La notte dei Mondiali

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Argentina ‘78

Emanuele Giacoia

Ricordando gli ultimi di questi anni della Nazionale italiana, dalla vittoria azzurra in Germania, alla poco onorevole partecipazione in Sudafrica, aggiungo i miei di ricordi, da giornalista Rai, nel 1982, quando vincemmo la finale a Madrid, in Spagna, battendo perentoriamente la Germania (non ai rigori come in Francia) presente in tribuna d’onore con la sua immancabile pipa l’indimenticato presidente Sandro Pertini.

Io, lo dico con enfasi e nostalgia, c’ero. In quella straordinaria circostanza ero spettatore, ma già in Spagna, inviato con altri colleghi per seguire nei vari gironi il campionato con le radiocronache e, in attesa della finale, con il caro collega e amico Bruno Pizzul, che curava appunto le telecronache, siamo stati ad Alicante, Elche, Saragozza e Siviglia. Una bellissima esperienza.

Ma i miei Mondiali erano cominciati quattro anni prima, nel ’78, in Argentina. Allora alla direzione dello Sport dei telegiornali c’era, tra gli altri, Gianni Minà, che mi contattò, unitamente ad altre sedi Rai, chiedendo servizi particolari o curiosi rispetto, nelle varie regioni, ai Mondiali che si giocavano. Proposi due servizi, uno riguardava una squadretta allenata da un frate francescano ad Acri, in provincia di Cosenza, e l’altro da girare a Monasterace, dove lungo la costa jonica calabrese c’era (e c’è ancora) un faro della Marina Militare. Informatomi, seppi che il farista era un napoletano che viveva solo lì, tifosissimo ovviamente del Napoli, e che seguiva i Mondiali dall’alto della sua abitazione nel faro.

Detto fatto. Eccomi prima ad Acri nel vasto cortile del convento dei frati. Avvertiti dell’arrivo della Rai, entusiasmo a mille, tutti alla prese con un pallone che scompariva spesso sotto i lunghi sai di frati e novizi. Uno spettacolo davvero divertente, inusitato, contagioso. Tra tutti i frati che giocavano, senza risparmiarsi sgambetti e colpi proibiti, conobbi un giovane francescano, padre Fedele, divenuto poi addirittura presidente degli “Ultrà” di tutta Italia. Era lui, e non poteva che essere lui, l’allenatore di una piccola squadra di dilettanti che partecipava regolarmente ai campionati di categoria. Occasione ghiotta, giornalisticamente parlando, all’insegna di un coach in saio francescano. Nella circostanza dissi a padre Fedele che sarei stato lieto di girare un servizio tv. «Per mia esperienza, padre Fedele, so che gli allenatori si agitano parecchio in panchina, non credo che lei reciterà il rosario durante una partita», chiesi. La sua risposta: «Non recito il rosario! Ma quando è necessario, anzi quando ce vo ce vo, non bestemmio di certo, ma un po’ di parolacce non mancano!».

E così fu quando nei giorni successivi ci mettemmo al lavoro. Nel cortile di Acri ebbi modo di intervistare anche un vecchio frate originario di San Giovanni in Fiore. «Ai miei tempi – disse al microfono – il gioco del calcio a San Giovanni era soltanto per i ricchi. Si giocava pure scalzi, figurarsi se avevamo i soldi per un pallone di cuoio».

Nei giorni del Mondiali d’Argentina, la Gazzetta della Sport, la “rosea”, pubblicava quotidianamente in una rubrica dal titolo “I Mondiali visti in tv”, facendo le pulci a tutti i pezzi delle emittenti pubbliche e private, curata dal collega Mario Pennacchia; quando andò in onda il servizio dei frati, titolò: “San Francesco tifa Italia”. Chissà se per caso in Argentina, allora, in qualche modo potrà averlo visto l’appassionatissimo di calcio, il nostro Papa Francesco.

Pochi giorni dopo eccomi a Monasterace, dal guardiano del faro. Arrivammo circa all’ora di pranzo, lui ci aspettava manco a dirlo napoletanissimo com’era, avendo preparato spaghetti, vino e salumi. Ore e ore a parlare del Napoli, di calcio, e a seguire, a tarda notte, sul teleschermo, i Mondiali dell’Italia, che quel giorno era alle prese con l’Olanda. Purtroppo si perse 1-0, eravamo ai quarti, ma pur battendo l’Austria (1-0) con una rete di Paolo Rossi, antesignano dei capocannonieri in Spagna, non passammo alle semifinali preceduti dalla Germania e dall’Olanda stessa. Ricordo benissimo quella notte, e quella strana sensazione, assolutamente inedita, di noi tre, io, l’operatore e il guardiano, lassù, tra un lampo e l’altro nel faro, a gridare quando sembrava che si potesse segnare o a intristirci alla fine per la sconfitta. Dopo due giorni andò in onda il servizio, e puntualmente Mario Pennacchia, nella sua rubrica titolò: “In solitudine guarda i Mondiali fra gabbiani e lampi di luce”.

ITACA n. 22