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2 dicembre 2017
La Calabria come la vedo io
2 dicembre 2017

MISS AMERICA ALLO SCHIOPPO

In primo piano - Mondo Calabria - Storie

“Nata sono nata nell’Africa d’Italia, in qualche posto in qualche modo sono pure cresciuta”
(Francesco De Gregari, “Stella stellina”)

Francesco Adornato 

Da molti anni non nevicava più a Cupanova. Abituati a quella luminosa e muta presenza, nel periodo natalizio non c’era giorno in paese che non si volgesse lo sguardo al cielo. La neve era un conforto, un armistizio con la fatica. Braccianti, muratori, raccoglitrici d’olive potevano finalmente interrompere il lavoro, preferendo a un misero guadagno l’insospettato  piacere di restare in casa attorno al braciere, come figure di povero domestico presepe. Eppure, per noi del quartiere Schioppo, l’assenza della neve era malgrado tutto un dono. Un generoso segno divino che ci sottraeva al ricordo di un lontano Natale, quando Mommaredu jìffulu (scapaccione) segnò per sempre la nostra vita. Abitavamo nella stessa strada e a scuola dividevamo il banco, nonostante fosse più grande di me. Veloce nella corsa e abile a schivare qualunque insidia di quella nostra irregolare adolescenza, non lo era altrettanto nello studio verso cui mostrava il più totale disinteresse.

Orgoglioso e impudente era ammirato e temuto da tutti noi ragazzi per la sua capacità di catturare le lucertole con un semplice filo d’erba annodato a mo’ di cappio e la sua indifferenza al cinguettio disperato degli uccelli impigliati sui rovi per via del caucciù che aveva perfidamente disciolto. Sembrava non avvertire sentimenti, se non di ammirazione verso se stesso, specie quando trascinava per le strade del quartiere bisce appena catturate incurante del ribrezzo suscitato. Silenzioso e affidabile, ero il suo amico preferito e insieme percorrevamo in lungo e in largo il bosco di castagni che sovrastava il quartiere, immaginandoci improbabili cavalieri della tavola rotonda. Ci districavamo tra rami e sentieri e in quel percorso di scoperta e di fantasia Mommaredu mi parlava della sua vita a casa. Di suo padre emigrato in Belgio che tornava solo a Natale e delle numerose sorelle nate ognuna a un anno di distanza dall’altra e tutte, sottolineava incredulo, nel mese di settembre.

Ma soprattutto trovava insopportabile e incomprensibile che sua madre ogni santo giorno alla stessa ora del pomeriggio, al calar della sera, iniziasse a picchiarlo senza motivo. E gliele dava talmente di santa ragione che lui finiva per scappare ed era la madre stessa che usciva a cercarlo, in apparenza preoccupata, ma in realtà per incontrarsi con Filippo ‘nsinga (ammiccante), il capraio. “Vieni domani a casa mia”, mi disse infine un giorno, “vieni domani a casa mia che facciamo i compiti di scuola”. E così feci. Mi affacciai spingendo timorosamente la porta accostata e comparve ad accogliermi sua madre, conosciuta come Ndindina  ‘a vazza  (l’acerba). Entrando, misi piede nel regno del caos e della precarietà. Al centro primeggiava un braciere circondato da sedie sgangherate e traballanti su cui poggiavano stracci di ogni tipo, un tavolinetto coperto da un’unta tovaglia e disordinatamente ricolmo di pentole, pezzi di pane, vasellame, piccoli ortaggi, vasetti di strutto, bottiglie semivuote di olio e pasta sfusa sovrastata da un trancio di lardo aggredito da intere tribù di mosche. Ad aggravare quell’incerta condizione contribuivano una fioca luce proveniente da una lampadina che a stento  faceva capolino tra due file di canne appese al soffitto con alcune salsicce e una cesta di panni poggiata sul pianale di una  vasca che fungeva da casalingo lavatoio.

Mi porse un’impresentabile sedia, “siedi, dovete studiare? Tu sei tanto bravo, non mio figlio, che gli devo menare per farlo applicare”. Alta e maestosa, si muoveva con rapidità, mostrando un’irrefrenabile gaiezza che la rendeva assai diversa dal prudente pudore e dall’asciutta sobrietà delle vicine. Cominciai a leggere a voce alta le pagine del sussidiario sul Risorgimento e l’Unità d’Italia, senza comunque suscitare l’interesse di Mommaredu, nonostante Garibaldi fosse stato ferito in battaglia non lontano da Cupanova, perché con più evidente attenzione egli studiava i gesti della madre. Avvertendo quella tensione, anch’io mi ero distratto e continuai a leggere svogliatamente attento a intercettare i segnali della bufera in arrivo.

“‘U vidi, ‘u vidi!”, esplose improvvisamente Ndindina pur intenta a lavare pentole e piatti sull’orlo di un pericolante e arrugginito lavello.

“‘U vidi che non hai la testa per studiare! Cosa farai quando sei grande se continui così? Vai da tuo padre in miniera?” Mommaredu restava in silenzio, concentrato e pronto allo scatto. “T’ammazzu, t’ammazzu”, sbottò esasperata e prima ancora che potesse alzare il braccio lui era già schizzato in strada. Ndindina iniziò ad agitarsi, a tremare: stretta in quella piccola prigione di tutta un’esistenza, spostava piatti e bottiglie con gesti privi di senso, scalciando la malferma porta di casa.

