Dal “tremuoto” al terremoto racconto di una rinascita

97
Dopo vent’anni di studi e di ricerche, Augusto Placanica, storico insigne, scrisse, nel 1985, un « romanzo », a tratti fantasioso, sulla catastrofe calabrese del 1783. Fra testimonianze, episodi e microstorie emerge imprevedibile un’ambigua positività dell’evento sismico, un vero e proprio terremoto culturale
 

Elio Girlanda

Le continue scosse che hanno colpito recentemente il nostro Paese hanno impaurito la popolazione italiana. Non è la prima volta che ciò accade in un territorio ad alto rischio sismico come il nostro. Eppure, nel corso della storia moderna, altre volte il terremoto, pur dalle conseguenze devastanti, si è trasformato in una vera risorsa per la scienza, per l’economia locale, per l’agricoltura come per il turismo. È questo l’intrigante e “polimorfo” fenomeno ricostruito anni fa dall’insigne storico calabrese Augusto Placanica (1932-2002), specialista di storia della Calabria, ne Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento (Einaudi, Torino 1985). Rievocando i forti “tremuoti” che colpirono la Calabria e la Sicilia a fine Settecento, lo storico ricostruisce con dovizia di documenti gli effetti positivi in vari ambiti economici e culturali.”

Dopo il grande terremoto di Lisbona del 1755 ci fu, appunto, quello reggino-messinese del 5 febbraio 1783 di cui, in Calabria, la Certosa di Serra in rovina resta muta testimonianza. Oltre 40.000 morti (quasi metà della popolazione in alcune zone), sciami sismici per più di tre anni dalla prima, forti sconvolgimenti sociali, economici, politici, religiosi, filosofici. In tutta la Calabria Ulteriore, circa 400 tra paesi e villaggi, rimasero illesi solo i centri di Cotronei, Isola e Scandale. Quasi la metà dei centri abitati della Calabria Ulteriore fu rasa al suolo.

Ecco una delle descrizioni dell’epoca di Deodato de Dolomieu (lo scienziato che scoprì le Dolomiti): “La scossa terribile durò due minuti; e questo breve spazio di tempo bastò a rovesciar tutto e per distruggere tutto […]. Si sentirono nel tempo stesso delle successioni, delle ondulazioni per tutti i versi, de’ bilanciamenti e delle specie di moti vorticosi e veementissimi. Onde niuno edificio poté resistere alla complicazione di tutti questi movimenti. I paesi e tutte le case di campagna furono smantellati nel medesimo istante. I fondamenti parvero come vomitati dalla terra che li rinchiudeva”.

Placanica mette in luce la novità con un taglio narrativo da romanzo a suspense e con una ricca serie di testimonianze di viaggiatori, esperti, scienziati, poeti, religiosi, storici e semplici testimoni stranieri, ovvero i “filosofi” come amavano definirsi e come li cita lo stesso Placanica. Compresi i tantissimi locali di varie professioni ma compresa la gente “incolta e rude”, interessati a indagare il sisma in tutti gli aspetti senza pregiudizi: dai segni premonitori ai fenomeni tellurici, fino agli stati d’animo. Accanto al racconto variegato di episodi, microstorie o fantasie sull’evento (montagne che si spostano, villaggi che scompaiono, sopravvissuti a lungo sotto le macerie, maremoti, strane scomparse e riapparizioni), il libro testimonia l’eccezionale risveglio sociale, economico e culturale provocato dal “tremuoto”.

L’Autore sottolinea come un terremoto di quelle proporzioni non poteva che rappresentare “la fine del mondo” (da intendersi anche come apocalissi culturale, nel senso dato da Ernesto de Martino): “Esso non solo uccide l’esistenza biologica, ma rompe i cardini della natura, spezza l’asse della terra, risospinge la società e la storia all’indietro”.

Al contempo, dopo la catastrofe riprende inevitabilmente la vita, sotto forma di “rinascita”: “L’economia e la giustizia, l’ordine sociale e l’immaginazione, la memoria e il presagio, Dio e il Male, tutto risorge, ma tutto viene messo in discussione”.

Così, la venuta nel profondo Sud, prima, durante e dopo, di viaggiatori da tutta Europa portò alla “scoperta” e alla diffusione delle bellezze del Sud d’Italia e della Calabria, regione per secoli pressoché sconosciuta se non per le vestigia greche. Sud e Calabria cominciarono a essere oggetto di studio per le loro condizioni di vita, le miserie e gli abusi di una società con fortissimi caratteri feudali. Quindi nell’Età dei Lumi s’innescò un dibattito che mise fine alla credenza del “flagello divino”. Al concetto si sostituì gradualmente o, meglio, si affiancò quello di catastrofe, vocabolo nuovo in accezione moderna, fino ad allora usato solo in ambito teatrale, dove s’indicava il momento in cui la trama si concludeva, si tiravano i fili della vicenda.

