Sulle ceneri di Lea

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RAI 1 ha trasmesso in prima serata, registrando oltre quattro milioni di ascolti, il film sulla drammatica vicenda di Lea Garofalo, calabrese di Petilia Policastro, in fuga dal suo paese assieme alla figlia Denise, dopo aver denunciato padre e marito dei loro misfatti di mafia. Lea fu uccisa in un agguato a Milano, organizzato dal marito e da suoi complici, finiti tutti all’ergastolo. Il suo corpo fu bruciato e fatto a pezzi. 

Annarosa Macrì
Chissà se era la Denise vera, da Petilia Policastro, anni 24, figlia di Cosco Carlo, condannato all’ergastolo per averle ucciso la madre, Garofalo Lea, colpevole di averlo tradito, come compagno e come uomo d’onore, chissà se era lei, davanti alla televisione a guardare Lea, una storia terribile e senza lieto fine, raccontata da Marco Tullio Giordana, che pareva un film e invece era la sua vita vera, o era l’altra Denise, davanti al teleschermo, quella che per colpa della mafia ha perso tutto, il padre, la madre, il suo paese, il suo dialetto, la sua identità. Tutto, meno che i ricordi.

Denise vive adesso, sotto un altro nome, dentro l’alveo tiepido di Libera. Chi la conosce la descrive forte, determinata, combattiva. Non è stata spettatrice dolente della sua tragedia familiare, ma tragica protagonista, anche lei. Perché anche lei, come la madre, si e innamorata di un ragazzo sbagliato, uno che ha aiutato suo padre a uccidere Lea, anche se poi ha avuto il coraggio di parlare, e anche lei, come sua madre, ha denunciato suo padre: “È lui, e lui l’assassino”. Orfana due volte, Denise. Della madre, fatta a pezzi e bruciata e sepolta in un campo in Brianza e del padre, sepolto anche lui, dentro un carcere, fine pena mai.

Le due Denise, la Denise sommersa e senza scampo, anima nera in mezzo alle anime nere e la Denise salvata, quella che ha seppellito i suoi morti e il suo destino, ha parlato e si è liberata, sono le due Calabrie che convivono in una sola e che a fatica cercano dentro le loro viscere gli anticorpi di quel male storico che si chiama ‘ndrangheta. Lo Stato contro l’antistato. La criminalità contro la legalità. La famiglia contro il familismo. L’omerta contro la parola.

Ecco, la parola. La parola che denuncia, che svela, che inchioda. La parola “prigioniera”, dice Antonia Pozzi di quella delle donne, che, quando rompe le catene, è così potente da smuovere le montagne e cambiare il corso del destino maledetto. Non si sceglie in quale casa nascere, e in quale faida, e in quale paese e Lea non l’aveva scelto di nascere e crescere e diventare una donna bellissima in mezzo ai criminali. Non si sceglie di quale uomo innamorarsi, e se già dentro una Calabria così, è facile che t’innamori dell’uomo sbagliato, e che ci fai anche una figlia. La chiami Denise, questa figlia, perché t’illudi che con un nome che non c’entra niente con quello delle nonne e delle zie, almeno per lei, il mondo possa ricominciare da un’altra parte e declinare un altro vocabolario e un’altra storia. T’illudi. Perché poi va a finire che la legge dei padri è ineluttabile, e allora ti ribelli.

E parli. La mafia parla con i bazooka e i proiettili, le lupare e il tritolo. Con le parole, no, fanno parte di un altro codice. Se poi le dici ai poliziotti, queste parole, e attraverso le parole scrivi condanne all’ergastolo, diventi un’infame, una vittima designata, e sulla tua storia ci hai messo una croce. Parlano tra loro e camminano a braccetto, complici e allegre, Lea e sua figlia Denise, in una sera che Milano è piena di nebbia, riprese da una telecamera di sorveglianza, in corso Sempione. Belle, normali, contemporanee. La mamma ha trentasei anni e la figlia diciassette. Sembra la vita vera, e invece è già un film, perché, vedendo quei pochi fotogrammi, Marco Tullio Giordana, ha deciso di fare Lea. Perché è una sera qualunque, quella, è la sera in cui Lea, da lì a qualche ora, sara giustiziata. E non sono due donne qualunque, quelle due donne. Sono due naufraghe. Hanno girato l’Italia, cambiato non so quante città, quante case, quante vite, per sfuggire all’odio della “famiglia” tradita, e, adesso, tradite loro dallo Stato, che le ha lasciate sole, togliendole dal programma di protezione che si da a chi collabora con la giustizia, camminano a braccetto verso la tragedia.

