A region veduta

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Il “come eravamo” dell’eccezionale album fotografico, pazientemente e instancabilmente messo insieme da Antonio Panzarella, per così dire “archeologo delle immagini” del nostro passato, ha trovato spazio nella programmazione televisiva in quella irripetibile stagione che fu Raitre in Calabria, negli anni ottanta

Antonio Minasi
È stata una stagione “magica” quella della Terza Rete RAI – come allora si chiamava – in Calabria. Nella prima metà degli anni Ottanta divenne protagonista sugli schermi televisivi regionali la realtà calabrese, quella del presente, ma anche occasione preziosa da cogliere, quella del passato. Un “come eravamo” non facilmente e semplicemente romantico, ma la necessità di ricomporre un quadro di riferimento che il fluire dell’immagine televisiva per quanto effimera nel suo momento di proposizione, diventava deposito di memoria per il futuro. Bisogno di raccogliere e conservare tracce di vita che altrimenti rischiavano di andare disperse e che invece il mezzo televisivo avrebbe consentito di raccogliere in un deposito duraturo.

Una prospettiva che maturò e si consolidò anche nell’incontro con Antonio Panzarella che, in più occasioni, venne a propormi – ero responsabile della programmazione regionale della RAI – la realizzazione di trasmissioni dedicate ai fotografi della prima metà del ’900 della cui produzione era entrato in possesso, non soltanto delle fotografie ma, in molti casi, dell’armamentario relativo: lastre, macchine fotografiche, apparati di ripresa… Il campionario speciale di un collezionista “rapace”.

Fu così che andarono in onda, in rete regionale e talvolta in replica nazionale, sotto la testata di A region veduta, programmi che mostrarono una Calabria d’antan, ma sicuramente non estranea al nostro presente, perché di quel tempo passato portiamo sicuramente, consapevolmente o meno, tracce nella nostra realtà personale e comunitaria.

Immagini fisse, grazie alle possibilità del mezzo di ripresa di indagarle in dettaglio, hanno acquistato nuova vita, supportate anche dalle informazioni di commento della colonna sonora.

Delle tante, tantissime immagini di quell’album televisivo, un particolare, personale, ricordo, è per quelle di Giuseppe Palmieri (1886-1934), prete di Dasà, che documentò tutte le espressioni di vita della sua comunità – matrimoni, lavoro dei campi, gruppi familiari, nascite, morti, borghesi e contadini – con un “taglio” che sembra anticipatore di successivi e più “moderni” approcci di lettura della realtà. Don Palmieri in tanti scatti riesce a cogliere e restituire anche momenti emozionanti come quello dello sposo accanto alla moglie morta o dei giovani sposi che accennano una timida stretta di mano.

Sono immagini che in larga parte ritroviamo in Mostra e che fa sintesi di una stagione storica e di un collezionista “testardo” che mai si è arreso nel suo impegno di ricerca.

ITACA n. 28