Paesaggio, Identità perduta

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Domenico Minuto

Mi capita di parlare, con diverse persone, dell’impressione che ho avuto visitando, recentemente, il paesaggio di Padania e dintorni. Compiendo più volte in treno o in auto i percorsi da Bologna a Verona e poi a Brescia e a Milano, e ancora da Brescia a Padova e poi a Venezia, con soste lungo questi itinerari, ho ammirato la tradizionale compostezza architettonica dei centri minori.

Tutte le case in armonia tra loro e con il paesaggio e in prevalenza coperte di tegole dal caratteristico colore giallo-bruno dei tetti antichi. Tutte le cascine conservate intatte, rispettate nella loro modesta semplicità, senza ristrutturazioni artificiose o comunque evidenti, circondate dalla natura senza il disturbo di nuove costruzioni attorno.

Siccome ciò accade in una delle zone più industrializzate d’Italia, non si tratta evidentemente di una antropizzazione retrograda. Da noi succede il contrario: dunque, retrogradi siamo noi. Spesso i nuovi edifici in Calabria (salvo eccezioni, come nel territorio dell’Eparchia di Lungro) non tengono conto né dell’ambiente circostante, né di accordi con costruzioni vicine e nemmeno del significato del loro linguaggio murario (mi sembra troppo dire architettonico).

Gli esempi che potrei citare sono innumerevoli: mi limito a pochi accenni e vicino casa nostra. Mentre a Reggio, il CEDIR ha piacevolmente immerso nella natura la sua architettura, tanto che nei suoi spazi, quando sono liberi, ci giocano i bambini, questo non può accadere con il Palazzo della Regione, che è senza linguaggio, né accadrà con il terrificante ferro da stiro del Palazzo di Giustizia, davanti al quale si potrebbero collocare gli stupidi mostri della Via Marina. Piazza Orange ospitava platani e chioschetti in legno: chi ha viaggiato sa che somigliava piacevolmente ad un angolo di Monastiraki, un caratteristico quartiere di Atene. Hanno tolto i chioschetti e tutti gli alberi, tranne uno, per favorire uno strato di cemento e una fontana, credo di acque reflue.

I centri abitati dei colli attorno a Reggio non conoscono il significato del loro paesaggio né hanno idea della loro identità. Questo succede a Mosorrofa, a Pavigliana, ad Armo, a San Salvatore, a Terreti (dove uno ha costruito un parallelepipedo bianco che tira pugni a tutti), a San Giovanni di Sambatello, eccetera. Perché tanta rovina? Il motivo fondamentale, a mio parere, è l’ignoranza e l’assenza di ogni gusto. Ma convergono tanti altri motivi, come il desiderio di risparmiare sui progetti, adottando quelli pensati per altri ambienti, oppure elaborandoli al tavolino senza verifica sul teritorio.

C’è anche la magniloquenza arrogante, che invece di accarezzare il paesaggio, si fa quasi un vanto di disprezzarlo, gesticolando all’aria per essere appariscente, e quanto più si ferisce l’occhio altrui, tanto più si crede di essere potenti. È il caratteristico stile coloniale, che purtroppo si addice a noi, perché siamo colonizzati e felici di servire. È anche lo stile mafioso: tanto è vero che essere mafiosi significa essere servi nell’animo, anche se spadroneggianti nel corpo. Se è innegabile che la natura ci ha donato risorse naturali da permettere una frequenza turistica per dodici mesi l’anno, è purtroppo vero che la maggioranza dei calabresi, e quasi tutti quelli che costruiscono edifici, non hanno idea delle esigenze del turismo culturale, non avendolo mai praticato.