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La signora Rosa

Mondo Calabria - Storie

Emanuele Giacoia, voce storica del giornalismo radiofonico e televisivo della RAI calabrese, the voice come con affettuoso sfottò era chiamato nell’ambiente di lavoro, è giunto in Calabria da Napoli fin dal momento dell’inaugurazione della sede regionale RAI a Cosenza, nel dicembre 1958. Soprattutto di quei primissimi anni, “eroici” per tanti aspetti, Emanuele ricorda gli affanni, come quando si girava un servizio in pellicola e lo si doveva inviare per lo sviluppo e stampa a Bari, in tempo utile per la messa in onda del telegiornale, o quando perse le tracce di una troupe in giro per le disastrate strade della regione, il caporedattore da Cosenza mobilitava le stazioni dei carabinieri per la ricerca dei dispersi.
Ma della sua personale esperienza professionale, Giacoia, cronista dall’aplomb inappuntabile, ripensa soprattutto gli incontri con la gente comune, espressione di una Calabria semplice e forse pure ingenua, ma colta nella sua autenticità. Così come in questo incontro con la signora Rosa.

 

Emanuele Giacoia

La signora Rosa mi accolse con evidente curiosità e interesse nella sua abitazione alla periferia di Decollatura. «Siamo della Rai, signora, possiamo entrare?». E lei «chi vuliti»? Eravamo, si può dire, nel secolo scorso, più di una trentina di anni fa. Spiegammo pazientemente che il figlio, dall’Australia, voleva ascoltare la voce della mamma, la sua. Allora la Rai dava questa possibilità, accogliendo le richieste di mariti, figli e parenti che dalla Calabria erano emigrati nel mondo, dalle Americhe all’Australia. La signora Rosa, (ricordate quella deliziosa vecchina che faceva la pubblicità al cioccolato Talmone?), cominciò a raccontarci, in un comprensibile dialetto, la storia dei suoi. Del marito (un falegname, che non c’era più) e dei suoi sette figli, due donne e cinque “masculi”. Ora i figli erano sei perché il terzogenito, da piccolo, aveva contratto la polmonite. Il medico di famiglia suggerì di portarlo all’ospedale, a Catanzaro, ma allora – mi raccontò la signora Rosa – era «na ruvina », cioè non c’erano soldi, insomma. Poi i ragazzi, crescendo, come tutti gli altri a Decollatura almeno, inevitabilmente cercarono lavoro all’estero. Un lungo racconto.

Rosa viveva sola in una grande stanza dove una porta nascondeva la camera da letto e il bagno. C’era un’ampia finestra sul cortile, a piano terra. Sul fondo, nella penombra, le persiane erano chiuse per il sole d’estate, una cristalliera come quelle di una volta, con tazzine, bicchieri per il rosolio, un servizio di piatti (quello buono, immaginammo) e ninnoli e bomboniere varie.

Ed ancora due bambolette in mezzo ad altre chincaglierie. A lato un cassettone con specchio e le inevitabili fotografie di famiglia, un mazzetto di fiori secchi. «Chistu è Peppino», ed ecco la fotografia di Giuseppe che dall’Australia voleva ascoltare la voce della mamma.

Un ragazzone, capelli neri, robusto, e un’aria smarrita, quasi il fotografo l’avesse sorpreso all’improvviso. Sui muri qualche oleografia, con fiori, frutta e vedute di improbabili marine e ancor più un ambiente montano, con neve e cieli azzurri. Non erano esattamente di buon gusto, ma come sentenziava un noto filosofo di Palmi «meglio avere un pessimo gusto che non averlo proprio». Vicino al finestrone, infine, quello che oggi si chiama l’angolo cottura. C’era una rastrelliera di legno appesa al muro con su pentole di rame e vari aggeggi da cucina, accanto un piccolo lavandino per i piatti. E venne il momento della registrazione della voce di Rosa, come desiderava Peppino, e lei, così minuta, un viso segnato dagli anni (tanti) un fare naturalmente gentile e disponibile, al via afferrò il microfono dalle mie mani e lo portò all’orecchio. «Peppino, Peppino, songo mamma tua…!» esclamò con voce un po’ esitante pensando che il suo Peppino potesse rispondere dal microfono al suo orecchio. «Non così signora» e le spiegai cosa doveva fare. Capì, e parlò al microfono così che la sua voce venne registrata sul Nagra (il mitico, davvero mitico registratore della Rai).

Come dicevo, la signora Rosa capì la mia spiegazione e incise il saluto per il figlio all’altro capo del mondo, se ben ricordo ad Adelaide. Le feci riascoltare la sua voce. Incantata, quasi non ci credesse. Alla fine stavamo salutando, ma volle assolutamente che ci fermassimo per offrirci qualcosa. «Un caffè, grazie», chiedemmo. E la signora Rosa si diede subito da fare nel suo “angolo cottura”. Si muoveva contenta, quasi riconoscente dell’opportunità che le avevamo offerto di parlare con uno dei suoi figli. Al classico sbruffare della caffettiera, eccola aprire la vecchia cristalliera, prendere una guantierina su cui posò un centrino ricamato, un piattino e una tazzina. Quest’ultima, come le altre, non era rovesciata sul piattino, ma posata col fondo. Per cui la signora Rosa prima di versarci il caffè, soffiò tranquillamente nella tazza (sicuramente intendeva pulirla), e si sparse nell’aria una grande nuvola di polvere depositata chissà da quanto tempo.

Aggiunse un cucchiaino di zucchero e poi versò, finalmente, il caffè. Naturalmente lo bevvi tutto; per nulla al mondo l’avrei offesa rifiutandolo!
ITACA n. 16