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Un cuore verde nel Mediterraneo

Mondo Calabria - In primo piano - Ieri/Oggi
Un tempo rifugio prediletto dei briganti, la Sila esercita, oggi, un richiamo irresistibile.
Già cento anni fa lo scrittore Nicola Misasi avvertiva: “Vedeste, che picchi giganti, che pianure immense, che foreste folte, che sfolgorio di fiori nei prati, che acque limpide e fresche, che sole luminoso…”

Valeria Pellegrini
Il “Gran Bosco d’Italia è un mondo a parte, una contrada a parte, inesplorata, anche oggi, come una foresta d’Africa, misteriosa anche oggi, come una grande prateria d’America. Ha bellezze di paesaggi quali non vanta la Svizzera, ed è rude, selvaggia, aspra come una giogaia della Scozia.…”. Così scriveva della Sila Nicola Misasi, alla fine del 1800. E aggiungeva: “Ditelo ai giovani sposi, ditelo alle vostre giovani amiche che vanno altrove, in Isvizzera o nella Scozia, a nascondere i loro amori in seno al maestoso selvaggio dei monti e dei boschi e trovano il mercante che vi ha speculato deturpandoli: vengano in Sila se nella solenne ora dell’imeneo vogliono rigenerarsi e ringagliardirsi.

Ditelo ai pensosi, ai fantasiosi, a coloro che soffrono nel corpo e nello spirito; vengano qui a godere, ad amare, a vivere… Se vedeste, che picchi giganti, che pianure immense, che foreste folte, che sfolgorio di fiori nei prati, che acque limpide e fresche, che sole luminoso, che varietà stupenda di paesaggi, quanti paeselli bianchi per le chine, quante casette bianche pei lembi delle foreste, che muschi morbidi, che odorosi effluvi e come l’animo vola, vola irradiandosi per la serenità dell’azzurro!” I calabresi, ormai, hanno imparato a percepire il valore della Sila, nulla da invidiare ai quasi ottocento chilometri di costa della Calabria. E se ne fanno un vanto.

La ferrovia, costruita nei primi anni del 1900 per l’integrazione sociale delle genti della Sila e poi abbandonata con il miglioramento della rete stradale, ha riscoperto da poco una nuova vocazione, riproponendosi in chiave turistica. Il treno a vapore viaggia anche d’inverno, quando la temperatura a mezzogiorno è di zero gradi, le foreste sono appesantite da centimetri di neve e le praterie coperte da uno strato bianco a volte spesso metri, su cui di tanto in tanto si vedono orme solitarie di animali. Saranno i lupi? Qui vivono da sempre, odiati prima per l’efferatezza nei confronti delle pecore, vero e proprio capitale di molta gente, amati oggi ed eletti a simbolo del “Gran Bosco d’Italia”.

Sulla strada statale 107, dopo Camigliatello, un bivio indica la deviazione verso Lorica, piccolissima frazione di San Giovanni in Fiore, non oltre cinquanta abitanti d’inverno, circa cinquemila nel periodo estivo. Perla dell’altopiano silano, affacciata sul lago Arvo, Lorica, a differenza della più turistica Camigliatello, è una località in cui la natura è ancora predominante. In tanti, molti inglesi, negli anni ’90 hanno comprato una casa immersa nei boschi, con vista lago, in questo angolo di verde riflesso nell’acqua a millequattrocento metri d’altezza. E se vi capiterà di passare in Sila agli inizi dell’autunno, non meravigliatevi di trovare tante auto parcheggiate ai bordi della strada: gli appassionati dei funghi vanno, cesto al braccio, alla ricerca delle prelibatezze offerte dalla terra: porcini, rositi, prataioli, gallinacci.

