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Demetrio Battaglia
il menù “spietato” dei calabresi

News & Opinioni

L’on. Demetrio Battaglia guardando su SKY il programma televisivo di Alessandro Borghese che mette a confronto quattro ristoranti e sceglie il migliore, attraverso il voto dei ristoratori interessati oltre al voto aggiuntivo dello stesso presentatore, è rimasto fortemente perplesso dal comportamento dei concorrenti fra loro e, immaginiamo, sottilmente indignato, ne ha scritto a ZOOMsud.it, testata on line, per una seria riflessione su un certo diffuso costume tipicamente calabrese che spesso ciascuno di noi ha lamentato e di cui forse più o meno consapevolmente ciascuno di noi è stato, invece, in qualche occasione, protagonista.

Pensiamoci. Se rispondesse alla realtà il convincimento dell’on. Battaglia, e riportato ai livelli più grandi di responsabilità e gestione della vita regionale, nei suoi momenti istituzionali e non, forse spiegherebbe anche la lentezza, a volte esasperante, con cui si perviene a mediazioni del livello più insoddisfacente, perpetuando le situazioni di cui ci lamentiamo.

Demetrio Battaglia

La prima puntata è stata dedicata alla Calabria e lo svolgimento della trasmissione ha rappresentato plasticamente l’intera realtà Calabrese. Una realtà lacerata, il cui filo conduttore rimane quello del tutti contro tutti con in più la voglia rabbiosa di non riconoscere mai meriti altrui. Trova spazio tra i calabresi la decisa volontà di demonizzare sempre e comunque l’avversario facendolo diventare un nemico brutto, cattivo, incapace e deficiente.
Lo stesso Borghese, come intimorito da tanta sciagurata determinazione, è stato costretto ad evidenziarlo a fine trasmissione con grande imbarazzo sia in relazione ai voti dati dai ristoratori agli altri ristoratori sia, soprattutto, ai commenti  trasmessi dalla televisione. Né è stato difficile avvertire la eco dei giudizi sicuramente espressi, non utilizzati nel programma e finiti fuori onda. Ma l’aggettivo finale scelto da Borghese per definire il modo in cui i calabresi si sono confrontati tra loro è stato micidiale: “spietati”, s’è lasciato sfuggire.

E il modo di procedere dei nostri ristoratori in grandissima parte rispecchia l’agire e l’essere della società calabrese e riflette le sue intere classi dirigenti politiche, imprenditoriali, culturali, professionali. E’ questo uno dei nodi che condannano la Calabria all’immobilismo, alla marginalità, al sottosviluppo economico, sociale, culturale e politico. Perché gli altri e il resto del paese dovrebbe avere fiducia e stima dei calabresi se i calabresi per primi non ne nutrono alcuna per gli altri calabresi?

In Calabria, questo è un dato di fatto da cui partire per una maggiore comprensione della nostra situazione. Emerge, se si accantona la retorica, l’assenza complessiva di una cultura dell’integrazione. E’ inesistente la costruzione di reti tra soggetti che possono – o meglio, potrebbero – dare una spinta positiva e quando ciò si verifica è l’eccezione e non la regola. L’esasperato individualismo spinge ad un egoismo che pone barriere e divisioni che impediscono una sana osmosi di conoscenze ed esperienze e quindi di crescita complessiva. La presunzione che riecheggia più spesso in Calabria è: “Ma chi è quello? Non sa niente, non conta niente, non capisce niente…”

La trasmissione di Borghese mi ha fatto ricordare un episodio del 1982 (quasi trenta anni fa) che avevo interamente cancellato e rimosso. Ero studente a Messina e vivevo un’intensa vita universitaria anche politica e culturale. Un grande esponente politico, di rilievo in quell’epoca, volle conoscermi. Nell’incontro privato si sbilanciò con una riflessione sulla Calabria e i suoi abitanti. “I calabresi che vengono a trovarmi – mi disse – avvertono la necessità, prima di dirmi perché mi hanno cercato, di mettere in evidenza le loro qualità eccelse, sempre a loro dire incomprese e poco valorizzate. Poi mi descrivono le persone, con cui io o loro siamo in contatto, come imbecilli e corrotti da allontanare. E naturalmente offrono con cattiveria e cinismo la loro pronta disponibilità a sostituirli”.

Ancora oggi, in Calabria si vivono spesso con cattiveria i rapporti che non producono immediatamente un vantaggio. Si vive nell’isolamento individuale e con ferocia si lotta per affermare le proprie capacità azzerando le qualità degli altri senza troppo andare per il sottile.
Da qui l’impoverimento sempre più marcato di una società che avrebbe la necessità e l’urgenza di crescere insieme. Calabria e calabresi sembrano ignorare che solo con lo sviluppo complessivo, di tutti e aperto a tutti, s’innesca un meccanismo di crescita e opportunità per tutti.

Abbiamo bisogno di tantissimi ristoranti buoni perché la rete e l’offerta gastronomica ampia fa crescere la domanda di ristorazione.
Vale per la ristorazione ma anche, vorrei dire soprattutto, per tutti gli altri settori e le altre attività possibili e necessarie per la Calabria. Prima si capirà meno, noi calabresi, ci faremo male da soli.

Immagine di apertura: Ernest Barlach, scultura in bronzo, 1914

http://www.zoomsud.it/index.php/politica/98627-la-calabria-e-il-menu-spietato-dei-calabresi