Io, figlio di un emigrato tagliatore di canne

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Joe Cossari

Visitare il nord del Queensland per la gente del Victoria è sempre un’occasione per risparmiarsi un po’ dell’inverno in arrivo; per me invece riveste un significato molto particolare in quanto è lì che trascorsi la mia infanzia. Arrivai infatti a Sydney da Borgia (CZ) nel 1956 e dopo 18 mesi mio padre decise che ci saremmo trasferiti tra le piantagioni di canna da zucchero del North Queensland; giungemmo qualche settimana prima della stagione del taglio in una cittadina chiamata Cowley.

Vivere tra i campi di canna da zucchero e la foresta tropicale fu per me e miei  fratelli una stupenda avventura; per mia madre fu straziante: da sola in un posto sperduto nel nulla, con una lingua sconosciuta da imparare e lontana da casa, dalla famiglia, dagli amici di sempre. Per mio padre si trattò invece di un periodo di duro lavoro, tagliare le canne da zucchero non è per tutti e lui lo fece per ben dieci anni.

Tornare nei luoghi della mia infanzia è stato inebriante. Volevo rivedere la vecchia scuola e i paesaggi come Mourilyan e Moresby dove ho vissuto: i posti in cui imparai a giocare a tennis, a cricket, a nuotare, dove mi appassionai alla box vincendo pure qualche match. Nei miei ricordi ci sono purtroppo anche gli scherni subiti per le mie origini: decisi sin da subito di dire al mondo che ero italiano, senza timore di dar voce ai miei pensieri e lottare per i miei principi.

Il ritorno al passato non è mai un viaggio facile. Ricordo ad esempio quando allora arrivai a Moresby trovai una paesaggio vibrante mentre ora è un paese pressoché abbandonato; la scuola per fortuna è ancora lì e camminare sul selciato evoca in me lontani ricordi e tanti cari amici (Felix Costa, Peter Russo, Diane Sorbello, Anna Nucifora, Antonio Suraci) che non ho più rivisto.

A Mourilyan e Innisfail ritrovo invece la scuola cattolica e la chiesa in cui divenni il chierichetto ed imparai cosa significa essere un buon cristiano. Anche Innisfail è oggi una cittadina  dormiente che rimpiange i tempi d’oro e le migliaia di italiani che lavoravano nei campi di canna da zucchero; il vecchio splendore di queste zone è oramai un lontano tramonto.

Passeggiando per le strade vuote di queste cittadina in cerca del mio passato mi accorgo di come tutto sia cambiato. Qualcosa di familiare però c’è ancora: una vecchia scultura lungo la riva del fiume Johnstone rappresentante un tagliatore di canna da zucchero, con un coltello in una mano e delle canne nell’altra. Nel 1959 ero lì, presente all’inaugurazione del monumento. Oggi, oltre 50 anni dopo, chi rappresentava non c’è più, ma la memoria delle fatiche e dei sacrifici di quelle persone sopravvive proprio grazie a questa statua, a ricordarci del prezzo pagato dai nostri cari nei campi di canna da zucchero affinché anche noi potessimo un giorno chiamarci Australiani.

Inchino la testa in memoria dei gran lavoratori come mio padre e delle donne come mia madre che hanno con coraggio seguito i loro mariti. L’incisione ai piedi del monumento recita: “Ai pionieri dell’industria dello zucchero dono della comunità italiana del distretto di Innisfail nel centenario dello Stato del Queensland1859-1959”;  la scritta dice anche “Ubi bene ibi patria”.

Penso a coloro che ci vogliono negare il diritto di essere italiani: vergognatevi,  noi siamo italiani. Ce ne stiamo qui solitari come il tagliatore di canna da zucchero sul fiume Johnstone, e come lui il nostro sguardo mira lontano, alla nostra patria.
ITACA N. 10