Milano
provincia di Reggio Calabria

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Inquietante l’affermazione di Enzo Ciconte, da molti anni attento studioso del fenomeno mafioso, in particolare nelle regioni del Nord Italia

Maria Frega
«Milano, dal punto di vista criminale, è provincia di Reggio Calabria». Così Enzo Ciconte in un dibattito televisivo, suscitando lo stupore del conduttore, al punto da essere invitato a confermare. «Sono pronto a ripeterlo: a Milano, la ‘ndrangheta esiste, il Nord ne è pieno zeppo». Storico, esperto delle dinamiche mafiose (che approfondisce anche come docente in corsi universitari), Enzo Ciconte è stato uno dei primi a pubblicare documentati studi sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta, e non solo, al di fuori dei tradizionali confini geografici e culturali del Meridione. Il suo ultimo libro fa il punto sugli incroci fra boss, magistratura, politici, massoneria e servizi segreti; Politici (e) malandrini, pubblicato da Rubbettino, torna ancora una volta in Altitalia: mai abbassare la guardia, meno che mai in un periodo così difficile per gli equilibri politici ed economici del Paese. Quel dibattito si svolgeva all’indomani dello scioglimento del consiglio comunale di Sedriano, centro di appena 10mila abitanti. Il provvedimento è significativo, storico: è la prima volta di un ente locale in Lombardia. Le motivazioni non sono diverse da quelle che, ogni anno, azzerano una ventina di amministrazioni perché inquinate, quando non colluse, con la criminalità organizzata. È avvenuto poche settimane fa anche a Cirò; è accaduto, clamorosamente, a Reggio Calabria, nel 2012 e persino a Ventimiglia (Imperia), nello stesso anno. L’infiltrazione della criminalità organizzata, anche nel milanese, era “presente e manifesta”, come si legge nel decreto del presidente della Repubblica che stabilisce lo scioglimento del consiglio comunale. Appalti pilotati e poltrone destinate a consulenti senza competenze ma con agganci particolari, voto di scambio, e un sindaco, Alfredo Celeste, che non poteva non sapere: gli affari delle cosche, insomma, avevano fortemente condizionato, e non a caso, la politica, lì a due passi dalla futura sede dell’Expo. Il parere di Enzo Ciconte è prezioso per analizzare gli errori del passato e per non sottovalutare lo stato delle cose. E, di colpevoli mancanze, per superficialità o intenzionalmente, ce ne sono troppe.

Professore, cosa è accaduto in quel paese dell’hinterland milanese? Perché ci stupiamo?

«La vicenda di Sedriano, a parer mio, è importante perché non se ne è parlato abbastanza. Gli stessi giornali del Nord non ne parlano più».

E non è un caso…

«Certamente no. La mia impressione è che si voglia mettere sotto silenzio una serie di eventi invece molto indicativi. Tacere, far finta di niente: questo è un errore storico».

Da dove nasce questo errore?

«Al Nord, dopo gli arresti di massa di 15-20 anni fa, si è creduto che la ‘ndrangheta fosse stata sconfitta. Non era così. Càpita ancora che ci siano regolamenti di conti, viene ammazzato un piccolo boss locale, come quello di Quarto Oggiaro poco tempo fa, ma soprattutto le mafie si infiltrano, ovunque, e a livelli molto alti».

Sono i fatti che lei ha raccolto e pubblicato in diversi libri sulla storia e sulle dinamiche delle organizzazioni mafiose in Italia. Risale a ormai quindici anni fa, per esempio, l’approfondimento sulle cosche in Emilia Romagna. Nel 2010, invece, è uscito ’Ndrangheta padana, uno studio dove ai “colletti bianchi” dell’illegalità lei dava nomi e cognomi.

«Il mio contributo è stato sempre quello di far aprire gli occhi alle persone. Non è semplice: ho scritto quei libri, come altri sulle diramazioni all’estero, in Australia come nei paesi del Nord Europa, per esempio, perché combattere le mafie è un impegno che non deve cessare mai. Se smettiamo di lottare è finita».

Nel frattempo, però, accade che proprio a Milano si riescano a celebrare le esequie di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese uccisa nel 2009 dal compagno, Carlo Cosco, nel mezzo di una violentissima faida familiare.

«È stato un buon segnale, certo. Sebbene la partecipazione ai funerali non costi niente a noi italiani, cattolici e tradizionalisti. È più difficile capire e poi ammettere che il Nord sia invaso dalle mafie, che la sua economia sia inquinata».

Perché tanta resistenza?

«Parlare di criminalità mafiosa fuori dalle regioni meridionali vuol dire scovare imprenditori collusi, vuol dire citare i frequentatori dei cosiddetti salotti buoni, e ricordare che non c’è solo Sedriano, in Lombardia. Il Piemonte, la Liguria, il Lazio, e Roma in particolare, non sono affatto immuni dal fenomeno. Ormai è risaputo: la sede della ‘ndrangheta non è più soltanto Reggio Calabria».

Appunto, cosa succede nel frattempo in Calabria?

«Occorre ammetterlo: le mafie le stiamo combattendo di più al Sud. L’impegno e le attività della magistratura, ma anche sul piano culturale, sono positivi; siamo diventati bravi. E c’è la coscienza del fenomeno. In generale, in Italia, abbiamo una legislazione e strumenti efficaci per contrastare l’illegalità: abbiamo il 416bis (il reato di “Associazione per delinquere di tipo mafioso”, compreso nel codice penale nel 1982), usiamo le intercettazioni, confischiamo i beni, impoverendo il patrimonio dei criminali, le norme sul riciclaggio»

All’estero, invece, tutto questo non c’è. Ma esistono comunque la camorra, Cosa Nostra, la ‘ndrangheta…

«Esatto. È per questo che dovremmo essere noi a promuovere il coordinamento della legislazione, unificarla. Arrivare fino all’Australia e all’America Latina, perché “pecunia non olet” ovunque. Le resistenze, però, sono fortissime: accade perché non si comprende e non si vuol comprendere il fenomeno, e accade per convenienza, perché gli investimenti illeciti sono enormi. E, intanto, le economie di quei paesi si inquinano».

Tornando in Lombardia, come sono state accolte le sue lezioni nell’ateneo di Pavia? Ricordo quelle affollate e partecipate all’Università di Roma Tre: centinaia di ventenni che scoprivano, letteralmente, il potere, antico e costantemente rinnovato, della criminalità che, probabilmente, avevano sentito citare solo nelle fiction.

«Il corso di “Storia delle mafie italiane”, quest’anno, ha avuto 150 iscritti ed è stato arricchito da iniziative speciali a cui tenevo molto. Una volta alla settimana, infatti, abbiamo deciso di aprire l’aula al pubblico, ai cittadini, ospitando esperti e testimoni della lotta contro la criminalità organizzata. Non bisogna abbassare la guardia e tutti noi abbiamo il dovere di aprire gli occhi a chi si ostina, cronicamente, a sottovalutare il potere delle mafie».
ITACA n.23