Occhialì rapito dai turchi diventò Pascià

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Raffaele Cardamone

Quando si dice “il destino”! L’imprevedibilità del futuro che può rovesciare progetti e aspettative in cocente sconfitta ma anche in successo memorabile. L’esistenza di Occhialì, al secolo Gian Luigi Galeni, maturò tra questi due estremi. Ma la sua storia non è una novità dato che il suo luogo natio è la Calabria, una regione che ha visto partire tanti giovani, verso tutti i punti cardinali, in cerca di fortuna o semplicemente di quel pane negato dall’estrema povertà o da forze esterne che contro di essa, nel corso dei secoli, si sono puntualmente accanite.

Tra queste le scorrerie dei saraceni, che tormentavano le coste calabresi arrivando via mare e compiendo i più efferati delitti, contribuendo a impoverire ulteriormente questi territori e costringendo le popolazioni ad abbandonare le località rivierasche, più ricche e accoglienti, per rifugiarsi nelle aree interne dove erano spesso costrette a condurre una vita piena di disagi e privazioni. E proprio durante una di queste scorrerie, secondo gli storici risalente all’anno 1536, inizia la storia del nostro Occhialì, una storia mirabilmente narrata da due opere letterarie, che sembrano rincorrersi a distanza di un trentennio l’una dall’altra: il romanzo storico di Nino Gimigliano Occhialì historiae e il recente saggio di Enzo Ciconte Il grande ammiraglio, entrambe edite da Rubbettino.

Una storia, in fondo, di emigrazione che ci fa inevitabilmente pensare a quella prima grande ondata migratoria che da tutta l’Italia, ma in particolare dal Sud e naturalmente dalla Calabria, si riversò verso aree del pianeta ritenute più adatte a garantire migliori condizioni di vita. E su quei bastimenti che partivano dai porti di Napoli e Palermo, solcando faticosamente l’oceano fin dagli inizi del Novecento, c’erano anche tanti ragazzi calabresi costretti a lasciare, loro malgrado e con un grande carico di nostalgia, la propria terra.

Ma forse possiamo azzardare che non sia stata proprio questa la prima generazione di migranti. Che siano stati preceduti da altri calabresi ancora più sfortunati: tutti quelli che venivano rapiti dai pirati saraceni nel XVI secolo, una “emigrazione forzata” ricca di nefaste prospettive. Se si accetta questa tesi, allora uno dei primi giovani a emigrare dalla Calabria, e in questo caso non certo per scelta personale ma per pura costrizione, fu proprio Occhialì, un giovinetto, appena sedicenne, di Le Castella, il borgo marino di Isola di Capo Rizzuto. Una località celebre proprio per la sua fortezza, il castello aragonese costruito su un’isoletta vicinissima alla costa e completamente circondato dal mare, collegato alla terra solo da un’esile lingua di sabbia, che doveva servire proprio a contrastare gli sbarchi e i saccheggi a opera dei saraceni.

Ma non bastò quella fortezza a proteggere dalla furia dei pirati il borgo che, dopo una strenua quanto inutile resistenza della popolazione, dovette rassegnarsi a un’inevitabile capitolazione.

Fu così che lo stesso Occhialì fu rapito e fatto schiavo.

Ma Occhialì non era un ragazzo qualsiasi. Era piuttosto un antesignano di quella folta schiera di giovani calabresi che nel mondo portano, ancora oggi, saperi, abilità, creatività, idee che la loro terra forse non è capace di valorizzare abbastanza. Aveva capito fin da piccolo l’importanza dello studio e sapeva leggere e scrivere, competenze a quei tempi poco diffuse e che certamente costituivano un elemento di distinzione. Ma non si era limitato a questo, perché aveva anche appreso da suo padre il mestiere di marinaio, era capace di affrontare il mare, di interpretare i segni del cielo, del vento e delle onde, di leggere una rotta guardando il sole o le stelle, di capire se le nuvole erano portatrici di burrasca o di bonaccia.

Una volta schiavo, ci mise del tempo e i sacrifici non furono pochi ma dopo anni passati ai remi di un’imbarcazione turca, riuscì a far valere le sue capacità di marinaio, arrivando a comandare una nave che lo portò però a compiere quelle scorrerie nel bacino del Mediterraneo e anche sulle coste calabresi di cui lui stesso era stato vittima.

Ma il suo cursus honorum non si fermò qui perché sarebbe diventato perfino ammiraglio della flotta musulmana che partecipò alla battaglia navale di Lepanto, una delle più grandi e cruente della storia, che si concluse con la schiacciante vittoria dei cristiani. Ma Occhialì poté comunque trarne un vantaggio personale, perché riuscì a catturare la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta e a condurla a Costantinopoli, dove fu accolta come un trofeo che mitigava in qualche modo la cocente sconfitta.

Oggi di Occhialì potremmo dire che si integrò perfettamente nella cultura che lo aveva ospitato e che ne aveva percepito il valore. Divenne un turco a tutti gli effetti, vestiva come un turco, sposò una donna turca e divenne perfino musulmano o almeno lo dichiarò per avere salva la vita.

Ma è certo che, come i tanti calabresi o i loro discendenti sparsi per il mondo, non dimenticò mai la Calabria. Inoltre, come sembra, in punto di morte si raccomandò l’anima al Dio dei cristiani, restando comunque ancorato a quella cultura d’origine che in cuor suo non aveva evidentemente mai del tutto abbandonato.

E anche la Calabria, tra gli inevitabili alti e bassi, non ha mai dimenticato questo  personaggio che ben rappresenta il carattere dei suoi figli migliori, per la tenacia, la capacità di adattamento, la voglia di migliorarsi e di non rassegnarsi mai a un destino contrario. A dimostrarlo, proprio a Le Castella, c’è un busto bronzeo di Occhialì, presumibilmente realizzato dallo scultore Giuseppe Rito nel 1961, e collocato il 23 aprile 1989 in una piazzetta che porta il suo nome, proprio di fronte all’antico e famoso castello aragonese.

ITACA n. 46