“La bastarda” va punita. Sarà suo marito, il padre di sua figlia a strangolarla, insieme a un commando di sei complici perché sembra una donnina fragile, Lea, ma è un uragano. Il lavoro sporco, poi, lo racconta uno di loro: “La mattina dopo il corpo viene portato in un magazzino vicino Monza. Rovesciamo il cadavere in un fusto di quelli che si usano per la benzina e gli diamo fuoco. Spuntavano solo le scarpe, Il cadavere bruciava lentamente, per accelerare la distruzione spaccavamo le ossa con un badile”. Non è la mafia dei boschi, e non è l’Aspromonte. È la ‘ndrangheta che inonda Milano di cocaina. Non è due secoli fa. È il 2009.

Le donne come Lea e come Denise (suo padre confessera di aver pensato di uccidere anche lei) fanno paura alla mafia, più dei poliziotti, più dei giudici. Perché sono ribelli e incontrollabili. Rispondono ai sentimenti, loro. S’innamorano, sognano un‘altra vita, e qualche volta ci provano, a liberarsi di mariti violenti o che, semplicemente, non amano più. Insomma, sono pazze. Come Maria Concetta Cacciola, che prova a tirarsi fuori dalla sua famiglia criminale.

Parla, accusa, racconta. Le danno il programma di protezione, ma i tre figli restano a Rosarno, e lei per loro torna a casa, “in famiglia”. Non regge alle pressioni, ai ricatti, alle torture psicologiche e si suicida, o la suicidano, bevendo sorsate disperate di acido muriatico. Come Giuseppina Pesce. Anche lei è di Rosarno, anche lei ha denunciato i crimini della sua famiglia. È ancora viva, ma straziata negli affetti, isolata, additata come matta. Come Simona Napoli, di Melicucco, a cui il padre e la madre hanno ammazzato Simone, il ragazzo di cui si era innamorata e col quale sperava di evadere da un matrimonio infelice: i panni sporchi si lavano in famiglia e l’omertà poi copre tutto. I figli, per queste donne, possono essere ancore di salvezza, o la spinta per immaginare un altro futuro possibile, ma possono essere ancore di perdizione, perché sono sottoposti alle logiche perverse delle “famiglie”, e qualche volta diventano i più acerrimi nemici delle “madri coraggio”. Il cammino dell’affrancamento dalla mafia “dall’interno”, dal suo ventre, è lungo, difficile e faticoso. Anche Gioacchino Criaco, nel Saltozoppo, dice che le donne, con il dono del racconto e della parola, possono cambiare la storia delle criminalità e dunque del Sud.

Ma non tutte, né fuori né dentro la mafia, rinunciano al potere malvagio delle regole. Spesso sono incontrollabili rivoluzionarie, ma spesso, nella casa, nella famiglia, nella società, sono tetragone custodi e conservatrici della peggiore tradizione. Non a caso da Reggio parte un controverso movimento d’opinione a favore della sospensione della patria potestà ai figli dei mafiosi: accanto a un padre indegno di fare il padre, c’è quasi sempre una madre che, nel silenzio, lo affianca. Il coraggio, come dice, se uno non ce l’ha non puo darselo. E neanche “madri coraggio” si diventa solo perché si è donne. Il cammino è lungo, anche se alcune donne, al prezzo amaro della loro vita l’hanno gia tracciato. Come Lea, la donna che non c’era al suo funerale. Non c’era, ma il suo spettro si aggira per la Calabria e vuole giustizia, più vivo e reale del suo corpo massacrato e ridotto in cenere. Vive, sempre, come l’ombra di Banquo. “V’è stato un tempo che quando il cervello era schizzato fuori della testa, l’uomo moriva, ed era finita: ma ora i morti, dice Macbeth, risuscitano anche con venti ferite mortali nella testa, e ci cacciano dai nostri scanni”. Potenza di un film. Potenza di Lea, di Marco Tullio Giordana.
ITACA n. 31