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La prima volta di un quotidiano calabrese…
finito male

Mondo Calabria - Storie

Paolo Guzzanti

L’8 luglio 1980, Il Giornale di Calabria fortemente voluto da Giacomo Mancini, cessava malinconicamente le pubblicazioni. Paolo Guzzanti nel suo Senza più sognare il padre, brillante “romanzo” della sua vita (fino al 1999), ricorda, con molto distacco e pungenti giudizi sulla Calabria e i calabresi, la sua esperienza di caporedattore, a fianco del direttore Piero Ardenti. Salva soltanto Mancini, gran signore dalla squisita ospitalità. Quando Scalfari, con una telefonata in tarda serata, lo chiamò a Repubblica, Guzzanti fece in gran fretta il bagaglio e sulla sua Fulvia scassata viaggiò tutta la notte in fuga dalla Calabria.
Dolente il ricordo di Mimmo Logozzo, calabrese dello Jonio, che in quella sfida editoriale aveva creduto. E toccò proprio a lui raccogliere la telefonata dell’Amministratore del giornale che sostanzialmente annunciava la chiusura, puntualmente verificatasi dopo quattro mesi di autogestione della redazione. Anche lui, suo malgrado, fu costretto alla fuga, se non precipitosa sicuramente amara.
Resta qualcosa di quell’esperienza che tante attese aveva creato in Calabria? Se ne parlerà il 14 settembre per iniziativa di Giosi Mancini. 

CALABRIA, LA GRANDE SAGA

Paolo Guzzanti*

Io ero iscritto segretamente al Psiup, partito socialista di unità proletaria, e lì avevo conosciuto Piero Ardenti, direttore di Mondo nuovo, dove scrivevo sotto pseudonimo. Mi disse che aveva accettato di andare a dirigere un quotidiano indipendente ma di orientamento socialista in Calabria, dove non esisteva alcun quotidiano. Si trattava del Giornale di Calabria  Volevo essere della partita? Ma bada, mi avvertì Piero: «Per ora stiamo ancora a Roma, ma appena è pronto lo stabilimento nuovo, tutti in Calabria, e per sempre». Una persona assennata avrebbe risposto che non ci pensava nemmeno, ma io dissi di sì con entusiasmo. Il Giornale di Calabria aveva un notevole padrino politico: il leader socialista ed ex segretario politico Giacomo Mancini, un uomo con cui avrei stretto un’amicizia solida e profonda… Voleva per la sua regione altre cose. La prima era l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che dopo mezzo secolo ancora non è finita. La seconda era l’università di Àrcavacata presso Cosenza, che ha avuto un vero successo. E la terza era il giornale: voleva che i calabresi avessero un punto di riferimento in casa loro, senza doversi contentare delle pagine di cronaca della siciliana Gazzetta del Sud.

Cera poi un quarto oggetto del desiderio di Mancini: dare alla Calabria una vera industria come quelle del Nord. L’idea era già vecchia perché i tempi stavano cambiando alla svelta, ma Mancini era affezionato all’idea di una vera classe operaia in tuta blu che vivesse intorno ai forni, alle gru, ai capannoni, vicino a tutti quei simboli che fino ad allora erano stati solo del Nord industrioso e industriale. Era convinto che un quinto centro siderurgico a Gioia Tauro, avrebbe cambiato per sempre la faccia della Calabria, sconfitto la mafia e spazzato via l’analfabetismo. Dietro i sogni di Mancini c’era l’industriale e petroliere Nino Rovelli che era anche il padrone del Giornale di Calabria

Gli anni della Calabria furono folli, esaltanti, tristi, psichiatrici, struggenti, forse inutili perché poi quel giornale fu costretto a chiudere. La redazione, anzi l’intero stabilimento, era stato costruito con criterio milanese e avveniristico nel mezzo della campagna sotto la Sila, in un luogo che allora era sperduto e lontano da tutto che si chiama Piano Lago anche se non c’è alcun lago… La notte chiudevo il giornale intorno alle due del mattino e spesso mi chiamava Giacomo Mancini per chiedermi quali fossero le novità del giorno. Poi mi chiedeva se avevo mangiato e mi invitava a venire su, all’Aria rossa che era la sua tenuta di montagna, a dividere con lui una prima colazione o tarda cena. Allora salivo sulla mia Lancia Fulvia scassatissima (eredità paterna, mio padre aveva comprato per sé una Mercedes e una Maserati che manteneva chiusa a chiave nel garage di casa e che non ho mai visto in moto) e risalivo la montagna da Melito, entrando nei boschi, a luci abbaglianti per evitare gli animali selvaggi. L’Aria rossa era, immagino che ancora sia, una villa antica e meravigliosa, come penso dovesse essere quella di Cicerone al Tuscolo. Mancini mi accompagnava alla grande tavola apparecchiata su cui erano schierati tutti i cibi della Calabria: funghi porcini appena colti, se era la stagione, o surgelati e messi sott’olio, olive, carne d’agnello, formaggi, ricotte, dolci di ricetta millenaria farciti con mandorle, noci, nocciole, miele. E poi paste fredde, paste calde, verdure ripassate, insomma un banchetto che sottoponeva a debole prova la mia forza di volontà, sicché cominciai a ingrassare in maniera deplorevole. Ma Giacomo Mancini era soave, attento, sapeva tutto quel che succedeva in economia e nella cultura. A casa sua trovavo sempre gli ultimi libri usciti, le riviste straniere, gente che discuteva e che litigava alla calabrese, cioè dandosi sulla voce senza ascoltare gli argomenti dell’altro. Cominciai a metter ordine nel mio lavoro e rendermi conto della particolarità di questa regione diversa e molteplice, perché nessuna regione d’Italia ha tanto mare e tanta montagna, con la gente che discende – e lo porta scritto in faccia – dai greci dagli occhi azzurri, dai saraceni, dagli albanesi arrivati insieme agli umanisti con la caduta di Costantinopoli e che si sono insediati un po’ in Sicilia e molto in Calabria.

