Una ricetta per la Calabria?

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“Renderla competitiva senza guardare al passato”. È questa l’indicazione di Francesco Rubino, giovane chirurgo, innovatore a livello mondiale nella cura del diabete e dell’obesità. Inutile parlare di “fuga dei cervelli”, afferma, occorre invece creare le condizioni per rendere appetibile, non solo per i calabresi, stare e operare in Calabria

Matteo Minasi

“Forse il sistema sanitario migliore sta in mezzo all’Atlantico…”, scherza Francesco Rubino, riflettendo nel suo ufficio all’ospedale Presbyterian Cornell di New York – dove da quattro anni dirige un’unità di chirurgia metabolica – sulle differenze tra il sistema sanitario italiano e quello statunitense. Tra i vantaggi del sistema italiano c’è sicuramente quello di considerare la salute come un diritto, al contrario che negli Stati Uniti, “un investimento nelle mani del singolo”. D’altra parte però, gli Stati Uniti possono contare su “un sistema meno ingessato”, che incoraggia gli sforzi dei professionisti nella consapevolezza che il loro lavoro troverà meritato riconoscimento in termini di carriera, ma anche con la certezza di aver reso un servizio all’intera comunità. Senza dubbio, il dott. Rubino ha saputo cogliere le opportunità offerte dal sistema americano tali da poter coltivare al meglio le proprie intuizioni e il lavoro di ricerca.

Rubino, 41 anni, nato e cresciuto a Cosenza, si laurea in Medicina alla Cattolica, a Roma, e durante il primo anno di specializzazione in chirurgia trascorre un periodo di studio alla Cleveland Clinic, in Ohio, e successivamente all’ospedale Mount Sinai di New York. Poi completa la formazione a Strasburgo dove rimane a lavorare per sette anni.

Proprio durante gli studi al Mount Sinai, nel 1999, Rubino è incuriosito dalla risposta dei pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica, che si effettua per la diminuzione del peso: “Per quarant’anni tutta la chirurgia dell’obesità si è basata sull’idea che l’intestino non fosse molto di più di un condotto.

“Ma mi colpì come, per i pazienti affetti anche da diabete, questa malattia dopo l’intervento spesso scompariva e anche abbastanza rapidamente. E ricollegai questa osservazione al fatto che, e qui gli studi italiani mi hanno aiutato, nell’intestino ci sono cellule che producono ormoni, e guarda caso alcuni di questi sono coinvolti nella secrezione dell’insulina”. Da qui è partita la ricerca per la messa a punto di tecniche chirurgiche volte al trattamento del diabete, ottenendo Rubino riconoscimenti prestigiosi dalla comunità scientifica, compreso quello della International Diabetes Federation. Ormai è accettata la nozione che “l’intestino è un organo endocrino che potrebbe diventare disfunzionale e contribuire, se non causare, malattie come obesità e diabete”.

Il lavoro da fare è ancora lungo e si snoda, spiega Rubino, su due fronti. Da un lato, negli Stati Uniti solo l’1% dei potenziali pazienti beneficiari si sottopone all’intervento (e le percentuali sono ancora più basse in Europa) a causa della percezione diffusa dell’obesità non come di una malattia, ma di una condizione dovuta a un “comportamento colpevole” di chi ne è affetto.

Dall’altro lato, la ricerca di Rubino e del suo team si sta concentrando sempre di più sull’aspetto farmacologico, in modo tale da mettere a punto terapie sempre meno invasive. Rubino, che affianca all’attività chirurgica e di ricerca, anche quella d’insegnamento alla Cornell University, sente ancora moltissimo il legame con le proprie origini: “Frequento molto la Calabria, anche se non necessariamente fisicamente, sentendo spesso genitori, parenti e amici…, la comunicazione è costante”, così come sono ben presenti nei suoi pensieri le condizioni della regione e i suoi problemi.

E di certo non c’è spazio per alcuna indulgenza nella sua analisi: “Scherzo spesso con i miei amici che lamentano che c’è troppo terreno da recuperare, che non ce la faremo mai… e io rispondo: dimentica ciò che è stato, parti da una nuova idea di Calabria, a quel punto non devi recuperare niente, saranno gli altri a non avere quello che tenti di mettere in piedi.

“Spesso si parla di rientro dei cervelli, di calabresi in giro per il mondo che possano tornare a dare una mano alla regione. Ma questo, a mio parere, significa porre il problema in modo sbagliato, nel senso che bisogna, invece, puntare a rendere competitiva la Calabria. A quel punto tornerebbero non solo i calabresi dall’estero, ma arriverebbero persone da altre regioni e paesi. Di certo in molti sarebbero contenti di poter tornare: ma quello dovrebbe essere l’effetto di un sistema virtuoso che promuove le opportunità”.

E nonostante la vita lo abbia reso cosmopolita, e le maggiori soddisfazioni professionali siano arrivate in contesti esteri, Rubino desidera costruirsi un futuro in Italia. “La mia ragazza è californiana, ed è molto a contatto con la cultura italiana, soprattutto per via della sua professione, è cantante lirica. L’idea di tornare in Italia la coltiviamo entrambi.

Purtroppo, sia per me che per lei, si tratterà sempre di opportunità lavorative… quindi un giorno sarebbe bellissimo poter combinare di vivere in un Paese unico come l’Italia con il fatto di sentirsi utile con la propria professione”.

Se un giorno dovesse tornare in Italia, Rubino non ha esitazioni, vorrà stabilirsi proprio in Calabria. Guardando le immagini della brochure, che gli ho portato, della mostra fotografica Geografia dell’anima / “La Calabria di Leonida Répaci”, non riesce a fare a meno di esclamare: “Meglio della California!”.

ITACA n. 13