Quando emigrarono anche i santi

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 All’inizio del Novecento quando i nostri nonni partirono chiesero di avere con sè oltre Oceano, una immaginetta della statua venerata nella chiesa che lasciavano. Nacquero così i “santini”, stampati spesso ad un solo colore. Pregarono in bianco e nero, ma ci hanno dato la grande consapevolezza di una precisa identità e del valore dell’appartenenza 

Andrea Gualtieri 

Il mare era lì, a due passi dalla casa in cui erano nati e da quella in cui erano andati a vivere una volta sposati, incastonato nella costa stupenda e frastagliata del Vibonese.

A Briatico sembrava quasi che non lo guardassero più, che lo dessero per scontato.

Ma nelle Americhe il mare calabrese diventava un sogno per chi aveva dovuto lasciare la propria terra. Sognavano il mare e la gente del paese. E anche le case e la piazza con la chiesa e persino i santi patroni, che avevano i lineamenti proprio come nelle statue davanti alle quali tutti erano stati accompagnati a recitare le preghiere fin da bambini. Molti emigranti erano tornati ancora una volta a inginocchiarsi prima di partire in cerca di fortuna e quelle immagini di san Nicola e della Vergine Immacolata se l’erano scolpite in mente per invocarle una volta lontani.

Il 10 gennaio 1911 da Briatico partì una lettera. Era destinata «agli egregi briaticesi che dimorano nelle Americhe e ai loro collegionarii» ed era firmata dal “comitato” promotore della festa patronale «di carattere centennale» in onore dell’Immacolata: era la gente del paese che voleva coinvolgere chi aveva varcato l’oceano. «Benché siamo da lontano – c’era scritto – pur viviamo memore di Voi, della vostra cittadinanza, della vera fede, che noi tutti ereditammo dai padri nostri e a tutti ci distingue per cittadini e devoti».

E insieme al testo, gli emigranti di Briatico trovarono nella busta quella Vergine Immacolata che aveva accompagnato i loro anni in patria. Era stampata su un mazzo di immaginette inviate, scriveva il comitato, «per dispensarle ai nostri compaesani che dimorano costà, ed ai vostri Collegionarii».

Demetrio Guzzardi la racconta così la genesi di una raccolta che, un secolo dopo quella lettera agli egregi briaticesi, lo ha portato a comporre con i santini un percorso tra storia, arte e pietà popolare. «Gli emigrati, portando con sé la devozione della loro terra, hanno inconsapevolmente fatto un’opera di inculturazione della fede» spiega l’editore cosentino, che da sempre è appassionato collezionista di immaginette e nel corso degli anni ha imparato ad apprezzare quelle più povere: «Su di esse – dice – è conservata la storia della fede calabrese, perché i nostri nonni pregavano “in bianco e nero”».

E così, negli oltre ventimila esemplari raccolti nella sua collezione, Guzzardi ha bandito

i “canivet”, gli esemplari con il bordo merlettato che arrivano a costare quattrocento euro, e si è messo sulle tracce delle stampe locali, quelle che raffigurano i santi dei paesi calabresi e che venivano riprodotte in economia, senza l’uso del colore e in poche copie, quante bastavano per i fedeli del posto che in tasca volevano il “loro” santo. Perché, come spiega padre Maffeo Pretto, scalabriniano e studioso di pietà popolare, «l’immagine è già una presenza personale del santo e qualsiasi cambiamento dell’immagine suscita reazioni profonde e viene rifiutato come dissacrazione, come un tradimento di un amore».

È per questo che i patroni hanno varcato l’oceano. Non solo da Briatico: san Cataldo, ad esempio, è diventato familiare a Buenos Aires dopo che gli emigranti di Cariati hanno guidato in processione ogni anno un gonfalone su cui era riprodotta l’immagine del santino che avevano portato in valigia. E proprio con la valigia di cartone di un emigrante inizia la mostra “Santi, santità e santini di Calabria”, nella quale Guzzardi ha esposto la sua raccolta, corredandola con un catalogo di 144 pagine.

Un percorso tra storia, arte e pietà popolare 

Ai più devoti non mancavano mai in tasca san Francesco di Paola, il Sacro Cuore di Gesù o la Vergine Maria, «soprattutto nell’immagine in cui porta in mano il Carmelo» spiega Demetrio Guzzardi, commentando la varietà di figure che affiorano dalla sua collezione di santini. Nei cento pannelli della sua mostra ha predisposto un’intera sezione dedicata ai titoli e ai luoghi mariani in Calabria, a partire dai santuari che sono centocinquanta.

Un settore riguarda invece le reliquie conservate nelle chiese calabresi, i corpi santi, le immagini achiropite e i fatti prodigiosi accaduti nella regione. Ma oltre alla mappa della devozione tra il Pollino e lo Stretto e alla panoramica su chi dalla Calabria è stato elevato alla gloria degli altari e sugli otto che dal Bruzio sono saliti al soglio di Pietro, tra i pannelli non mancano le curiosità. Come i “segni della comunione pasquale”: venivano distribuiti a chi si accostava all’eucarestia almeno una volta l’anno. «Nello Stato Pontificio dovevano essere presentati per le testimonianze giurate nei tribunali».

E a volte nei santini sconfinava anche la politica. Dietro a un’immagine, dove in genere si trovano preghiere o inni, nel 1946 fu stampato un riferimento al referendum e alle elezioni: “Il Sacro Cuore di Gesù ti ispiri nel dare il voto il 2 giugno”.