Il Cavalier Matthia

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Una vita avventurosa e travagliata quella di Mattia Preti, dalla natìa Taverna fino a Malta dove concluse i suoi giorni.

Agostino Bagnato ne ha raccontato la vicenda umana ed artistica in un “romanzo biografico” che restituisce anche la complessità di un secolo, il Seicento, ricco di contraddizioni 

Lucrezia Rubini*

”Io che sono nato nelle Calabrie, non ho mai dimenticato… Qualche volta approdava nel porto una vela calabrese. Mi precipitavo a chiedere il pane della Sila, le cipolle di Tropea, il vino di Nicastro, la frutta di Cotrone”. Sono le parole messe in bocca a Mattia Preti (1613-1699), durante la sua segregazione maltese, da Agostino Bagnato, storico e saggista, pure lui di origine calabrese, ma stabile a Roma da moltissimi anni, che in un volume di ben 500 pagine, ripercorre la vicenda umana e artistica del “Cavalier calabrese”. Insomma, sapori, odori, atmosfere, ricordi, sensazioni, di una diaspora che per molti versi accomuna lo scrittore al personaggio narrato, restituitoci con grande vivezza di contorni e di colori, attraverso una certosina ricerca sulle più attendibili fonti storiche.

Calabria e calabresi costituiscono un fil rouge che accompagna sempre il protagonista e l’orgoglio di appartenere a quella terra traspare dalla lettera al fratello Gregorio: “Bisogna ricordare che noi calabresi siamo rozzi in origine, forse a causa dell’ambiente naturale così aspro e ostile, ma apprendiamo con facilità e riusciamo a impadronirci tempestivamente delle cose utili, così come riusciamo  a comprendere quanto osserviamo”.

Il racconto si snoda attraverso episodi brevi ed efficaci, ognuno dei quali, pur inserendosi coerentemente nel tutto, ha una sua autonoma completezza, offrendo un vero e proprio cambio di scena ad ogni calar del sipario. Talvolta vi sono

dei feed back cronologici, come per l’incipit, che si apre sulla scena del funerale dell’artista nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta.

Poi, grazie alla presentazione della “lettera testamentaria” di Mattia Preti  i vari episodi-capitoli si susseguono in cronologia progressiva, fino al “Viaggio nella memoria” quando, partendo dal 1668, si torna indietro al 1641 con il “breve” di Urbano VIII che conferma le origini nobili dell’artista, documento fondamentale ai fini del riconoscimento del titolo di Cavaliere di Malta.

Si potrebbe dire che l’opera di Bagnato ha la struttura stilistica di una vera e propria “narrazione dell’immagine”, semplificando al massimo, di una “sceneggiatura”, e chissà che ciò non possa preludere ad una trasposizione.

I “personaggi” che si stagliano in tutto il loro spessore, ci diventano immediatamente familiari; personaggi storici, come il Gran maestro Raimondo Perellos y Roccaful, il precettore di Mattia Preti Marcello Anania, Marcantonio Borghese, Pamphilio Pamphilj, Olimpia Pamphilj Maidalchini e la nuora Olimpia Aldobrandini, il cardinale Rospigliosi; e poi tanti artisti: Gregorio, fratello di Mattia, Francesco Cossa, Giuseppe de Ribera (lo Spagnoletto),  Domenichino, Nicolas Poussin, Guercino, Velàzquez.

I dialoghi tra loro, le discussioni, le riflessioni, ci restituiscono sia sul piano storico, sia su quello artistico, lo spaccato di tutta un’epoca, non soltanto sul versante storico-artistico, ma anche della cultura materiale. Apprendiamo che le bevande sono offerte in brocche di coccio, su vassoi di coccio, in bicchieri di peltro; la tappezzeria degli ambienti è costituita da damaschi; ci si ciba di fagioli e lardo,  di minestre di verdure di carne secca oppure al sale, di formaggi, di olive, di salsicce, castagne, mele cotogne; si viaggia con un carrozzino, a cavallo, su un mulo. La vita tutta dell’epoca ci viene svelata e quindi anche l’aspetto erotico è sapientemente offerto in immagini forse crude, ma senza infingimenti, che riguardano molto spesso il protagonista in prima persona, presentato come un amante appassionato  ma onesto e rispettoso delle donne.

Dunque l’autore riesce a far parlare quelle “carte antiche” e a farle rivivere con puntualizzazioni efficaci, come quando, con una sintesi straordinaria, confronta lo stesso soggetto “La decollazione del Battista” dipinto nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta, sia da Mattia Preti sia da Caravaggio, affidandone la descrizione al priore Camillo Albertini. Tra i due, entrambi accomunati dalla “leggenda dell’artista”, ci fu coincidenza di vicende biografiche e di luoghi.

È lo stesso Mattia a confrontare il soggiorno a Malta di segregazione per lui, per quaranta anni, e invece di rifugio, in seguito ad un omicidio, per il Caravaggio.

E nell’inevitabile confronto Preti tiene ad affermare la propria autonomia artistica rispetto al realismo di Caravaggio.

Insomma, con il suo Matthia, attraverso la narrazione di ambienti, cose, persone, luoghi, Agostino Bagnato ci restituisce “un secolo tutto”, il Seicento, complesso e ricco di contraddizioni.

* Storico e critico d’arte

ITACA n. 15