Passai quasi tre anni in Calabria, dall’inizio del 1973 alla fine del 1975. Non volli prendere un appartamento in affitto, ma scelsi di vivere come un profugo nell’ospitale Locanda Bruni, al di là del raccordo autostradale. Tornavo alla mia stanza a notte fonda con i superstiti della nottata in tipografia e la signora Bruni faceva trovare la solita eterna cena, preceduta dalle solite domande: “Un poco di capocollo? Un poco di pecorino? Preferite un caciocavallo? Gradite due olive? Vi preparo due ziti col peperoncino?» No grazie, sì grazie, appena un poco grazie. Davano sempre e soltanto del voi. «Vi ritirate tardi stasera?» Sì signora, mi ritiro tardi come ogni notte. Torno alle due. «Vi preparo un poco di capocollo? Due ziti col peperoncino? Un poco di caciocavallo?» Sì grazie, appena un poco grazie, no basta così grazie. Si mangiava con l’avidità frettolosa dei carcerati, poi in camera mi buttavo sul letto vestito e spesso mi addormentavo con le scarpe ai piedi. Al mattino mi rigovernavo con una potente doccia e scendevo per una colazione etnica: morzello (una specie di calzone), neonata (avannotti bianchi proibitissimi), ‘nduja (peperoncino e pepe, tritolo e nitroglicerina sotto forma di insaccato) e leggevo i giornali. Se un grande giornale nazionale come il Corriere della Sera parlava della Calabria, quella era una notizia.

Il direttore Piero Ardenti si vedeva poco in redazione perché era impegnato in rapporti istituzionali e il giornale lo facevo in genere io. Ma venderlo era un problema irrisolvibile. I giornali andavano poco e venivano letti collettivamente al bar o negli uffici pubblici. Puntavo sulla cronaca nera, che era sempre generosa nel fornire materiale, e cominciai a raccogliere i casi di violenza e sevizie sulle donne: donne uccise, torturate, stuprate, umiliate. Ma scoprii che a Cosenza vigeva il matriarcato e che le mogli dei professionisti mettevano volentieri le corna ai mariti, i quali del resto preferivano il tavolo da poker al talamo e alle sue delizie. Tutti giocavano a poker, si svenavano a poker e la polizia smantellava una quantità impressionante di bische clandestine. Nelle campagne e i piccoli centri le donne vivevano in una condizione piuttosto islamica, ma la buona borghesia cittadina si concedeva tutti i lussi, gli sfizi i vizi e gli svaghi che si sarebbe potuta concedere a Parigi o a Londra.

La gente allora aspirava soltanto al posto fisso al Comune, alla Provincia, alla Regione, nella guardia forestale, e la mentalità spagnolesca delle raccomandazioni dominava la vita pubblica e privata. Udii con le mie orecchie un collega cui era nato un figlio attaccarsi al telefono per domandare a tutti i suoi amici: «Chi ci conosci tu al Comune?» Doveva soltanto andare a fare la dichiarazione anagrafica, ma gli sembrava inappropriato presentarsi in un ufficio pubblico senza essere stato “presentato”. I giornalisti del Giornale di Calabria erano quasi tutti non calabresi. I giovani calabresi che volevano fare il giornalista non avevano alcuna intenzione di lavorare nelle loro città, ma emigravano a Milano sperando di entrare al Corriere della Sera o a Roma per Paese Sera e il Messaggero, oppure andavano a Genova, a Trieste, a Bologna, ovunque fuorché a Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria. Così, a fare il giornale per la regione calabrese eravamo scesi noi colonialisti: Gianni Montani di Venezia che parlava soltanto la lingua di Goldoni e che parlava de ‘”sti calabrotti” con accenti politicamente scorretti, il direttore Ardenti era lombardo, io romano, Riccardo Benevento romano, c’erano un paio di siciliani in gamba fra cui Tonino Di Rosa che poi diventò direttore del Secolo XIX a Genova, ma di calabresi in redazione meno delle dita di una mano.

* estratto da Senza più sognare il padre di Paolo Guzzanti, Aliberti Editore, 2012

ITACA n.21