Grazie alla rete di corrispondenze e di testimonianze nacque anche quella riflessione scientifica sul rischio che perdura fino ai giorni nostri. Il dibattito progredì intorno alla ricerca delle cause del terremoto e alle iniziative da prendere, strutturali e sociali, a seguito di esso. L’indagine sulle cause si sviluppò con due grandi gruppi di studiosi in contrasto: i “fuochisti” che ritenevano che tutto fosse conseguente a fenomeni vulcanici sotterranei o a reazioni chimiche delle rocce (Hamilton, Grimaldi, Dolomieu…) e gli “elettricisti”, per i quali a determinare i terremoti fu una possente scarica elettrica o sotterranea o atmosferica (De Filippis, de Colaci, Zupo, Gandolfi…).

Altre ricerche interessanti furono quelle psicologiche sui comportamenti dell’uomo. Molti pensarono che il terremoto avesse fatto regredire l’uomo a una condizione primordiale, pre-culturale e pre-morale, in cui l’assillo riguarda i problemi della sopravvivenza. In tal modo si sarebbero scatenate le pulsioni più elementari. Placanica nota che comunque la paura si trasformò in una forma duratura ed endemica di sbigottimento generale, causato anche dalla straordinaria durata dei fenomeni tellurici e dal senso d’impotenza di fronte a essi (all’origine del fatalismo a volte rimproverato ai calabresi?).

Fu poi notata una sorta d’improvvisa liberazione dei costumi sessuali, come se lo sconvolgimento avesse riportato gli animi e i corpi oltre le convenzioni sociali. Chiarisce sempre Placanica: “Ci fu un’inedita crescita della libido degli umani sull’onda di una generale ripresa della natura che divenne più ubertosa e feconda (fiori, frutta, animali, odori, sapori…), accanto alla scoperta di nuove rocce e di strati del terreno. In realtà, sulla base di documenti e dati statistici, lo storico fa notare come quelle pulsioni sessuali si tradussero in un incremento dei matrimoni nel quadro di una necessaria rigenerazione delle comunità.

Placanica documenta poi come la Chiesa e la religione ebbero un ruolo fondamentale nella ricostruzione delle coscienze dopo il nulla della catastrofe. Posto che il terremoto nella Bibbia è rappresentato come un’espressione della vendetta divina, era necessario ricostruire un ordine violato nell’ambito del sacro. Furono recuperate tra le macerie le sacre immagini, s’instaurarono tutti i riti di riconciliazione come processioni penitenziali e confessioni pubbliche innanzitutto. Dopo il terremoto del 1783 conclude Placanica: Due tendenze andarono delineandosi: da una parte la convinzione di poter finalmente conquistare e possedere la verità (la causa oscura dei terremoti, i meccanismi di reazione nelle cose e negli uomini, i processi di formazione della società); dall’altra, invece, la convinzione dell’ineluttabilità e inconoscibilità delle catastrofi – probabile strumento, anzi, dell’ira divina – e della fatale infelicità dell’uomo, orgoglioso e meschino facitore di idee e d’oggetti destinati a rapida fine. […] Una lettura dei nostri autori spinge a raggruppare i prosatori (li abbiamo chiamati filosofi, condiscendendo al loro desiderio) nella categoria dei fidenti, e i poeti e gli artisti in quella degli apocalittici”.

Bisogna considerare, sottolinea Placanica, che, “in quel tardo Settecento, il terremoto venne pur sempre a sconvolgere la fede nella ragione. Ma la sostanza è che l’uomo, per quanta fede possa avere nella ragione, di fronte all’imponderabile assoluto, ben simboleggiato dalla catastrofe delle catastrofi ovvero il terremoto, resta irretito in tale incognita suprema: Soltanto il mito, la fantasia, la speranza, il sentimento possono mediare tra due incongruenze supreme, tra oggetto e soggetto, termini di un’indissolubile aporia: da una parte il terremoto sconosciuto e dissolutore e, dall’altra, l’ottimismo della razionalità e della perfettibilità”. Certo, le condizioni idrogeologiche del territorio, quelle economiche e socio-culturali dell’epoca erano molto diverse dalle attuali, ma le parole conclusive del libro, tra speranza e rinascita che la popolazione e le istituzioni manifestarono, possono valere ancor oggi per tutti.
ITACA n. 34