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STORIE COSI’
Il calcio, quando non circolavano i miliardi

Mondo Calabria - Storie

Emanuele Giacoia

“Disgraziato, esci fuori se hai il coraggio, vigliacco!”, e via poi con calci e pugni alla porta dell’arbitro e dei suoi collaboratori. Protagonista di questo teatrino il presidente del Crotone, senatore Silvio Messinetti, che fu a capo della squadra per vent’anni, dal ‘45 al ‘65, e quando – secondo il suo parere di tifosissimo – giudicò pessime le decisioni nei confronti della sua amata squadra.
Ero, quella domenica, nei corridoi dello stadio “Ezio Scida”, per le consuete interviste del dopo partita che riuscii a fare soltanto quando il presidente, che oltre alle invettive sollevò seri dubbi sull’onorabilità della moglie dell’arbitro, veniva allontanato da dirigenti amici per fargli sbollire l’ira. Ricordo che anche le forze dell’ordine non sapevano che pesci prendere di fronte a tanta incandescenza!
Nei miei trascorsi di anni e anni in Rai, sono molti gli episodi come questo. Come un “dietro le quinte”, e anzi visto che si trattava di tv e radio un “fuori onda” sportivo perenne. E un fuori onda fu, tra l’altro, ed è la prima volta che ne scrivo, la corte che feci all’arbitro Concetto Lo Bello per riuscire a farmi rilasciare un’intervista o quantomeno una dichiarazione. Allora come adesso le esternazioni non sono concesse ai “fischietti”. E quanti ne ho visti passare negli a spogliatoi del Catanzaro in A, con la squadra del compianto presidente Ceravolo (allora sì che erano bei tempi per il calcio, e per quello calabrese anche)! Concetto Lo Bello era spesso designato nel capoluogo calabrese. Indubbiamente era il principe tra i fischietti dell’epoca. Un direttore di gara con i fiocchi. Ebbi la ventura di essergli simpatico, e prima e dopo le partite sovente eravamo insieme a parlare manco a dirlo di calcio e del suo mondo.
La sua disponibilità e l’affabilità nei miei confronti mi indusse a pensare di poter fare certamente prima o poi uno scoop. E sarebbe stato davvero un fatto clamoroso giornalisticamente. “Giacoia, sa che non posso farlo, ma non è detto”, ripeteva sempre lui con il suo garbo. E così, da una partita e da un campionato all’altro, le sue promesse erano puntualmente rinviate. Ma ahimè mai mantenute. Ho ancora conservata una sua lettera di ringraziamento in risposta ai miei auguri quando fu eletto alla Camera dei Deputati.
Il tifo è incremento e sale d’obbligo nello sport, e nel calcio in particolare, nel bene e nel male ha risvolti di ogni tipo. Personalmente tra le varie esperienze mi è capitato che quando ero a Catanzaro, o per “Tutto il calcio minuto per minuto” o per “Novantesimo minuto”, incrociando i tifosi giallorossi, questi ultimi non hanno mai mancato di lanciarmi frecciatine, tacciandomi di essere tifoso del Cosenza (perché la sede Rai della Calabria è a Cosenza) ritenendo i miei commenti, secondo loro parziali, nei confronti della loro squadra del cuore.
Di contro, quando sia pure raramente andando al “San Vito”, ora “Marulla”, per vedere un incontro del Cosenza, eccomi guardato in tralice e apostrofato con poco garbo perché ritenuto decisamente un tifoso del Catanzaro!
Sempre in tema di dietro le quinte, andavo un pomeriggio di domenica in Rai, allora nella mitica Via Montesanto, e prima di salire negli uffici, erano circa le 16,00, mi fermai a prendere un caffè. Al bar la radio snocciolava “Tutto il calcio”. Il barista al mio ingresso mi guarda con espressione meravigliata: “Ma come, siete qui?”. E io, di rimando: “Certo, e dove dovrei essere?”. E quello: “Ma vi stanno chiamando da Foggia!”. Il Foggia era allora era in serie A, e io ero stato designato per quel campo. Soltanto, piccolo particolare, chi di noi in redazione doveva avvisarmi della telefonata arrivata da Roma se n’era dimenticato. Ricordo ancora la faccia stralunata del barista!
