Quando eravamo Paese di emigrazione

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Al Vittoriano di Roma inaugurato il Museo dell’Emigrazione. Il pubblico può ripercorrere, attraverso itinerari multimediali, la storia, spesso dimenticata, di un grande esodo, dal 1876 ad oggi

Deborah Di Rubbo

Qual è la regione italiana che ha dato il maggior contributo all’esodo migratorio verso altri Paesi? Se pensate al Meridione, sbagliate.

Nell’arco di tempo dal 1875 al 2005, dal Veneto sono partite 3.212.919 persone, dal Friuli 2.218.160, dalla Calabria 2.063.218. Soltanto dal secondo dopoguerra c’è stata un’inversione di tendenza per effetto dell’attrazione del Nord industrializzato.

Sono i dati che documenta il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI), realizzato dal Ministero degli Affari Esteri (con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali), recentemente inaugurato a Roma nel complesso monumentale del Vittoriano, a Piazza Venezia, da Giorgio Napolitano. “Oggi anche noi accogliamo gli immigrati” ha sottolineato il Presidente “e non dovremmo mai dimenticare di essere stati un Paese di emigrazione”. Chi vuole intendere, intenda…

La mostra resterà aperta fino 31 dicembre 2011, alla vigilia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e dei cento anni dall’inaugurazione del Vittoriano, simbolo della comunità degli italiani. Racconta l’esperienza dell’emigrazione dall’Unità ai giorni nostri attraverso un percorso multimediale, suddiviso in sezioni che presentano differenti tipologie di oggetti e documenti, spesso rari: quaderni di scuola, caschi da minatore, cantastorie, organetti, mandolini, giornali, fotografie, un puzzle che serviva per verificare la capacità mentale degli emigranti, fino al modellino di una delle prime navi transoceaniche, la Roma, sulla rotta per le Americhe.

Un percorso che rivela, nello stesso tempo, anche aspirazioni, aspettative, sofferenze di un popolo in fuga che si allontanava dalla patria con l’invocazione “San Giuseppe proteggimi”.

Secondo una prassi ormai comune ai più interessanti allestimenti museali, il visitatore ha la possibilità di interagire con tutti gli aspetti in mostra tramite video d’archivio, film, canti popolari, interviste ad emigrati di diverse regioni. Come nel Museo dell’emigrazione di Ellis Island a New York, uno speciale motore di ricerca consente di cercare i propri antenati nelle liste d’imbarco e di sbarco per l’America.

“Una storia d’Italia che ignori l’emigrazione è una storia incompleta”, ha detto il Ministro per gli Affari Esteri, Franco Frattini; e Sandro Bondi, Ministro per i Beni culturali: “La rilettura realizzata da questo Museo, è necessaria per affrontare il presente e preparare il futuro di una generazione di giovani italiani, che dell’emigrazione hanno solo sentito parlare”. Per Alfredo Mantica, Sottosegretario agli Esteri “questo Museo sarà un luogo della memoria, la casa degli italiani e un luogo che ricorda quanto sia stata difficile l’Unità d’Italia” e ha annunciato che a partire dal 2011, il proposito è di portare il Museo in giro per il mondo, nei luoghi dove è più forte l’emigrazione italiana”, ma anche di farlo diventare itinerante nelle regioni italiane, coordinandolo con i 54 musei dell’emigrazione locali che molto hanno contribuito, con il loro apporto, alla “costruzione” del Museo nazionale.

ITACA n. 8

Museo dell’emigrazione a rischio chiusura

La data di scadenza del Museo dell’Emigrazione Italiana (MEI) è il 31 dicembre.

È stato inaugurato a Roma due anni fa e – provvisoriamente – installato nel complesso monumentale del Vittoriano. Certo, è un po’ curioso che allestito un museo dopo due anni di vita sia messo in disarmo.

Il fatto è che il MEI è nato sull’onda delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia e la sua collocazione al Vittoriano fu nel segno dell’emergenza. Ma il fatto più singolare è che la struttura è nata con uno stanziamento “una tantum” di un milione di euro, che ne ha consentito la realizzazione e il funzionamento a fine 2011.

In “zona Cesarini”, l’on. Franco Narducci, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, ha presentato una proposta di legge che garantisca, senza sbarramenti temporali, l’organizzazione e il funzionamento del museo.

Da decenni ormai i Paesi a forte connotazione migratoria – Brasile, Australia, Stati Uniti – hanno i musei dell’immigrazione quali strumenti d’informazione e sensibilizzazione, capaci di mettere in relazione passato e presente.

L’Italia che in 150 anni ha conosciuto un fenomeno migratorio di oltre 29 milioni di cittadini, non ha un luogo della memoria, quasi voglia dimenticare una parte importante della sua storia. La ragione, poco nobile, è che, come in molti sostengono, l’Italia abbia vissuto con senso di vergogna l’esodo inarrestabile della parte più povera e debole della sua popolazione. Allora, “stabilizzare il Museo”, sostiene Narducci, “significa fare memoria della storia del nostro Paese”. Il che non significa fossilizzare in alcune, benché suggestive, immagini o filmati di repertorio un’avventura considerata finita.

“Significa dotarsi di uno strumento che aiuti oggi a vivere positivamente le nuove sfide che le migrazioni continuano a riproporre. Si tratta – scrive Narducci nelle motivazioni della sua proposta di legge – di un’opportunità, soprattutto per i giovani, di un luogo in cui passato, presente e futuro sono legati insieme da quel filo vitale rappresentato dalla memoria che non è mai solo ‘ricordo nostalgico dei tempi andati’, ma sentirsi a casa anche tra persone di origine e di esperienze diverse”.

ITACA n. 15