Marina

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Ispirato alla vita del famoso musicista Rocco Granata, sullo sfondo della discriminazione degli immigrati italiani in Belgio negli anni ’50, la storia di un bambino che lotta con un padre conservatore per conquistare un sogno: la musica. Ce ne parla il regista.

Stijn Coninx

Ho conosciuto Rocco Granata durante le riprese di un film dove interpretava il ruolo di un prigioniero. Questa breve, ma intensa conoscenza fece una profonda impressione sia su di me che su Rocco. La ricchezza della sua vita è difficile da catturare. La storia universale di un immigrato, il contesto storico dopo la seconda guerra mondiale, i minatori immigrati alla ricerca di un futuro migliore e un ragazzo italiano che ama la musica più di ogni altra cosa. La sua lotta per riuscire a suonare e il successo della canzone che l’ha reso famoso a livello mondiale, “Marina”… Non vedo Marina solo come un ritratto fedele della vita di questo interessantissimo artista. In primo luogo è piuttosto la storia universale su temi come l’integrazione, i conflitti familiari, l’amore e le passioni che danno un senso alla nostra vita. Punto centrale della storia è il rapporto di amore-odio, padre-figlio.

Salvatore è il classico esempio del vero uomo del sud, dalla tempra d’acciaio, attaccato in modo viscerale alla propria famiglia e alla propria terra. Rimane così legato alla sua Italia che, una volta trasferitosi in Belgio, anche dopo molti anni non imparerà mai a parlare il fiammingo, quasi fosse un tradimento nei confronti della sua identità. Ma facendo ciò non si scrollerà mai di dosso la veste d’immigrato italiano in terra straniera. Quando il figlio Rocco era piccolo e osservava il padre lavorare come fabbro, pensava che sarebbe voluto diventare proprio come lui: grande, forte, coraggioso, leale. Ed è vero, Salvatore è tutte queste cose. Solo che le delusioni, la frustrazione di non essere all’altezza delle aspettative della famiglia, la fame, la lontananza dalla sua terra natia, lo segnano nel profondo. Sarà proprio il suo grande amore per Rocco, la paura che lui commetta i suoi stessi errori e che possa sentire il suo stesso senso d’inadeguatezza, a renderlo cieco di fronte al talento del figlio. Non vuole che Rocco perda il suo tempo prezioso per qualcosa d’inutile come la musica. Salvatore è convinto di agire per il bene del figlio, ma con quest’atteggiamento da padre-padrone finirà solo per allontanarlo sempre di più. Il contrasto tra questo padre e questo figlio è molto simile a quello che abbiamo visto in Billy Elliot. L’amore di un padre è così grande da diventare egoismo. È così forte la convinzione di fare la cosa giusta, da non permettergli di rendersi conto che così facendo impedisce al figlio di vivere la vita secondo le sue aspirazioni. Il film racconta proprio questo: la storia della lotta per la conquista della propria identità, dei propri sogni, seguendo solo le proprie passioni e il proprio cuore… Dal soleggiato sud d’Italia fino ad una grigia miniera nel freddo Belgio. È per questo che anche se l’intera storia è ambientata nel 1950, sarà una storia universale e senza tempo.

 

ITACA n. 21