Vivere con nostalgia tra due patrie lontane

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“Ritornare e ripartire, spinto sempre da una nostalgia incolmabile e perenne”. 

Frank Lattari 

Raccontando la mia storia d’emigrante, spero di poter testimoniare, almeno in parte, cosa vuol dire sentirsi divisi tra l’amore per la propria Patria e il Paese che ti ha accolto e offerto la possibilità di una vita migliore.

Noi calabresi ci lasciamo guidare dal cuore. Geneticamente siamo nostalgici, sensibili, tradizionalisti, affettuosi. Amiamo la nostra terra, le nostre radici, le nostre tradizioni e questi sentimenti d’amore diventano ancora più forti in chi è lontano. Con la mente e con il cuore riviviamo sempre il tempo trascorso in giovane età nella casa che ci ha visto nascere.

“Non importa che l’abbiamo demolita, l’emigrante sempre abita nella casa dove è nato!”

Siamo Calabresi che abbiamo intrapreso la via dell’emigrazione cercando la nostra strada nel mondo, ma sempre ricordando la nostra Calabria. Siamo calabresi soprattutto quando non ci vergogniamo della nostra terra e l’esaltiamo per i suoi aspetti migliori, il mare e la buona cucina, il sole caldo anche d’inverno, per l’ospitalità della gente e per tutte le bellezze che la rendono una terra splendida!!! Orgogliosi d’essere calabresi.

Ero in classe nel Collegium Minimorum del Santuario di Paola, quando ho sentito per la prima volta pronunciare la parola “emigrante” con riferimento al viaggio di San Francesco per la Francia. Il nostro Taumaturgo non riuscì a trattenere le lacrime, quando, arrivato sul Pollino, diede un ultimo sguardo alla sua amata Calabria. Non sapevo, allora, che anche io avrei lasciato il mio paese.

Sono partito, infatti, negli anni ’50 da Paola, dove sono nato, all’età di 17 anni, diretto negli Stati Uniti, precisamente nella città di Cincinnati, Ohio. Nel momento stesso in cui iniziò il mio viaggio sull’oceano, già pensavo a come sarebbe stato bello ritornare a Paola.

In America, presto mi accorsi che ero un estraneo. Tutti, anche i figli degli italiani, mi snobbavano. Mi guardavano come un “emigrante italiano”. Ho trascorso dieci anni lavorando e studiando. Lavoravo di notte per poter frequentare i corsi di studio durante il giorno. Sono stati anni lunghi, difficili e di solitudine. Solo dopo, quando ebbi successo in campo professionale come ingegnere elettronico, cominciai ad avere una grande quantità di “amici”.

Nel 1974 fui trasferito in Brasile, con l’incarico d’aprire a Rio de Janeiro una succursale della Compagnia americana per la quale lavoravo.  Non appena arrivato a Rio, ho cercato la chiesa di San Francesco di Paola, dove ho incontrato i Frati Minimi e ho avuto l’opportunità di svolgere un grande lavoro umanitario nel Centro Sociale ‘P. Giuliano Accardo’ annesso alla Chiesa di San Francesco di Paola, ubicata nel quartiere Barra de Tijuca a Rio de  Janeiro.

La nostalgia mi ha spinto a rientrare nella mia Calabria dove, però, riaffiora una nuova nostalgia. Mi mancano i luoghi dove sono vissuto per tanti anni, la terra d’adozione che considero una seconda Patria, e nel mio caso sono il Brasile e gli Stati Uniti. Sono stato sempre un emigrante e sempre lo sarò. Ora, la mia vita trascorre tra dolci arrivi e amare partenze. Ritornare e ripartire, spinto sempre da una nostalgia incolmabile e perenne.

Confesso di sentire un pó d’invidia per i miei corregionali che non sono mai partiti, che possono vivere dove sono nati e per i quali l’amore per la loro terra, per il proprio paese, è un sentimento scontato, quasi superfluo. Noi che siamo emigrati in lidi lontani, forse, siamo gli ultimi romantici, gli ultimi patrioti… i veri Meridionali d’antica stirpe, perchè nei nostri pensieri, che corrono con noi su e giù per latitudini e longitudini d’altre realtà, non manca mai un immenso amore per la nostra Terra Calabra.

Nel 2004 ho ricevuto in Calabria il “Premio Calabria America” voluto dal maestro Mimmo Morogallo, presidente del Centro d’Arte e Cultura Bruzio di Gioia Tauro per costruire quel “Ponte” ideale tra la Calabria e i calabresi nel mondo sempre cercato da chi è lontano.

Ricevere un riconoscimento nella mia terra ha avuto per me un grande significato perchè oltre a darmi grande onore, ha lenito in qualche modo le tante sofferenze vissute nella condizione d’emigrante. Alla cerimonia di premiazione erano presenti i miei parenti e il Sindaco di Paola, l’avv. Roberto Perrotta, e questo mi ha ancora di più emozionato e fatto sentire d’essere finalmente “a casa” e, almeno per un momento non più emigrante.
ITACA n. 2