Calabria delusa

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Il viaggio di Fanfani in Calabria nel 1961, anno del centenario dell’Unità d’Italia, nei racconti dei giornalisti che erano al seguito. Gaetano Greco-Naccarato li raccolse in un volume, ancora da leggere e meditare mentre ci accingiamo a celebrare i 150 anni dell’Unità

Nel 1961, Amintore Fanfani, Presidente del Consiglio, venne in Calabria. Fu un viaggio memorabile perchè percorse la regione in lungo e largo, seguito da uno stuolo di giornalisti, fra i più autorevoli di allora, che diedero conto fedelmente dell’insostenibile realtà che si presentava ai loro occhi e a quelli del presidente.
A viaggio concluso, l’ing. Gaetano Greco-Naccarato, gentiluomo originario di Castrovillari, saldamente radicato a Milano ma non immemore della sua terra, si prese la briga di raccogliere pazientemente, in un collage ragionato, quanto di più significativo i giornali italiani avevano scritto.
Il volume col titolo Calabria oggi (Rizzoli) fu indirizzato, con una lunga e un pò scanzonata lettera-prefazione, a Indro Montanelli, già allora autorevole e temuto “principe” del giornalismo italiano, che non mancava di condurre una pungente battaglia contro certo costume meridionale. I due erano amici fraterni e alla morte di Greco-Naccarato, Montanelli ne scrisse con trattenuta commozione, ricordando fra l’altro, come l’amico gli avesse salvato la vita durante la Resistenza.
Di quel prezioso volume, ormai introvabile, e che riscosse grande attenzione ed apprezzamento, vogliamo proporre alcuni passaggi, certamente non in grado di restituire la ricchezza e l’emozione di un reportage collettivo che nonostante sia trascorso mezzo secolo meriterebbe una rilettura per capire cosa è effettivamente cambiato nel tormentato cammino della Calabria.

«Nel silenzio che si è fatto intorno al presidente, – annota Sandro Brugnolini nel prudentissimo Il Popolo – il maestro elementare Docimo, sindaco di Rose, ha rivolto a Fanfani parole ferme, prive di retorica eppure efficacissime perché piene di dignità. Quando egli ha affermanto: “qui il domani è senza speranza: persino i nostri morti non trovano sepoltura da quando il cimitero sta crollando”, la folla ha chinato il capo con rassegnazione».