Una minestra di verdure, patate “mpacchiuse” di produzione locale, funghi ad insalata, fritti, grigliati o cotti al vapore, e caciocavallo: ecco il menù dell’autunno silano. Ma questi luoghi sono ricchi anche di memorie storiche. Ed è inevitabile tornare a Nicola Misasi ed alle sue Cronache del brigantaggio, alle cui vicende l’altopiano silano è legato profondamente. Dietro la scelta di diventare briganti, o emigranti, c’erano la fame, la crisi agraria, i bassi salari, il desiderio profondo di diventare piccoli proprietari o di sfuggire alla leva obbligatoria piemontese. “Era quella, un tempo, la terra della libertà ove chi aveva vissuto per molti anni da servo andava a vivere per pochi giorni da signore, perocchè, come scrissi altrove, il vecchio adagio silano è questo: ‘Meglio un anno da toro che cento anni da bue’ ed in esso c’è tutta la Sila e ci è tutto il brigantaggio.

Per un anno, per pochi mesi, che importa? Temuto dagli uomini, amato dalle femmine, protetto dai ricchi, servito dai poveri, pasciuto di carni succulente, di vino generoso, vestito di velluto, armato di fucili damaschinati e di pugnali con l’elsa d’argento, sentendosi nella solitudine immensa e nei boschi profondi, dei quali sapeva ogni sentiero… assaporando la voluttà di sentirsi lupo, lui che per tanti anni era stato agnello. La voce potente del bosco chiamava il bandito…”. A leggere Misasi non stupisce che un paesino come Longobucco fosse meta privilegiata dei briganti.

Arrivare qui è complicato, la strada è impervia e difficoltosa, un cordone ombelicale di curve in un paesaggio di pinete, in una foresta vergine di pini larici. Che fine ha fatto il tempo qui? Il paese, visto dall’alto, è una composta macchia di tegole in una distesa verde a perdita d’occhio, tra valloni profondissimi e pianure di quota sorprendenti. Chissà da quanti secoli questo è un quadretto che non ha mai cambiato forma.

L’aria tersa consente di vedere una striscia di azzurro, non solo cielo. Lì c’è il mare, lo Jonio, a giustificare il perché questo versante montano sia detto della Sila Greca. Quando digrada, la vegetazione cambia e si passa ai castagni generosi in autunno e alle querce, fino ai cactus dei fichi d’india impiantati in un’antichissima terra rossa, quasi a livello del mare. Arrivavano da lì i greci, risalivano il fiume e venivano qui a far scorta di metalli e legname.

I pini larici sono altissimi, fino a 40 metri, perfettamente dritti e privi di fronde se non in cima. Ideali per costruire barche. Longobucco è terra di racconti, credenze, canti, proverbi. Si capisce anche come le tradizioni qui siano ancora intatte e preservate, seppure lo spopolamento di questi tempi conduca sempre di più all’inevitabile esaurirsi di certi antichi mestieri. Un giro in questo luogo è un viaggio attraverso l’arte della tessitura e i disegni della tradizione, l’amore incondizionato per la propria terra e la propria storia. La Sila è una costellazione di posti come questo.

Che ci si muova in quella Grande, in Sila Piccola o Greca, presepi di case arroccate appaiono alla vista del viaggiatore come pietre incastonate nella natura. Il tratto da Cosenza a Crotone attraversa Celico, Spezzano della Sila, Fago del Soldato – il Faggio del Soldato, un luogo boscoso dove si racconta che un soldato fu impiccato dai briganti ed il suo nome inciso con il sangue sul tronco di un faggio – serpeggiando tra le curve fino a San Giovanni ed assecondando in salita la metamorfosi del paesaggio. San Giovanni in Fiore è il paese delle bellissime donne in costume, il luogo da cui si vede il sottostante spumeggiante Neto e dove l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore, nella Divina Commedia il frate “di spirito profetico dotato”, riposa nell’Abbazia Florense del XII secolo.

Ci sarebbe molto ancora da dire sul gran bosco d’Italia. La vita qui oggi non è più quella di un secolo fa. Ma questo luogo porta nei solchi tracciati dai fiumi, in quelli sulle cortecce degli alberi, i segni di un carattere indelebile, un’essenza solenne come un postulato, che afferma che qui la vita si sviluppa sui ritmi della natura e sulle risorse che questa offre, tra penuria e abbondanza. C’è chi ha difeso questo stato di cose, morendo, e chi se n’è andato. Persone che avranno cambiato la propria vita, ma non il ricordo di questo luogo.
ITACA n.11