Da Foggia, dove non andai, a Bruxelles, in Belgio, per la Coppa dei Campioni (si chiamava così all’epoca). Fu una volta per la finale Ajax-Inter. Volai con Ameri, che doveva curare la radiocronaca, e con Ciotti, che avrebbe intervistato la foltissima rappresentanza di giornalisti in tribuna. Io ero stato designato per le interviste negli spogliatoi.
Con Ameri e Ciotti ci recammo allo stadio con anticipo per controllare che tutto fosse a posto. Passeggiando in attesa dell’avvio tra i corridoi e la pista incontrai Edmondo Fabbri, l’ex ct della Nazionale italiana, “mondino” come era chiamato. Inevitabilmente si finì per parlar di quella disgraziatissima partita contro la Corea quando l’Italia fu incredibilmente esclusa dai Mondiali dopo il famoso gol del dentista coreano, professione poi smentita. “Se la potessi ripetere mille volte, non potremmo mai più perderla, negli spogliatoi con tutti i miei non potevamo crederci, ci sembrava di sognare”, mi ripeteva Fabbri sconsolato.
Intanto, per la cronaca, l’Inter perse malamente contro l’Ajax, e incontrandoci con i tanti italiani residenti in Belgio (qualcuno addirittura piangeva) parlammo della figuraccia dei neroazzurri e ci dissero che erano preoccupati per gli sfottò che i belgi avrebbero loro imposto da lì all’indomani sui posti di lavoro.
All’“Olimpico” di Roma, stavolta. Eccomi per “Tutto il calcio” a seguire Lazio-Atalanta. In tribuna stampa vedo salire da una scaletta laterale il compianto questore Santillo, che avevo conosciuto e apprezzato durante i cosiddetti “moti di Reggio”, quando da solo in quei momenti terribili rappresentava lo Stato. Mi avvicinai alle sue spalle, esclamando a voce alta “dottor Santillo!”. Fece letteralmente un salto, e un altro po’ cadeva dalle scale. Erano “gli anni di piombo”, quando i terroristi pistola alla mano chiamavano il loro bersaglio umano per nome prima di sparare. Per un attimo Santillo pensò a un attentato. Voltandosi – ricordo il suo viso non certo roseo – mi riconobbe però all’istante e in tutta tranquillità poi seguimmo l’incontro, vinto dalla Lazio 2 a 1, fianco a fianco.
Di tutto di più insomma, efficace slogan Rai, ma potrebbe, fatte le debite proporzioni, essere uno dei miei dietro le quinte del mio lavoro. Come in occasione di un derby infuocatissimo tra Crotone e Reggina. Si era alla terzultima giornata nel campionato di C del 1965, quando a un certo punto cominciò un lancio fitto di arance contro un guardalinee che si accasciò al suolo. Partita sospesa e poi ripresa. Morale, l’indagine accertò che furono i tifosi reggini (i soliti deficienti non mancano mai, allora come adesso), per cui la Reggina perse a tavolino. Però proprio quell’anno, nonostante questo brutto episodio, la Reggina dell’indimenticabile presidente Oreste Granillo fu promossa in serie B.
Sempre sul tema amaranto, un ricordo tristissimo invece. Riguarda un suo giocatore, Alaimo, che originariamente centrocampista e poi grande ala, trasferito in quel ruolo da un altro grande del calcio, Maestrelli. Mi dovetti occupare della sua morte, quando durante le visite mediche di controllo a Novara, dove era appena stato acquistato, una scarica elettrica lo fulminò. Un assurdo incidente che ebbe eco sui media di tutto il paese. Di quel luttuoso momento, a distanza di quasi mezzo secolo, ho negli occhi ancora vivo il ricordo.
Bisogna dire che mai come in questo momento il calcio dilaga, mai come di questi tempi interessa milioni e milioni di persone in ogni continente. Circolano miliardi, si scommettono cifre impressionanti, ci sono enormi interessi economici ma anche truffe colossali, con interessi della delinquenza organizzata. Questo per dire che il mio auspicio è che questi miei mini ricordi – pochi davvero rispetto a tanti che per motivi di spazio qui non posso raccontare – possano, nel loro piccolo, portare una luce di sentimenti più umani in questo sport considerato, e a ragione, il più bello del mondo.

ITACA n.39