Il coro è unanime: «Ovunque i contadini invocano lavoro; i sindaci reclamano l’acqua, la luce, le fognature, scuole, cimiteri. Non è apparsa soltanto la miseria, è apparsa la disperazione: s’è visto che c’è da noi, una regione ai limiti estremi della sopportazione, che non tollera più vecchi metodi, e per la quale gli ottimismi ufficiali appaiono offensivi». Chi scrive queste parole è una giornalista serio tra i più quotati della capitale: Michele Tito.
A Cassano Jonio nell’ultimo anno «il sindaco ‘Parlachiaro’ – scrive  Il GIorno – ha firmato duemila passaporti». Cassano Jonio ha circa 18.000 abitanti. Da Castrovillari a Morano – «spettro di una città che muore», scrive Alberto Consiglio – a Paola, Bovalino, Papasidero, Nicastro, Mormanno, Cosenza, Belvedere ecc., è una impressionate «fuga delle genti» che lascia in chi resta amarezze acute che poi trovano sfogo e conforto nel partito comunista.
Puoi così spiegarti il perché ed il come nelle ultime elezioni «la D.C. ha perduto 110.000 voti mentre i socialcomunisti hanno conquistato altri 29 comuni togliendone 9 alla D.C.».
Alla fine del viaggio, scrive ancora Michele Tito, «ai calabresi in attesa di provvedere al necessario, Fanfani ha lanciato un invito a pazientare, per l’ultima volta: “Pazientate ancora, ma ad una sola condizione, alla condizione di vedere il dito messo nella piaga secolare, di vedere iniziata l’impostazione radicale del problema calabrese. Le piaghe sono più profonde e più vaste di quanto non credessimo”. Così vaste, profonde, antiche, così gravi per la salute stessa del paese intero, che il  presidente del consiglio ha raccomandato ai giornalisti di dire la verità, di essere spietati, di gridare con tutte le loro forze all’opinione pubblica che nell’estremo lembo della penisola tuttto è in pericolo e che deve ormai essere accolto l’appello “ultimo e disperato” dei calabresi.
Quando il sindaco democristiano di Nicastro, d’accordo con l’opposizione socialcomunista, dice a Fanfani che quella poverissima economia locale non può più pagare l’energia elettrica ad una tariffa più alta di quella di Milano e l’acqua a 25 lire il metro cubo, denuncia una relatà che non regge più, comunque la si giri e la si rivolti.
Tutto il litorale Jonico nella zona che da Caulonia porta a Reggio, ha un aspetto fisico semplicemente disastroso. Forse tale visione diede a Giustino Fortunato l’immagine per definire la Calabria «uno sfaciume pendulo sul mare». Ricorderai le alluvioni del 1953. L’Italia allora si commosse e nessuno protestò quando venne approvata nel 1955 la Legge speciale per la Calabria che doveva appunto servire, in dodici anni, a guarire almeno in parte i malanni sorgenti dalla situazione idro-geologica della regione con una spesa di circa 205 miliardi di lire, aumentati in questi giorni a 255 miliardi. Tale legge significò un’addizionale del 5% sull’imposta di R.M. a carico di tutti gli italiani, per la durata di 12 anni e con un gettito complessivo prevedibile in circa 600 miliardi di lire a favore dello Stato.
Seguimi ora un po’ nelle date: la sciagura risale al 1953; la legge venne approvata nel 1955. Ebbene, sai cos’è stato speso sino ad oggi per tale titolo in Calabria? 31 miliardi di lire secondo alcuni, 48 secondo altri.
I calabresi – che, come dice Italo Pietra, «hanno innato il senso del giusto e dell’ingiusto» – in presenza di una tale realtà a loro arcinota si indignano e hanno ragione.
Il ministro Pastore, invitato dallo stesso presidente Fanfani a dire la sua a Reggio Calabria, ha, osservato che la Legge approvata nel 1955 divenne operante solo nel 1957 perché della Calabria mancavano persino le carte geografiche e geofisiche. È evidente che all’on. Pastore non si può imputare tale specifica carenza. Tuttavia non si può nemmeno impedire di osservare, non senza amarezza, che uno Stato che non dispone, indipendentemente dalle alluvioni, dai maremoti e dai terremoti, delle carte geografiche e geofisiche del proprio territorio non può certo definirsi – quanto meno – uno Stato con le carte in regola.
L’Italia è continuamente bombardata dai miliardi, migliaia di miliardi, che la Cassa del Mezzogiorno eroga nel Sud. È vero. La Cassa del Mezzogiorno impiega centinaia di miliardi nel Sud; ma, sai cos’ha denunciato in parlamento l’ex ministro on. Cortese, liberale, lo scorso febbraio? Eccoti le testuali parole: «La riduzione delle spese per il Mezzogiorno nei bilanci dei ministeri rappresenta una cifra che supera la dotazione annuale della Cassa».
In parole semplici, mio caro Indro, questo vuol dire che lo Stato erogava nel Sud, prima dell’avvento della Cassa, una cifra pari, tanto per far un numero, a 1000 miliardi. Istituì poi la Cassa per il Mezzogiorno per aggiungere ai mille, altri cento miliardi l’anno destinati ad opere «straordinarie». Senonché, cammin facendo, alla chetichella, i vari ministeri ridussero, un pò alla volta, i famosi 1000 miliardi di spesa ordinaria sino a portarli a 900. E allora, hanno torto i «terroni» quando dicono d’essere stati gabbati ancora una volta nel corso degli ultimi dieci anni?
Non posso esimermi, avviandomi alla fine di questa lettera, di aver l’onestà di dire due parole sulla carenza di certa classe dirigente della Calabria. Essa è afflitta dai malanni ricorrenti nella storia del Mezzogiorno: lotte intestine (ovunque ci sono Guelfi e Ghibellini); miserie locali; il vivere alla giornata; l’assenza di una visione organica dei mali e delle medicine (non si chiede un piano generale per le fognature, gli acquedotti, gli ospedali: si chiede quella fognatura, quell’acquedotto e così via di seguito); infine, il credere che ogni ente dello Stato che agisce nella regione sia un ospizio di ricovero per gente «da sistemare».

Quel colore della pazienza
Un’idea della Calabria, del panorama naturale e umano che il viaggio di Fanfani stava per rivelarci, l’avevamo subito la prima sera. Eravamo partiti da Scalea in un velo di pioggia che instristiva le bandierine di carta alle finestre e dava risalto ai vestiti neri degli impiegati e delle contadine, dei preti e dei carabinieri, dei benestanti e dei poveri, il nero dei calabresi, stinto dal sole e dalla polvere, quel colore della pazienza, della dignità offesa, che si ritrova dappertutto, nelle marine e nelle campagne.
Giorgio Vecchietti – Epoca

L’ingiustizia, il sopruso
Aveva ragione Corrado Alvaro. Sono pochi i paesi d’Italia che abbiano conosciuto meglio della Calabria l’ingiustizia, il sopruso, la violenza: eppure, forse per ciò, questa regione tiene al sommo del suo carattere il senso del diritto e del torto, e l’attitudine a giudicare, distinguere, spartire giusto e ingiusto.
Italo Pietra – Il Giorno

 

ITACA n.9