Una vita nel pallone
(avventure e disavventure di un cronista d’eccezione)

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Emanuele Giacoia

Un amarcord di momenti lieti, divertenti o curiosi, intriganti, anche patetici perché no, hanno costellato davvero al grido di un bel “di tutto di più” i miei lunghi anni trascorsi nella grande azienda Rai. Quarant’anni di ricordi che si affollano in mente, quarant’anni di interviste, servizi, documentari, collegamenti radiotelevisivi, che mi hanno dato spesso gratificazioni professionali e anche consensi e popolarità.
Ma al di là del Tg3 regionale della Calabria, e ancora più per quanto ho prodotto per i servizi nazionali (oso dire, forse buoni), è lo sport che mi ha dato, giornalisticamente parlando, la notorietà. Anni di Tutto il calcio minuto per minuto, e ancora di 90esimo minuto del grande Paolo Valenti, più tanto altro per lo sport, non soltanto dunque per il pallone (sicuramente egemone su tutti), ti portano gioco forza in Italia sulla ribalta più che per altri campi d’informazione. Senza contare poi gli incontri, le conoscenze, le amicizie con tanti grandi colleghi, con cui ho lavorato spesso fianco a fianco. Sandro Ciotti per esempio, straordinario affabulatore, quanto scorbutico e ironico. “Stranamente” gli ero molto simpatico, forse perché, come lui, fumavo a ripetizione le profumatissime sigarette americane senza filtro come le Pall Mall o, da lui preferite, le Chesterfield, da cui la sua celebre voce roca.
Non era tenero con nessuno Sandro. Ricordo che una volta ero sul campo del Catanzaro, quello dei tempi gloriosi della serie A, e – come si dice – in “cuffia” per Catanzaro-Lazio. Ciotti chiese nel corso della trasmissione la linea ad Ameri, che non gliela concesse impegnato com’era nel descrivere una fase della sua partita che si svolgeva sul campo principale. Il tecnico di postazione di Ciotti dimenticò di chiudere il microfono (come era d’obbligo) e lui, ignorando il fatto, mandò al diavolo con espressioni non ripetibili il grande collega. Naturalmente fu ascoltato da tutte le radioline dei milioni di appassionati. Apriti cielo, con tutte le polemiche che ne seguirono per un episodio davvero imbarazzante. Devo dire che nell’ambiente si sapeva che non occorreva buon sangue tra i due (due galli nello stesso pollaio).
Fui inviato nel 1972 a Bruxelles per la finale della Coppa dei Campioni (allora la Champions si chiamava così) tra Ajax e Inter (quest’ultima perse malamente, come molti ricorderanno ancora) con Ameri che curava la radiocronaca, Ciotti in tribuna stampa per le interviste agli esperti e io negli spogliatoi per le interviste ai giocatori nella sosta tra primo e secondo tempo. Ebbene, pensate che per raggiungere la capitale belga Ciotti prese un altro aereo, mentre io volai con Ameri, e nei giorni che trascorremmo lì non fu mai con noi a tavola! A questo proposito ho una chicca.
Enrico Ameri quando veniva a Catanzaro per quel turno campo principale, dal mattino fino a dopo la partita non toccava cibo, ascetico fino al fischio finale, poi si rifaceva abbondantemente a cena. Gli piacevano, per la cronaca, gli spaghetti al nero di seppia, che con lui mangiavamo al ristorante di “Mimmo”, a Catanzaro Lido, dove si recavano tutti i giornalisti, inviati al “Ceravolo”, dal nome del compianto presidente giallorosso, quello che portò per la prima volta una squadra calabrese in serie A. Che ricordo piacevole. Come quelli degli innumerevoli incontri con personaggi famosi dello sport italiano e del calcio di allora. Avevo, tra gli altri, una particolare simpatia per Nereo Rocco, l’allenatore del grande Milan, dove brillava, anche in campo internazionale, Gianni Rivera, “l’abatino”, come lo definì la penna magistrale di Gianni Brera. Era al termine una volta di Catanzaro-Milan, la trasmissione finita da poco ed ero sceso negli spogliatoi, ma il Milan era già sul pullman! Addio interviste, pensai. Così corsi dietro al mezzo e chiamai Rocco, lui con grande cortesia scese e si prestò alla mie domande per Tutto il calcio, che credo sia ancora la trasmissione radiofonica più longeva della Rai.
Allo stadio ero sempre ogni domenica che i calabresi, in serie A, giocavano in casa. Nelle altre occasioni ero inviato a Verona, Firenze, Roma, Avellino, Napoli, Bari, Foggia, Catania o Messina (quando questa squadra era in serie A, fu il campo del mio debutto).
Una domenica a Foggia, che giocava col Napoli, in tribuna mi resi conto che avevo lasciato a casa il mio cronometro e naturalmente per seguire una partita “minuto per minuto” non era certamente il massimo. Mi prestò il suo orologio-cronometro Enzo Foglianese, un collega della sede Rai di Bari. Ma per quanto riguarda Foggia fui protagonista, inconsapevole, di questo strano e increscioso episodio: vado al lavoro nel pomeriggio e come sempre, prima di salire in redazione, mi fermo per un caffè al bar di fronte alla storica sede Rai di via Montesanto, a Cosenza. Entrai e il titolare, mia vecchia conoscenza, mi guarda a bocca aperta, quasi stralunato, come si può guardare un fantasma. La radio accesa a tutto volume, e lui che seguiva le partite.
«Ma lei è qui e non a Foggia?», mi fa. E io rispondo: «Se sono qui, evidentemente non sono a Foggia». Lui ribatte: «Ma se la sta chiamando Bortoluzzi!». Bortoluzzi era il conduttore, allora, di Tutto il calcio minuto per minuto. Spiegazione: in sede, come sempre, era arrivata la convocazione in segreteria per la mia trasferta a Foggia, per un Foggia-Bologna se ricordo bene, ma semplicemente si erano dimenticati di avvertirmi! L’elenco degli episodi e di tanti momenti, strani, interessanti e soprattutto gratificanti della mia carriera non finisce certamente qui, come diceva il mio grande amico Corrado presentando la sua Corrida. Con il permesso dell’amico direttore, vi rimando, amici lettori, alla prossima puntata.

ITACA n. 28