Sulle rotte della Terra Promessa

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Vincenzo Gentile, per studi e formazione culturale, indaga il fenomeno dell’emigrazione. Mettendo da parte tentazioni letterarie, sceglie di raccontare con rigore, soprattutto le storie, il vissuto, di tantissimi suoi concittadini, partiti da San Giovanni in Fiore e che assieme a numerosi italiani hanno perso la vita nelle grandi sciagure di Marcinelle, Mattmark, soprattutto Monongah.

Giuseppe Marino
Un secolo e mezzo di dolorosa emigrazione: partenze, di – stacchi, rabbia, sofferenza, sogni, speranze, disillusioni, successi, ma anche fallimenti nel tentativo di migliorare la propria esistenza, le condizioni di vita dei braccianti, dei contadini e delle loro famiglie, uomini e donne che se ne “andavano sognando”, come scrive Eugenio Marino nel suo saggio sull’emigrazione nella canzone popolare e d’autore riprendendo un verso di Luigi Tenco: è questa “la Calabria strappata” ricostruita e descritta dallo storico Vincenzo Gentile di San Giovanni in Fiore, il paese diventato il tragico emblema dell’esodo di milioni di calabresi sparsi per il mondo, nel suo saggio edito da LibrAre che, con felicissima scelta del titolo, fotografa questo lacerante strappo. La Calabria strappata, con sottotitolo esplicativo L’emigrazione transoceanica dal sogno americano all’incubo di Monongagh, descrive con tre sole parole, sinteticamente, il dramma di questa terra e della diaspora meridionale. Probabilmente non c’è famiglia calabrese che non abbia conosciuto questo dramma, che non ne subisca ancora le conseguenze, che non ricordi con tristezza una partenza, un amaro distacco di un familiare che partiva per “l’altro mondo”, un mondo lontanissimo, sconosciuto, dal quale ci divideva un oceano infinito e dal quale spesso non si faceva più ritorno. Ricordo da bambino le partenze per l’America o per l’Australia vissute dai parenti come un evento luttuoso, la veglia dell’ultima notte prima della partenza per stare assieme all’emigrante, secondo per secondo, i vicini che vegliavano anch’essi come si faceva per i morti e che ogni tanto portavano vassoi con caffè, latte, qualche biscotto per ristorare quella povera gente.

Poi all’alba, con l’arrivo della sgangherata corriera, il grido di dolore delle mogli, delle madri, dei figli che non volevano separarsi dal congiunto, mentre l’autista, impietosamente, chiedeva di affrettare i tempi. Scene strazianti, sensazioni che ho rivissuto leggendo il testo di Gentile che pure non è un romanzo e non indulge ai sentimenti o al dolore, ma documenta efficacemente e “spietatamente” il fenomeno.

La Calabria strappata è uno di quei libri che ogni calabrese, ogni meridionale dovrebbe assolutamente leggere per conoscere le sofferenze, le umiliazioni, i soprusi inferti alle popolazioni del Sud d’Italia; il sudore, le lacrime, il sangue versato da milioni di nostri connazionali e corregionali per migliorare le loro condizioni di vita e per cercare di assicurare ai figli un’esistenza migliore, anche a costo di abbandonare per sempre la terra nella quale erano nati e vissuti e spesso anche gli affetti più cari ed emigrare in mondi lontani, sconosciuti e ostili dove dovettero sopportare nuove umiliazioni, nuovi soprusi, nuova dura, pericolosa fatica, riconvertirsi, spesso, da contadini in minatori.

Particolarmente interessanti le pagine dedicate alla spaventosa tragedia di Monongah, la tristemente famosa cittadina del West Virginia perennemente velata da una coltre di fumo proveniente da un cumulo di scarti della lavorazione di carbone che ardeva notte e giorno, nella quale il 6 dicembre del 1907 si verificò una delle più spaventose sciagure minerarie della storia che provocò la morte di diverse centinaia di minatori, moltissimi dei quali emigrati dall’Italia meridionale e tra questi 43 dalla sola San Giovanni in Fiore. A San Giovanni in Fiore esiste ancora un modo di dire che sta a significare: “Non preoccuparti, non vado mica in un luogo di non ritorno”: Para ca vaiu a Mironga?.

E da questo labile indizio è partito Gentile, come un abile segugio, tenace e appassionato, per ricostruire nei dettagli, quell’immane tragedia che rimossa dalla memoria perfino dai parenti dei caduti, è oggi conosciuta e studiata. La Calabria strappata, comunque, ricostruisce tutta la storia dell’emigrazione sangiovannese e, di conseguenza, anche quella del Meridione e delle stesse regioni del nord, dalle quali il flusso migratorio, contrariamente a quanto poi avvenne al Sud, era iniziato ben prima dell’Unità d’Italia e che, viceversa, dopo l’Unità subì un consistente rallentamento, mentre milioni di meridionali iniziarono a loro volta a solcare l’oceano.

Monongah non fu la sola a inghiottire italiani emigrati, di Sangiovannesi; altri persero la vita in altre spaventose tragedie come quelle di Mattmark, di Marcinelle e in altri funesti incidenti nei luoghi di lavoro di tutto il mondo. Nel libro, molto documentato e costellato di note di riferimento che ci rimandano ad altri classici dell’emigrazione, sono ricostruite anche le disumane condizioni di vita a bordo delle carrette del mare, alcune delle quali erano state utilizzate già al tempo della tratta degli schiavi, le epidemie di colera che spesso scoppiavano a bordo e che decimavano “la merce” stipata sottocoperta, in ambienti luridi, maleodoranti, carenti di areazione, con i poveri emigranti costretti a viaggiare in situazioni di promiscuità, a dormire vestiti e a sopportare disagi infiniti.

Gentile ricostruisce infine molte tragedie scoppiate a bordo di questi piroscafi come quella del Carlo Raggio (epidemia di colera che provocò la morte di alcuni sangiovannesi), quella del naufragio dell’Utopia, la nave inglese della compagnia Anchor Line nelle acque di Gibilterra del 17 marzo 1891 che provocò la morte di circa 600 emigranti, quasi tutti meridionali o quella della Sirio del 1906 che costò la vita a oltre 500 persone. Purtroppo poco sembra essere cambiato a distanza di più di un secolo se anche oggi, nel Mediterraneo, davanti casa nostra, si verificano le stesse tragedie, con le stesse modalità che colpiscono ancora poveri disperati come poveri disperati erano i nostri nonni che cercavano la fortuna attraversando l’Atlantico.

Ed è incredibile che c’è ancora oggi c’è chi si spinge a proporre di cannoneggiare queste carrette della morte o innalzare muri e sbarramenti come a voler fermare l’oceano con una diga di cartone. Altra caratteristica che fa del saggio di Gentile un libro prezioso è l’imponente corredo fotografico, che documenta, con dovizia di particolari, fatti, personaggi, luoghi di partenza e luoghi di approdo della diaspora, la precarietà del viaggio, il lavoro quotidiano, il dolore, il sacrificio, ma anche le piccole gioie, i momenti di socializzazione, quasi un secondo libro per sole immagini che si affianca e si compenetra con quello scritto.
ITACA n.34