A stento però trattenne le lacrime. “Non posso vivere più in questo posto, mi sento disperata” esplose. “Mio padre mi scriveva dall’America raccontandomi tante cose belle e io ho sempre desiderato di andare da lui in Florida, ma mi sono  maritata un uomo qualunque, un uomo senza ambizioni, uno che torna a casa una volta all’anno! Una volta all’anno, capisci?”, mi disse con tono avvilito. Quasi a volersi riprendere iniziò tutto un racconto sulle meraviglie che solo in America c’erano. Gente ricca, attori del cinema, Marylin Monroe, che aveva visto in televisione nella casa dei vicini, il presidente biondo e bello, le strade immense e il lavoro per tutti. E confessò il suo desiderio più intenso, diventare Miss America.  “Vieni qui, mi diceva mio padre, vieni qui, tu sei bella e puoi diventare Miss America”. “Miss America cos’è?”, chiesi incuriosito.  “È la più bella di tutte, la più bella di tutta l’America. Anche di Marylin Monroe!”, rispose e ruotò in aria un braccio come rispondesse all’applauso di un’invisibile folla. “Morivano certo d’invidia tutte queste sciancate se diventavo Miss America! Invece devo vivere allo Schioppo”, concluse  affranta. “Ma non mi vedranno più!”, insorse con un guizzo. “Ti voglio rivelare un segreto” e si accostò a me quasi bisbigliando. “Dopodomani mattina, vigilia di Natale, io e Filippo scappiamo da qui presto prima che torna mio marito dal Belgio. Andiamo a Napoli a prendere la nave per l’America!” “E vostro figlio?”, replicai subito. “Mommaredu ha preso tante di quelle botte senza meritarle e adesso se ne verrà con me per vivere pure lui felice. L’ho già avvisato che per tutti e due questa sofferenza finisce a Natale”,  e così dicendo apparve sollevata.

Abbacinato dal racconto e fantasticando sull’America, tornai a casa in ritardo e mia madre, che neanche con quel tempo minaccioso si era fermata a riposare, mi apostrofò duramente, facendomi tornare alla realtà. Rispettata ed apprezzata in tutto il quartiere per la sua estrema dedizione al lavoro, mia madre era però tenuta a distanza per il suo carattere aspro ed incendiario che non si tratteneva dal più violento dei litigi, se necessario ad imporre le sue ragioni. Forte di questo suo temperamento incontenibile, disistimava in modo plateale Ndindina, donna per lei non onorata, non solo perché partecipava alle feste di matrimonio in assenza del marito, ma da lungo tempo intratteneva una relazione extraconiugale con il capraio, indifferente al mormorio del quartiere.

“Quella è una mamma scellerata”, disse seccamente, troncando qualsiasi mio timoroso tentativo di discussione e consegnandomi il bidoncino di alluminio del latte da distribuire a domicilio. Per strada la neve aveva lo splendore delle stelle e il mio passo poggiava leggero su sottili cristalli di ghiaccio che scoppiettavano sotto il mio peso. Sembrava che il firmamento stesse brillando soltanto per me e per me solo esistesse e in quel silenzio mi sentivo infinito e felice, tanto che a fatica tornai a casa dopo la consegna del latte. E quale fu la mia sorpresa nel trovarvi Ndindina intenta a parlottare in modo agitato con mia madre. “Ciccio – mi aggredì immediatamente – non riesco a trovare Mommaredu mio! ‘U vidisti?” E davanti alla mia esitazione insistette ancora più inquieta, “non sono riuscita a trovarlo e a quest’ora tornava lo stesso, da solo. Forse è nascosto da qualche parte e non vuole venire in America. Aiutami a cercarlo, in nome di Dio!”

Attraversammo le strade innevate dello Schioppo per giungere al pendio che portava al lavatoio dove io e suo figlio ci nascondevamo spesso per sorprendere il licantropo. Ndindina si trovava a di­sagio a camminare nella neve che aveva ormai coperto arbusti e cespugli e di quel suo fiero portamento non restava traccia, aggredita com’era da continui brividi di freddo e da oscuri presentimenti. Il buio fitto e la luna avvolta da un mantello di nuvole rendevano poco agevole il cammino: “malu tempu”, commentò, aggrappandosi a un melograno rattrappito. Mi ero inginocchiato per attraversare il torrente senza scivolare sulla lastra di ghiaccio che lo ricopriva, quando apparve dalla neve e sotto un lampo di luce una mano illividita stretta ad una zolla di erba. “Sbalasciu, gridò Ndindina, sbalasciu, ‘u trovammu!” Cadde su se stessa e iniziò a scavare freneticamente come un animale cerca la sua tana per sfuggire alla caccia. Quando apparve il viso di suo figlio, violaceo e trapunto di piccoli  coriandoli di neve, smise di scavare e iniziò a graffiarsi il viso ed a flagellarsi con manciate di sassi.

Il sangue scivolandole dal viso solcava la neve a squarciare quell’intervallo di quiete che ci era stato appena regalato. “Mommu, Mommaredu meu, focu e pricada mia! Che mamma scellerata fui!”, urlava come un’ossessa mentre da lontano arrivava l’eco di un abbaiare furioso di cani.

“Maledetto questo petto che ti ha allattato”, e così gridando prese a lacerare una sfilacciata maglia di lana e poi la camicetta fino a mostrare al cielo i seni, aspettando una punizione divina. “Cristiani”, continuava Ndindina, “cristiani, correte a compatire una madre disgraziata condannata da Dio per tutta la vita.” Quello strazio aveva raggiunto tutto il quartiere da dove in lenta processione cominciarono ad arrivare le vicine, recitando una lamentosa cantilena. “Che Natale mi vinni!”, ripeteva più forte Ndindina cullando amorevolmente in braccio il figlio ancora ricoperto da un velo di neve e la sua sorte si era definitivamente staccata dalla vita che aveva sempre sognato.

Mi allontanai nella notte confuso e privo di forze in compagnia di quell’urlo che concludeva la mia adolescenza e che ancora oggi all’improvviso attraversa i miei pensieri più nascosti: “che Natale mi vinni.”

ITACA n. 20