultore calabrese dell’epoca a cavallo tra Ottocento e Novecento.Trovo l’ostensorio custodito in una casa privata e mai messo in esposizione per paura dei ladri. Fotografo l’opera, che è davvero di una bellezza esemplare, ma ahimè la Confraternita dell’Addolorata, legittima proprietaria, non la concede in prestito per l’esposizione. Senza demordere faccio vedere una foto dell’ostensorio all’allora vescovo di quella diocesi, monsignor Giancarlo M. Bregantini, che ne resta ammirato e riesce ad ottenere la cessione temporanea al museo diocesano. Non solo, sotto la propria responsabilità, decide di inviare l’ostensorio in Brasile. Il successo fu grande; l’ostensorio, in stile liberty, risultò l’opera più apprezzata.
Ma al ritorno in Italia, la Confraternita contestò l’indebita trasferta. Ci volle molta diplomazia per sanare il “caso” e furono utili i messaggi di tanti calabresi dal Brasile, che lodarono l’invio dell’ostensorio, un modo per riaccendere l’orgoglio delle proprie origini e rinsaldare il legame con la terra natìa. Da allora sono trascorsi due anni e l’ostensorio non è più nascosto agli occhi dei calabresi, ma grazie alla “lezione brasiliana” e ad una teca con allarme, è esposta nella Chiesa dell’Addolorata di Gioiosa, testimone della bellezza artistica presente nella nostra Regione ed è anche monito che una Calabria migliore è possibile se ognuno contribuisce al bene comune senza chiusure egoistiche e gelosie.
Certo, la strada è ancora lunga. Mentre scrivo queste righe sto lavorando per fotografare delle statue lignee calabresi, comprese tra il Quattrocento e l’Ottocento, da destinare ad una mostra ad Altomonte. Duecento le opere richieste in prestito, solo cinquanta quelle concesse… Siamo un popolo di dura cervice.